Wes Anderson

Commedia

Wes Anderson Asteroid City


2023 » RECENSIONE | Commedia | Azione
Con Jason Schwartzman, Tom Hanks, Scarlett Johansson, Tilda Swinton, Willem Dafoe



30/09/2023 di Laura Bianchi
Wes Anderson continua nel proprio percorso di ricerca e smontaggio dell’assurdo della vita, e a (quasi) ogni film compie un passo avanti, o di lato, ma mai indietro. Con Asteroid City ne compie uno avanti e di lato, come il cavallo degli scacchi, e perciò destabilizza chi si aspetta da un film traiettorie lineari. Stavolta, Anderson è più pirandelliano che mai, e mette in abisso una recita teatrale, inserendo nel montaggio, con sequenze in bianco e nero, una figura di annunciatore, Bryan Cranston, che spiega il complesso intrecciarsi di un making of quasi impossibile: una rappresentazione teatrale di un evento immaginato nel 1955, in pericoloso equilibrio tra la fantascienza e l’apologo.

Ma il cinema di Anderson non è la scatola magica confettosa e colorata che tanti si ostinano a credere priva di spessore, una sorta di gioco hipster, nostalgico e intellettualoide, denso di citazioni fini a se stesse; anche in questa narrazione ci sono, è vero, i feticci della sua opera (gli anni Cinquanta, le scenografie miracolosamente simmetriche, gli oggetti evocativi, gli sguardi in camera e l’atmosfera straniata, accelerata, da film di Keaton). Ma mai come in questo film il regista rompe intenzionalmente il giocattolo, e lo apre, rivelando allo spettatore più curioso e meno rigido un meccanismo molto più profondo e complesso.

Inutile svelare la trama; occorre qui parlare del messaggio, che vede intrecciarsi diversi generi - cliché del cinema americano, che interpretano le paure del suo pubblico: la fantascienza incarna la paranoia riguardo all’arrivo degli alieni (dallo spazio, da un virus, o da una frontiera); il western rappresenta l’attesa di segnali da un “fuori”, che non necessariamente deve essere l’orizzonte, l’infinito e oltre, e che ci possono rivelare il senso della vita (“Che c’è là fuori? Forse il senso della vita! Forse ce n’è uno!”, esclama il giovane Woodrow, che si chiama come il presidente USA che nel 1917 dichiarò guerra alla Germania); la commedia drammatica, coi lunghi dialoghi da una finestra all’altra, campo / controcampo, insinua la presenza della morte, reale, temuta o fittizia che sia, e la sua elaborazione; la commedia (quasi) musicale inscena la fisica e la metafisica nascoste dentro i movimenti, i corpi, gli oggetti, i colori, i suoni, gli spazi vuoti (e quanto vuoti, in questo caso), la vita.

E si potrebbe continuare ancora. Ma, in questo caso, si assiste a una rappresentazione simbolica anche attraverso la fotografia, fatto raramente successo nelle altre opere; sembra chiara l’ispirazione a un maestro del primo Rinascimento come Piero della Francesca, col suo gusto per le prospettive, per le composizioni di corpi e oggetti in senso simmetrico, e per la sottolineatura dei piccoli dettagli laterali, sullo sfondo, colorati e simbolici, che cercano ossessivamente un senso complessivo, ma sfuggente.

Mettere ordine creativo e anarchico nel caos della vita, dare forma al movimento caotico dell’esistenza, e insieme suggerire un modo per sfuggire alle maglie ottuse del potere attraverso l’intelligenza: nulla sfugge all’occhio attento di Anderson, e ogni frame del film andrebbe fermato, per studiarne il significato. Come la pistola nella cintura dei pantaloni da golf del nonno Tom Hanks, il cratere come quello di Incontri ravvicinati del terzo tipo, l’insistenza di cartelli che recano la scritta QUARANTINE (“Il mondo non sarà più lo stesso!”, altra battuta iconica del film), il bottiglione di Chanel n.5 nella stanza della diva (una magistrale, monroeiana, Scarlett Johansson), il luna park con lo stand chiamato DOOMSDAY (ossia, giorno del giudizio, ma anche un personaggio dei DC Comics), e così via.

Oltre alle immagini, c’è anche l’uso espressivo della colonna sonora: è ormai noto che Anderson sia un appassionato e cerchi i suoni più adatti per le situazioni che propone , ma stavolta c’è qualcosa in più. C’è un effetto sonoro che sembra adattarsi al clima western dominante nella maggior parte dei tre atti dell’azione, ma che in realtà risulta straniante, perché Last Train to San Fernando di Johnny Duncan and the Bluegrass Boys, o Freight Train di Chas McDevitt e Nancy Whiskey sono motivetti falsamente allegri e spensierati, ma tradiscono temi angoscianti, come la morte e il tempo che corre via (Freight train, freight train, run so fast Please don't tell what train I'm on They won't know what route I'm going…When I'm dead and in my grave / No more good times here I crave…”; “...last train to San Fernando / If you miss the one, you'll never get another one”).

Infine, la parata di stelle del cinema, che si ritagliano lo spazio anche per un cameo di pochi minuti, è funzionale al messaggio: l’ansia della diva Johansson, nella finzione, per l’oblio in cui potrebbe cadere è speculare, nella realtà, all’entusiastica adesione che hanno dato tutti i divi alla proposta di Anderson. Perché, forse, sanno che la sua opera resterà. Dallo sguardo quasi cubista di Jason Schwartzman, da quello dolente di Tom Hanks, dalla freschezza dei giovani Tony Revolori o Maya Hawke, la mano del regista riesce a fare trapelare rimpianti, energia, dubbi e forza d’animo, nell’attraversare i continui test atomici di questa vita.

A molti cultori andersoniani questo film non piacerà; troppo poco consolatorio, per nulla nostalgico, problematico, quindi con bassissimo tasso di hipsteritudine. Ma, se riusciranno ad avvicinarvisi con lo spirito giusto, Asteroid City donerà non solo indiscutibile godimento per la vista, ma anche riflessioni profonde. E non è poco, di questi tempi.

 


Wes Anderson Altri articoli

Wes Anderson Moonrise kingdom

2012 Drammatico
recensione di Arianna Marsico

Wes Anderson I TENENBAUM

2001 Commedia
recensione di Paolo Massa