Wes Anderson

Commedia

Wes Anderson La Trama Fenicia


2025 » RECENSIONE | Commedia | Azione
Con Benicio Del Toro, Mia Threapleton, Michael Cera, Riz Ahmed



03/06/2025 di Laura Bianchi
Cos'è il cinema di Wes Anderson? Proviamo a spiegarlo a chi non ne ha mai visto un film? Oppure rinunciamo, e lo invitiamo a vedere La trama fenicia, il suo ultimo lavoro? Opterei per la seconda ipotesi: perché chi torna a vedere un suo film, lo fa perché conosce già e apprezza la sua cifra autoriale, le sue visioni e le sue ossessioni, e ama l'incongruenza tra simmetria e imperfezione, tra apparente immobilità degli sguardi dei suoi attori e l'implosione dei loro sentimenti, oltre all'equilibrio tra geometrie e colori, al ritmo implacabile, all'ironia feroce.

Visto uno, visti tutti, quindi? Non esattamente; perché il regista di Houston sa evolversi nel tempo, forse impercettibilmente, ma con sicurezza, e lo fa agganciando ogni volta una storia diversa, nello spazio e nel tempo, che svela con inesorabile lentezza, ma con precisione, la tematica che intende trattare. Dopo Asteroid City, imperniato sul rapporto tra il sé e l'altro, nel senso anche di alieno, ecco quindi questo lavoro, che invece approfondisce e cerca di dare forma al caos naturale che si genera quando un padre incontra una figlia.

Anderson non può però raccontare una storia negli schemi; e, anche se l'ispirazione gli arriva dopo la nascita della figlia Freya, nel 2016, elabora un soggetto surreale, a tratti onirico alla maniera del cinema di Dalì o Buñuel, crea una sceneggiatura all'altezza, e dirige un cast che più interstellare non si potrebbe, per portarci all'interno del rapporto tra Zsa-Zsa Korda (un fenomenale Benicio del Toro in salsa Clark Gable), magnate feroce e visionario alla Citizen Kane, e sua figlia ritrovata, Liesl (una stralunata e ipnotica Mia Threapleton), ventunenne, aspirante novizia, rigida e contraddittoria. Il padre vorrebbe prepararla al ruolo di ereditiera, e la coinvolge in un'operazione speculativa sui cui esiti non si dirà nulla, perché l'effetto sorpresa è da sempre una delle caratteristiche del cinema di Anderson.

Il tutto è ovviamente condito da dialoghi paradossali, scene da slapstick comedy, suspence, colpi di scena, camei scintillanti, e una colonna sonora fuori dagli schemi, che va dall'elettronica, alla classica che più classica non si può - Bach -, per privilegiare Stravinskij, l'autore che più di altri ha rivoluzionato il linguaggio musicale del Novecento, di cui il regista è comunque figlio (consiglio: fermatevi fino alla fine dei titoli di coda...). Che il regista sia appassionato di arte è noto; ma in questo caso l'arte sembra costituire un sottotesto complementare e quasi alternativo al mondo inscenato nel film, come se l'arte di Renoir o Magritte, la musica di Alexandre Desplat e l'equilibrio formale e un po' brutalista delle architetture potessero portare l'ordine nel caos del mondo, dei sentimenti e dei rapporti interpersonali. 

Eppure, non si pensi che la narrazione scivoli nel microcosmo sentimentalistico; la riflessione anticapitalistica del regista è forte, netta, e si snoda in modo coeso lungo tutta la narrazione, garantendo un finale a sorpresa che, come si dice, "fa ridere, ma fa anche riflettere". La goccia che cade dal soffitto lega dall'inizio alla fine le situazioni, garantendo allo spettatore più attento un'unità auspicata, e che testimonia la cura meticolosa del cineasta per ogni dettaglio. 

Visto uno, visti tutti? No. Visto questo, vien voglia di vedere - o rivedere - i film di Wes Anderson. Per trovare ordine nel caos. E sorridere. 

 


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