Lee Chang-dong

Drammatico

Lee Chang-dong Poetry


2010 » RECENSIONE | Drammatico | NUOVI SPUNTI
Con Yu Junghee, Da-wit Lee, Kim Hira, Ahn Naesang



09/12/2020 di Alessandro Lonardo
Lee Cang-dong entra nel mondo del cinema scrivendo sceneggiature caratterizzate per il realismo e la critica sociale. Questi aspetti si ritrovano in tutte le sue opere e quindi in Poetry del 2010.
Film vincitore del premio a Cannes per la miglior sceneggiatura, ha per protagonista Yang Mi-ja, signora elegante quasi settantenne che vive con il nipote Jong-wook e che, nonostante le apparenze, sopravvive con un sussidio statale e un lavoretto da badante. Il film racconta come il suicidio di una adolescente e le sue conseguenze turbino la loro esistenza.

Poetry è un melodramma che realizza una dura critica alla società sudcoreana classista e maschilista. Gli ultimi, rappresentati da personaggi poveri, malati o anziani; sono abbandonati dalle istituzioni e più in generale dalla comunità, simboleggiata in parte dai padri dei compagni di classe di Jon-wook. Essi, supportati dalla scuola e giustificati dalla polizia, cercano di comprare il silenzio della madre della giovane suicida non riuscendo a vedere nella morte di una giovane ragazza povera null'altro che una potenziale minaccia per la loro reputazione e quella dei loro figli.

La società patriarcale coreana è così rappresentata in maniera impietosa. In essa la donna è rispettata formalmente ma ignorata nella sostanza se non addirittura violentata. Uniche eccezioni sono rappresentate dall'insegnante di poesia e dal poliziotto che è stato retrocesso e trasferito per aver cercato di denunciare la corruzione interna alla polizia.

L'analisi critica di Lee Chang-dong non è però grossolana, non bipartisce la realtà tra donne buone e maschi cattivi ma cerca d'interrogarsi su quali siano le motivazioni di questa situazione e molte sembrano ricondurre ad una sostanziale incomunicabilità sia tra sessi che tra generazioni.
Sono infatti diversi i momenti in cui Yan Mi-ja cerca di esprimersi ma trova disinteresse, più che incapacità a comprenderla. Inoltre, quasi tutti i personaggi si sentono soli e soprattutto i maschi, sia giovani che anziani, sono contraddistinti per la loro apatia nei confronti dei drammi altrui, soprattutto se femminili, e per il loro opportunismo (basti pensare alla figura del giornalista che sfrutta il dramma per arricchirsi personalmente).

Parte di questi temi sono introdotti all'inizio del film, momento che fornisce anche preziose indicazioni sullo stile che contraddistinguerà l'opera e che si definisce per i piani fissi, l'assenza di musica extradiegetica, le lente panoramiche, le scene distese, i silenzi e le immagini simboliche.
Queste ultime sono però dosate ed inserite perfettamente in un'estetica realista che, nonostante lo spiccato minimalismo, ricerca inquadrature suggestive, dai colori leggermente saturi. Esse, realizzate spesso attraverso la macchina a mano, seguono ed isolano i vari personaggi che, anche quando secondari, il regista cerca di caratterizzare il più possibile. Ed è questo il più grande pregio di Lee Chang-dong, la capacità di direzione attoriale che gli aveva già fruttato alcuni premi per le migliori interpretazioni femminili, tra cui quella a Jeon Do-yeon, protagonista di Secret Sunshine. Servendosi di piani fissi, long take e piani sequenza; Lee Chang-dong intensifica i drammi dei suoi personaggi senza però eccedere in sentimentalismi e realizzando scene dal forte impatto visivo (come quella del pianto di Yang Mi-ja sotto la doccia) puntando all'identificazione tra spettatore e personaggio.

Altro elemento d'interesse di Poetry riguarda la riflessione che Lee Chang-dong compie riguardo il tema tipicamente buddista dell'impermanenza richiamato sia attraverso le riflessioni, i versi poetici e le immagini della natura in continuo mutamento; sia dallo svolgimento del film che procede in maniera lineare, senza flashback, nonostante il presente dei protagonisti sia fortemente influenzato dal passato e dal suo ricordo.

Per quanto concerne i limiti di Poetry, essi riguardano un'eccessiva lentezza della narrazione (riscontrabile nella prima parte del film) e alcune situazioni affrontate in maniera sbrigativa, ad esempio la sequenza del dialogo tra Yan Mi-ja e Mr. Kang per la richiesta del prestito.

Queste criticità non sono però tali da inficiare un film che risulta realistico e poetico, minimalista ma che presenta immagini pittoriche e toccanti.

Il titolo dell'opera fa riferimento all'arte della poesia che Yang Mi-ja scopre attraverso un corso e che le permetterà di osservare il mondo con occhi differenti. Attraverso l'immedesimazione nella giovane suicida, simbolo di una condizione femminile di disagio, la protagonista prende coscienza di sé e compie così un atto di ribellione nei confronti della comunità in cui vive. Quest'ultima è composta da umanità crudeli ed apatiche ma anche da sensibilità rare che provano a comprendersi, ad aiutarsi e che cercano rifugio e fuga nella natura piuttosto che nella civiltà.

La critica a quest'ultima viene presentata con eleganza e distacco poiché Lee Chang-dong preferisce dedicare la propria voce e dignità a chi ne è stato privato piuttosto che schierarsi ed esprimere condanne. Lui osserva i propri personaggi e con sguardo empatico ne rappresenta le azioni e le reazioni agli eventi subiti. A questo proposito, una nota di merito va, oltre che alla già citata capacità di direzione attoriale del regista, all'eccellente interpretazione del personaggio di Yang Mi-ja da parte di Yoon Jeong-hee.