Francesco Sossai Le città di pianura
2025 » RECENSIONE | Commedia | Drammatico
Con Filippo Scotti, Sergio Romano, Pierpaolo Capovilla, Roberto Citran, Andrea Pennacchi





15/10/2025 di Laura Bianchi
“Immaginare non è rifiutare quel che c'è per scappare da un'altra parte, è invece saper leggere, vedere, ascoltare, riconoscere, dare un nome e un peso a quello che c'è per capire meglio cosa manca e cosa si rischia". La frase dal Bestiario Veneto di Marco Paolini potrebbe essere presa come didascalia per Le città di pianura, splendido film del trentaseienne (finalmente un giovane!) bellunese Francesco Sossai, destinato a essere la grande sorpresa di questa fine 2025. Proprio tra immaginazione e realtà, tra "leggenda metropolitana" (evocata nelle prime sequenze) e verità sta il miracoloso equilibrio di una storia dai contorni fiabeschi, eppure così radicata nella terra veneta e nella sua gente da rappresentare una sintesi efficace dei nostri giorni in una provincia italiana.
Il racconto assume da subito la statura dell'apologo: due ultracinquantenni veneti, Doriano, detto Dori (un intenso Pierpaolo Capovilla), e Carlobianchi (proprio scritto e detto attaccato), un fenomenale Sergio Romano, in un'anonima serata, tirano tardi perché l'indomani dovranno andare all'aeroporto a prendere Genio (Andrea Pennacchi),"il più premiato vincitore del Caliera Trophy"(una gara per Apecar), di ritorno dall'Argentina, dove era scappato dopo una truffa che li aveva coinvolti. Ma di dormire non si parla proprio, perché la filosofia dei due è chiarissima: la notte è giovane, anche se loro due non lo sono più, e deve essere vissuta fino in fondo, all'inseguimento del Santo Graal, ossia il mitologico Ultimo Bicchiere. Così, dall' autogrill al bar, dal pub al bacaro, a una festa di laurea a Venezia, incrociano il giovane Giulio (un perfetto Filippo Scotti), che, prima riluttante, poi sempre più convinto, viene trascinato in una due giorni fatta di vino, curve, ville cadenti, prostitute, e ancora vino, sigarette, curve, mangiate, sonni interrotti, e perfino la visita al Memoriale di Brion, costruito da Carlo Scarpa, feticcio dello studente di architettura Giulio; il tutto a bordo dell'ammaccata Jaguar di Carlobianchi, ultimo cimelio di una ricchezza truffaldina, sperperata in Ultimi Bicchieri. Fino alla conclusione, tanto leggendaria quanto realistica: il Pinocchio - Giulio saluta i Gatto e Volpe - Dori e Carlobianchi, con molte ore di sonno in meno, ma altrettante certezze in più.
Tutto appassiona, nella pellicola - girata proprio in pellicola 35mm e 16mm - di Sossai: il ritmo altalenante, come una strada che può riservare incontri e sorprese a ogni curva; la colonna sonora di Krano, tra Ry Cooder e Johnny Cash; il taglio della fotografia, che spesso fa dialogare a distanza e scontrarsi il brutale cemento dei capannoni e delle case con la roccia poetica delle Dolomiti lontane; il montaggio che suggerisce ed evoca, senza essere didascalico - esemplare la sequenza di case "Vendesi"-; i dialoghi densi di battute memorabili (tutte da gustare); la sovrapposizione di generi - coming of age, on the road, commedia all'italiana, Il Sorpasso su tutti - in una sintesi originale; le interpretazioni dei tre protagonisti, tutti ugualmente efficaci nell'incarnare altrettanti tipi umani, ma soprattutto un ideale di amicizia maschile, come se ne trova ancora proprio in certi bar di paese.
L'Ultimo Bicchiere come ultima spiaggia, spogliata da ogni ipocrita salutismo, per resistere alla cementificazione, alla desertificazione dei sentimenti, al vuoto della pensione, all'omologazione che ci vorrebbe tutti in giacca, cravatta e sobrietà, alla trasformazione da terra in territorio (come dice un conte, il giardino della cui villa patrizia è destinato a essere attraversato da un'autostrada); in ultima analisi, come antidoto all'inautenticità. E poco importa se i soldi mancano, se si è destinati a essere eterni figli, dipendenti da genitori sempre più anziani e disillusi; poco importa se la società del benessere li ha divorati e sputati; Doriano e Carlobianchi - e, forse, anche Genio e Giulio - sono amici. I primi tre potrebbero essere padri del quarto, ma quest'ultimo impara da loro come essere giovane. Perché, come afferma Doriano al padre di Carlobianchi, che li invita a crescere, "Siamo troppo vecchi ormai per crescere". E la morte li deve cogliere in piedi, come samurai. Vivi, a brindare alla vita.
Film indimenticabile, lieve e profondo insieme. Da gustare, come un buon bicchiere di vino.