Pierpaolo Capovilla e i Cattivi Maestri

interviste

Pierpaolo Capovilla e i Cattivi Maestri Un incontro con Pierpaolo Capovilla: musica, poesia, politica, trenta parole nel presente

11/03/2026 di Laura Bianchi

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Cantautore, poeta e performer, Pierpaolo Capovilla è una delle voci più radicali del rock italiano contemporaneo. Fondatore de Il Teatro degli Orrori e oggi impegnato anche nel progetto I Cattivi Maestri, ha sempre intrecciato musica, poesia e intervento politico. In questa conversazione con Mescalina, riflette sulla propria scrittura, sul senso della canzone oggi e sull’urgenza di prendere parola nel presente, a partire dal nuovo singolo "Dimenticare Maria".

Laura Bianchi: Nei tuoi progetti musicali la parola non accompagna mai semplicemente la musica, ma spesso la mette in crisi. Oggi, quando inizi un lavoro, da dove nasce l’urgenza: dal suono, dal ritmo della lingua o da un’idea che chiede una forma precisa?

PierPaolo Capovilla: Se vogliamo parlare di urgenza, la mia nasce dall’esistenza che conduco, dai miei sentimenti, da quel che mi accade giorno per giorno, dalle circostanze storiche, la vita, insomma. In quest’ultimo periodo sto cercando di cambiare postura narrativa. Con il Teatro degli Orrori ho scritto canzoni che sembrano romanzi: verbose, piene zeppe di parole e contenuti, allegorie e metafore, quasi che l’urgenza fosse raccontare tutto il possibile in quei quattro minuti, senza dimenticare nulla. Aggiungere, aggiungere, aggiungere, adesso o mai più… Oggi ho in testa il mantra di Iggy Pop, che mi perseguita: per fare una buona canzone rock non servono che trenta parole, e con quelle trenta devi riuscire ad esprimere tutto quel che vuoi dire. Al posto della forma romanzo, lo slogan, l’appello, come a desiderare che il pubblico possa farsi piazza, e con la piazza, rivolta e liberazione. Viviamo tempi durissimi; nell’inquietudine dell’abisso morale in cui stiamo precipitando, i nostri ragazzi e ragazze vivono questo momento storico con grande sofferenza; io stesso, che giovane non sono più, patisco questo terribile disagio, ogni giorno piango per Gaza, e mi cresce dentro un risentimento, una collera, che non so neanche descrivere. Negli anni ho imparato, a modo mio, a scrivere canzoni: mi servo di esse per esorcizzare le mie nevrosi, nella speranza che qualcuno le ascolti, e che possano servire a qualcosa. Il sound, il ritmo, la forza espressiva del rock, cerco di coniugarli con poche, semplici parole, che possano imprimersi nei pensieri di chi le ascolta, che sappiano contribuire alle nostre forze morali. Oggi, come mai prima, ne abbiamo bisogno, tutte e tutti. Sono, appunto, urgenti. Con il Popolo e per il Popolo, nel segno del socialismo e, per chi crede, della ‘pietas’ cristiana. Abbiamo bisogno anche di quest’ultima, perché non ne possiamo più del razzismo, della paura, della guerra fra poveri, della guerra in quanto tale. Ne abbiamo abbastanza.

LB: La tua voce è spesso tesa, portata al limite. È una scelta estetica consapevole o una necessità espressiva che nel tempo hai imparato ad accettare senza mediazioni?

PPC: Non comprendo bene cosa vuoi dire. La mia voce è tesa in innumerevoli episodi, così come in altri è tutt’altro che tesa, anzi. Nel tempo ho imparato a sviluppare più registri vocali, dalle grida furibonde, alle voci femminili e intimiste. Il problema, nel mio caso, non è ‘accettare senza mediazioni’ quel che il mio intelletto vuole manifestare, ma, al contrario, imparare a manifestare le mie emozioni, i miei pensieri, le mie idee, nel segno della ricerca di registri vocali di volta in volta narrativamente coerenti; insomma: non mi considero un urlatore à la Nick Cave dei Birthday Party (che indubbiamente ha segnato il mio percorso artistico, in modo cruciale, aggiungerei, e purtroppo, mi tocca oggi dire…), ma cerco una mia via personale. Non sono certo di dove mi sto dirigendo, non sono che un naufrago, in un mare di lacrime.

LB: Hai più volte forzato o sabotato la forma canzone. Credi che oggi possa ancora essere uno spazio di conflitto, o che la sua forza sovversiva si sia definitivamente esaurita?

PPC: Anche in questo caso: non mi sembra di aver mai forzato - o addirittura sabotato - la ‘forma canzone’, al contrario: l’ho cercata, indagata, studiata, nella speranza di riuscire a scriverne una manciata di belle e significative. Nell’incertezza della quotidianità e nell’oscurità dei nostri tempi. Cos’altro potevo fare?

LB: Riascoltando oggi il percorso de Il Teatro degli Orrori, c’è un brano o un disco che senti distante dal tuo sguardo attuale, non per rifiuto, ma per trasformazione?

PPC: Beh! Ce n’è sì, di brani - in particolare - che amerei riscrivere daccapo. Ma questa cosa fa parte del gioco. Per fare un bell’album ci vuole tempo, il modo migliore sarebbe sempre quello della mancanza di fretta, dell’ascoltare e riascoltare ciò che hai fatto nel tempo. Registri una canzone oggi, che ti entusiasma e pensi ‘questo pezzo è fenomenale!’, poi te la riascolti mesi dopo, e ti accorgi delle tante cose che vorresti cambiare, delle ingenuità, delle ineleganze, delle inadeguatezze, insomma. Ma non rinnego niente: ero io, con tutta la mia voglia di musica e narrazione. Credo nell’onestà intellettuale, anche quando questa non riesce a esprimersi con la coerenza che stai cercando. Mi manca il dono della prudenza, questo è poco ma sicuro.

LB: Nei concerti e nelle performance sembra esserci sempre una componente di rischio reale. Quanto è importante per te che il live resti un luogo non addomesticabile, anche a costo dell’imperfezione?

PPC: Non cerco e non ho mai cercato la perfezione, in ciò che faccio. Cerco di essere me stesso, con tutto quel che ne consegue. Non sono una brava persona, e questa mia persona si sente più vicina ai diseredati, agli esclusi, financo agli avanzi di galera, che alla gente comune, disciplinata dal lavoro e dallo sfruttamento dello stesso. Mi spiego meglio, ci provo. Io credo che un concerto live sia un fenomeno ‘evenemenziale’, nel senso Debordiano del termine, così come lo è un certo Teatro, quello di scena, à la Carmelo Bene, per capirci, perfettamente contrapposto a quello di prosa. Nel Teatro di Prosa, l’attore deve prestare totale attenzione al testo originario, in una sorta di nuova manifestazione dell’esistito. In quello di scena, fa quello che vuole: re-interpreta, personalizza, costringe il testo a manifestarsi nel qui e ora, nel segno di una sana e inafferrabile incoscienza individuale, che costringe il testo alle proprie ambizioni narrative. Che cos’era la Macchina Amletica di Carmelo Bene, se non questa straordinaria intuizione, dedita alla de-costruzione del testo, alla sua re-interpretazione, filologicamente incurante, divertita, dileggiante? Credo di aver sempre fatto così, magari senza nemmeno accorgermene. Il tema del ‘rischio’ mi è ben chiaro. Quante volte sono finito in ospedale, direttamente dal concerto… Mi sta bene così. Perché, se salti addosso all’audience, è come se cercassi un’amorevole rissa con il pubblico, un contatto fisico fatto di adrenalina, e una quantità smisurata d’amore, e che sia quel che sia. Il pubblico lo sa, se ne accorge, si sorprende e stupisce, si emoziona, ride e piange con te, perché gli è accaduto qualcosa che non potrà mai più ripetersi nello stesso modo, e si porta a casa un ricordo insostituibile, perché non potrà mai più accadere nello stesso modo. Il Teatro della Crudeltà di Antonin Artaud, questo voleva essere. Un concerto rock può divenire Teatro all’ennesima potenza, basta volerlo. Tutto ciò che i Radiohead non sanno fare, e non lo sapranno mai. Per gente così, la noia è la regola della vita, insieme ai soldi, ovviamente, e alle loro amicizie naziste. Perché oggi è assolutamente necessario assumersi il rischio, appunto!, della storia che il mondo sta vivendo: o stai con i fratelli e sorelle palestinesi, oppressi, uccisi e mutilati, oppure stai con i sionisti, il neo-nazismo contemporaneo. Terze vie non esistono. Perdonami l’excursus. 

LB: Figurati! Invece...cosa ti ha spinto ad accettare la parte di Doriano in Le città di pianura, che sta avendo un grande successo di critica e di pubblico: il personaggio, lo sguardo del regista o il lavoro radicale sul silenzio e sull’attesa?

PPC: Il personaggio, ovviamente. E per forza. Francesco Sossai, il regista, mi contattò e mi porse la sceneggiatura: avrei dovuto essere Doriano, un alcolista impenitente, un perditempo, un balordo, uno sconfitto. Esattamente quel che sono. Rifiutare la parte sarebbe stato insensato, sembrava scritta apposta per me.

LB: Nel film la voce perde la centralità che ha nella tua ricerca musicale, lasciando spazio a gesti minimi e sguardi. Quanto è stato complesso rinunciare a una voce performativa per costruire una presenza così misurata?

PPC: Ho interpretato il personaggio che mi è stato affidato seguendo per filo e per segno tutti i suggerimenti di Francesco. Sono un neofita del cinema, avevo soltanto di che imparare, e ho cercato di esercitare quella che Bonhoeffer, il grande teologo luterano, descriveva come ‘disciplina’: la disciplina è una della tante possibili manifestazioni della nostra libertà. Avevo fiducia in Francesco, e in ciò che voleva da me. Ho cercato di farlo felice, e a ragion veduta, credo di aver fatto esattamente ciò che si aspettava da me. Ne sono orgoglioso.

LB: Il ritmo dilatato di Le città di pianura sembra opporsi alla tensione del palco. Questo confronto con il tempo del cinema ha modificato il tuo modo di pensare la durata di un brano o di una performance? Com'è stato il tuo rapporto con Krano che ha firmato la colonna sonora?

PPC: Il cinema e la musica rock non credo siano la stessa cosa. Sono entrambi appartenenti al mercato dello spettacolo, ma sono fenomeni diversi, forse non comparabili. Con Krano mi son visto un paio di volte in scena, in particolare a Venezia. La scena dal ‘Fifo’ non la dimenticherò mai. Krano è un artista sincero e autentico, e si sente; l’ubriaca malinconia delle sue canzoni arriva nel film, ed è incantevole.

LB: Nei tuoi reading pasoliniani non c’è mai un intento celebrativo, ma una continua riattivazione del conflitto. Qual è, secondo te, l’aspetto del pensiero di Pasolini che oggi viene più sistematicamente neutralizzato? E quale quello che si dovrebbe valorizzare?

PPC: Pier Paolo Pasolini lo si usa a piacimento, spesso in modo mistificatorio. Per fare l’esempio degli esempi: c’è una destra fascistoide, oggigiorno, in Italia, che riesuma in continuazione il suo editoriale/poesia, pubblicato da L’Espresso, sui fatti di Valle Giulia, del 1968. È una manipolazione. Aveva ragione, Pasolini, a dire che i poliziotti erano i figli del popolo, e gli studenti i figli della borghesia. Ma non è più così, neanche un po’. Oggigiorno la polizia è divenuta strumento di repressione politica tout-court, con tutta la cattiveria caratteristica della mancata formazione democratica all’interno delle forze dell’ordine del nostro Paese. Inutile girarci intorno: c’è un problema di fascismo vero nel paese e nelle sue forze dell’ordine. Io interpreto da anni “La Religione del mio Tempo”, un poema tanto complesso quanto rivelatorio di tutto il suo precorso umano e intellettuale: la sua fede nel cattolicesimo, quella per il comunismo, la sua omosessualità. In quel poema, o poemetto che dir si voglia, il tema di fondo era: cosa è accaduto alla società italiana del secondo dopoguerra. La società italiana, alla fine degli anni Cinquanta del secolo scorso, si dimentica repentinamente dei valori della Resistenza, e abbraccia, così, da un momento all’altro, tutti i disvalori del sistema capitalistico: il più sfrenato consumismo, l’arrampicamento sociale, la corruzione. Quel processo di mutazione sociale, nei decenni, ha fatto passi rapidi e ineludibili, fino ad irrompere nella nostra contemporaneità, con forza soverchiante... Pasolini aveva in odio quel processo, e ne “La Religione del mio Tempo”, lo dice con una chiarezza quasi collerica. Questo aspetto politico della sua poesia lo si cerca costantemente di dimenticare, preferendogli il Pasolini intimista, quello innamorato della figura materna.

LB: Nei tuoi interventi pubblici e sui social, la parola è spesso netta, non conciliatoria. Pensi che oggi l’artista debba esporsi anche a costo di perdere consenso, o che il silenzio possa talvolta essere una forma di resistenza più efficace?

PPC: Del consenso non mi frega niente, questo è poco ma sicuro. E col cazzo che resto zitto. Mi chiedo spesso come mai non me le abbiano già chiuse, le mie pagine social. Parlandone con un compagno tarantino, mi disse: ma che credi, gli servi, ti stanno usando.

LB: Le tue posizioni pacifiste rifiutano semplificazioni e schieramenti automatici. Quanto è difficile, oggi, per un artista, sostenere una posizione radicalmente pacifista senza essere immediatamente fraintesi o strumentalizzati?

PPC: Difficile o non difficile, dico e dirò sempre quel che penso. Dei fraintendimenti e strumentalizzazioni, me ne infischio bellamente.

LB: In un contesto in cui la comunicazione tende a polarizzare tutto, come distingui una presa di posizione artistica autentica da una forma di propaganda, anche quando quest’ultima si presenta come “dalla parte giusta”?

PPC: Autenticità artistica e propaganda politica credo non debbano essere necessariamente contrapposte. La canzone è politica, come potrebbe essere altrimenti? L’intera storia della tradizione della canzone popolare italiana è lì a dircelo, senza mezze misure. Pensiamo a Pino Daniele: sempre dalla parte del popolo, della povera gente, degli emarginati, dei lavoratori e lavoratrici, dei migranti. Pino Daniele seppe dare voce agli ultimi, con una tenerezza ancor oggi ineguagliata, e con lui Napoli Centrale, James Senese, un intero movimento musicale che coniugava jazz, rock, blues, prog-rock, musica mediterranea, con le istanze della democrazia, dell’uguaglianza, della giustizia, del socialismo, per capirci. 

LB: Osservando l’attuale scena musicale italiana, ti sembra che ci sia ancora spazio per un linguaggio conflittuale e scomodo, o prevale una forma di autocensura, mascherata da neutralità?

PPC: Eh! Essere “neutrali”, oggi, è una scemenza e, mi si passi l’osservazione, una vergogna. Come si può essere neutrali quando un popolo, quello palestinese, viene sterminato di fronte ai nostri occhi? È impossibile, e oltremodo peloso. Tempo fa ricevetti un commento nella mia pagina Facebook, un commento rispettoso, ma profondamente sbagliato: mi scrisse, il mio interlocutore, che oggi come oggi noi ‘ragazzi’ siamo affascinati dalla ‘moda’ (!) del conflitto israelo-palestinese, mentre nel mondo ci sono un’altra sessantina di conflitti bellici in corso. Sfuggivano, all’autore del post, un po’ di dettagli importanti: il primo è quello più importante: la Palestina ci riguarda in primissima persona, perché quella guerra, anzi, quello sterminio, è opera nostra, delle nostre multinazionali, delle scelte del nostro ‘governo’, il peggiore della storia repubblicana. Il secondo: era un professore liceale di lettere e filosofia, che non trovò nemmeno quel minuto di tempo per capire a chi si stava rivolgendo, perché si stava rivolgendo a qualcuno che poteva essere suo padre, altro che ‘ragazzo’. Ma perché? … Pazienza, così vanno le cose, me ne faccio una ragione.

LB: Credi che oggi parlare di “responsabilità” dell’artista sia ancora sensato, o è un concetto da ripensare radicalmente alla luce del presente?

PPC: La canzone popolare deve essere conscia delle circostanze storiche, e deve saper contribuire al progresso sociale, altrimenti è completamente inutile, e tradirebbe il suo stesso senso di esistere.

LB: Quali sono i tuoi prossimi progetti? Senti più forte l’urgenza di intervenire sul presente in modo diretto, o quella di costruire spazi di resistenza meno immediatamente decifrabili?

PPC: Il nuovo album de I cattivi maestri sarà la risposta più coerente a questa domanda. Un disco rock al passo coi tempi, le cui canzoni esprimono il mio cristianesimo, la mia fiducia nel socialismo, la mia più totale e virulenta avversione nei confronti del capitalismo, della predazione, della rapina, dell’omicidio generalizzato. Abbiamo tutte e tutti il dovere di reagire, senza indugi. Che ci stiamo a fare, in questo mondo, altrimenti? Niente. Tanto varrebbe comprare azioni… altro che musica.

LB: Il 9 marzo è uscito “Dimenticare Maria”, che si apre con l'immagine di una ragazza morta di overdose nel piazzale della stazione di Mestre; scena consueta in una qualsiasi città, in cui una ventenne viene uccisa dall'eroina ("la gialla") "nell'indifferenza generale". Si avverte un'urgenza comunicativa, sottolineata dai suoni, dal coro...come è nata la canzone?

PPC: È nata da un articolo giornalistico, proprio sul Gazzettino, il quotidiano locale più letto dalle mie parti. L’idea di accostare una giovane vittima dello spaccio di eroina alla Madonna può sembrare blasfema, ma è tutto il contrario. “Dimenticare Maria” è, per me, la canzone più cristiana che abbia mai scritto, perché racconta la compassione, quel “cum patior”, quel soffrire insieme che è la più alta manifestazione di Pietas, come ti accennavo, e di Fratellanza, caratteristiche di una teodicea che non si arrende di fronte alla domanda del perché del male, ma lo combatte. 

LB: "Povera Madonnina senza un Gesù": i "compagni", i cristiani, il "capitale in guerra contro di noi", i ragazzi vittime del consumismo e dell'omologazione...sono tutti temi che meriterebbero un approfondimento: come siete riusciti a sintetizzare tutto in pochi minuti?

PPC: Ma che bella domanda! Bella, anzi… azzeccata, direi. Perché sì, sto cercando una via narrativa diversa da prima, sto cercando di fare mio il motto di Iggy Pop: una canzone rock deve contenere trenta parole, non di più, e con quelle trenta devi riuscire a dire tutto quel che vuoi raccontare. È una cosa difficilissima, devo ammettere, ma molto suggestiva, persino… avvincente. Sono fiero di questa canzone, perché è narrativamente ‘franca’, scarsamente allegorica, e dice una cosa a cui credo con tutto me stesso: il socialismo è la democrazia, così simile, così vicina ai valori evangelici. Se mi guardo intorno, in questo abisso morale, nel quale confondiamo il concetto stesso di democrazia con il liberismo economico, che di democratico non ha un bel niente, il Cristianesimo, la Chiesa Cattolica, sono diventati i più potenti anticorpi morali che ci restano. Invito tutte e tutti, giusto per fare un esempio clamoroso, a leggere la lettera aperta all’Avvenire del Cardinal Battaglia, Arcivescovo Metropolita di Napoli.

LB: Questo singolo è anticipazione di un disco coi Cattivi Maestri. Puoi dirmi anche qualcosa del tour ormai imminente?

PPC: Certamente. Siamo inizialmente andati a registrare una manciata di canzoni in uno studio a Napoli, il Kokoro, di Marco De Falco, lo scorso inverno, con il contributo imprescindibile di Manuele Fusaroli, produttore artistico. Le abbiamo trasformate, ri-editate e mixate - il lavoro è ancora in corso - presso il suo studio, il Natural Head Quarter, a Ferrara. Ormai siamo alle fasi finali. L’obiettivo è ’sorprendere’. Il tour lo stiamo ancora organizzando, non abbiamo fretta, e preferiamo i piccoli club, dove il rapporto con il pubblico diventa oltremodo sincero, autentico, perché amicale e amorevole, e vis-à-vis. Sono da sempre conquistato dall’idea che un concerto rock lo fai con il pubblico, insieme. Nei palazzetti io, devo ammettere, mi sento in vetrina, come se m’avessero trasformato in merce.

LB: Grazie per il tempo che mi hai concesso...ci vediamo in tour!


LE DATE

10/04 – Locomotiv Club – Bologna (prevendite)

11/04 – CS Sisma – Macerata (biglietti in cassa)

17/04 – Hacienda – Roma (prevendite)

26/04 – Arci Bellezza – Milano (prevendite)

09/05 – Palafenderl – Vittorio Veneto (TBC)

13/05 – Hiroshima Mon Amour – Torino (prevendite)