Luca Guadagnino

Thriller

Luca Guadagnino After the Hunt – Dopo la caccia


2025 » RECENSIONE | Thriller | Drammatico
Con Julia Roberts, Ayo Edebiri, Andrew Garfield, Michael Stuhlbarg, Chloë Sevigny



27/12/2025 di Ambrosia J. S. Imbornone
Il decimo film diretto da Luca Guadagnino, After the Hunt – Dopo la caccia, mescola luci e ombre: questo vale in primis per la trama del thriller psicologico, che racconta un’accusa di molestie che hanno luogo nell’ambiente della terza università più antica degli Stati Uniti, Yale.
Alma Imhoff (Julia Roberts) è una professoressa di filosofia che si contende la cattedra di professore ordinario con il collega e amico Hank Gibson (Andrew Garfield), che però viene allontanato dopo che una dottoranda, la giovane Maggie Resnick (Ayo Edebiri), afroamericana e lesbica, proveniente da una potente famiglia che finanzia l’università, denuncia di essere stata appunto molestata, se non violentata (il termine appare solo una volta di striscio), da lui. Luci e ombre sono presenti nel rapporto tra i tre, che formalmente si nutre solo di discussioni filosofiche e intellettuali, ma sembra nascondere un triangolo di attrazione repressa, alimentato dall’ego della docente, che si bea dell’adorazione dei due. Hank, dal canto suo, si difende affermando che Maggie lo abbia attaccato solo per metterlo fuori gioco, dato che ha scoperto che la sua tesi di dottorato è un plagio. Insomma, chi è innocente e chi è colpevole? Alma fatica a credere a Maggie, anche per via di una dolorosa storia personale, che alimenta in lei sensi di colpa, ma formalmente deve crederle, perché il clima del #MeToo e della differente sensibilità nei confronti delle molestie sessuali non consente di avere esitazioni. I tre personaggi cadono in piedi, Maggie e Alma si rivedono dopo cinque anni, ma cosa è successo veramente? Guadagnino ha dichiarato che “La risposta è sempre negli occhi del pubblico”, per cui la conclusione resta volutamente ambigua.


E veniamo allora alle luci e ombre involontarie del film: le luci, i punti di forza, sono un cast di ottimi attori, tutti convincenti e credibili, la tensione sottile presente tra i tre protagonisti, la sottigliezza delle loro discussioni. Le ombre, però, sono davvero tante: la sceneggiatura di Nora Garrett non dà un ritmo avvincente al film, che non tocca vertici di intensità rilevanti, nonostante le potenzialità della trama. Alma e Maggie sono volutamente glaciali, hanno la freddezza delle calcolatrici e una calma che le rende indecifrabili, ma anche irreali e meccaniche: Julia Roberts, in particolare, regala un’interpretazione di altissimo livello, che però forse non riesce a dare spessore alla complessità del personaggio. Hank è un personaggio più vivo, ma risulta piuttosto schematico, talvolta quasi una caricatura di sé stesso. Il personaggio più umano e positivo è il marito di Alma, lo psicoterapeuta Frederik (Michael Stuhlbarg), che comprende la mediocrità di Maggie come studiosa e il legame tossico che lega lei e Hank ad Alma; ignorato completamente dalla moglie, che non lo desidera più, si rifugia spesso nella musica. Freddie però sa comprenderla a fondo e riesce a restare con lei, nonostante tutti gli eventi che la vedranno protagonista. Non si può quindi non preferire la sua saggezza e ironia rispetto alle discussioni della professoressa e dei suoi allievi, che sono (volutamente, anche qui, ma eccessivamente) cerebrali e ampollose: la freddezza che dimostrano queste conversazioni da un lato è quella di chi mira solo all’obiettivo di fare carriera, per cui in questo caso il regista ha escluso pressoché del tutto la sensualità, l’erotismo o il sesso, elementi chiave invece nel meraviglioso Chiamami col tuo nome o in Challengers; dall’altro è quella di un ambiente in cui ci si lancia frecciatine a colpi di citazioni e di finti elogi.

Nonostante sia uno spauracchio che pesa sulla credibilità garantita all’accusa di molestia, la ricca famiglia di Maggie, che vive in un appartamento economico per rinnegare le sue origini, è completamente assente nel film e non se ne percepisce mai la longa manus se non per qualche riferimento veloce. Invece anche troppo evidenti per un film con finale non risolutivo sono le stoccate al clima del #MeToo, per cui alla fine sembra quasi che non avesse tutti i torti uno studente bianco cis che nel film si lamenta di vivere in un’epoca politically correct che favorisce le donne per l’ansia di colmare il gender gap. Ma vogliamo parlare della dott.ssa Kim Sayers (Chloë Sevigny), che demolisce i giovani viziati che si sentono così toccati dalle ingiustizie personali, le ingigantiscono a costo di rovinare la vita degli altri e non sopportano in silenzio, come si è sempre fatto, o della stessa Alma che usa il pronome neutro “they” per irridere il partner non binario di Maggie, Alex, affermando che lei lo abbia scelto solo per darsi un po’ un tono o qualcosa del genere? Insomma, nel film in fondo c’è una bella rappresentazione dei pericoli dei poveri uomini che facilmente possono essere accusati di molestie da studentesse ricche e cattive o da adolescenti vendicative, così come emergono un po’ di luoghi comuni e pregiudizi un tanto al chilo: lo scopo è probabilmente rappresentare uno spaccato realistico di società, confrontare generazioni diverse e dimostrare quanto questi argomenti possano diventare controversi e debbano essere osservati con attenzione da punti di vista diversi ed è pur vero che le denunce false possono esistere, ma non c’è fin troppa incredulità (pure qui ben testimoniata), non suscitano ancora fin troppi dubbi le parole di chi ha il coraggio di denunciare? Non bastano le oltre 1500 domande a cui si rischia di dover rispondere in un processo di stupro, non basta il victim blaming, non basta l’omolesbotransbifobia ancora pericolosamente strisciante? È vero, una denuncia di una giovane ricca, nera e lesbica potrebbe sollevare un autentico vespaio, perché non crederle significherebbe beccarsi in automatico del sessista, razzista e omofobo, ma l’ambiguità su questi argomenti è davvero scivolosa e pericolosa. E il film, che risulta piuttosto lento e poco appassionante, scivola parecchio, al di là delle ottime intenzioni del regista, il cui sguardo ovviamente non è mai superficiale, ha già dimostrato di saper rappresentare con raffinatezza sottile l’omosessualità in altri suoi lavori e in generale continua ad amare porre sfide all’intelligenza e sensibilità del suo pubblico.

Nota di merito alla splendida colonna sonora che spazia dalla classica contemporanea al rock indipendente, passando per il cantautorato con John Adams, Ryuichi Sakamoto, The National, The Smiths, Morrissey, Everything But The Girl, Stan Getz feat. Joao Gilberto, Antonio Carlos Jobim, Leo Ferré, il nostro Piero Ciampi e musiche originali di Trent Reznor e Atticus Ross.

Concludiamo con una riflessione sulla distribuzione: After the Hunt, presentato fuori concorso alla 82° Mostra del Cinema di Venezia, è arrivato nelle sale italiane il 16 ottobre, con distribuzione Eagle Pictures, ma, in quanto produzione degli Amazon MGM Studios, oltre che di Imagine Entertainment, Frenesy Film Company e Big Indie Pictures, il 20 novembre è approdato su Amazon Prime. Se Netflix dovesse davvero acquisire gli studi cinematografici e televisivi di Warner Bros., HBO Max e HBO, nonostante Paramount Skydance abbia rilanciato ancora, e la fusione dovesse quindi passare anche il vaglio delle autorità competenti, come quello del garante delle comunicazioni della FCC, quanti film arriveranno prestissimo sulle piattaforme di streaming o non arriveranno mai in sala? Le piattaforme sono utilissime e consentono di recuperare i film che non si è riusciti a vedere al cinema, ma fino a quando esisteranno ancora sale di proiezione? Ai posteri l’ardua sentenza.


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