Jafar Panahi Un semplice incidente
2025 » RECENSIONE | Drammatico | Thriller
Con Vahid Mobasseri, Mariam Afshari, Ebrahim Azizi, Hadis Pakbaten, Majid Panahi, Ali Elyasmehr





12/11/2025 di Roberto Codini
Un semplice capolavoro: il cinema universale di Panahi “Se mi incarcerano, ci farò un altro film”.
Nanni Moretti, in una scena di Io sono un autarchico, diceva: “Hanno scoperto adesso Laura Antonelli. Io la seguo fin da Incontro d'amore a Bali, Ugo Liberatore, 1970”. Parafrasando Moretti, verrebbe da dire: hanno scoperto ora Jafar Panahi. Io lo seguo da Il palloncino bianco, 1995.
Panahi è un regista coraggioso, che ci ha regalato grandissimi film con davvero pochi mezzi, continuando a realizzare film anche nella sua condizione di detenuto. Taxi Teheran, Tre volti, Gli orsi non esistono, sono gli ultimi lavori.
Anche questo film parte dall’automobile: c’è una coppia in macchina con una bambina, è notte e le strade sembrano quelle di Mullholland drive. C’è un incidente, un semplice incidente, viene investito un animale. La coppia si ferma in una casa e il guidatore viene riconosciuto dal proprietario: è l’uomo che lo aveva torturato quando lui, come altri, era prigioniero di un regime ormai caduto. Scatta allora l’umano desiderio di vendetta, ma resta il dubbio che la persona incontrata non sia quella giusta. Il presunto torturatore viene bendato e incatenato e, come Un borghese piccolo piccolo di Monicelli, deve scontare la pena.
Al protagonista si aggiungono altri due personaggi, anche essi vittime di torture: una fotografa e un altro uomo, questo deciso a vendicarsi, ma che presto uscirà di scena. La vittima e il carnefice. È lui o non è lui? Vendetta o non vendetta? Questo è l’amletico dilemma. Il film ha tutte la caratteristiche del giallo, dello psico-dramma e questa volta affronta il tema della libertà guardandola in faccia, senza retorica e senza espedienti. La regia è asciutta, tesa e spietata, nulla viene risparmiato e, nonostante l’abile utilizzo della camera fissa, la tensione si avverte.
Il deserto sembra quello di Breaking bad e i protagonisti sembrano attori di Quentin Tarantino. Come finirà? Quando i protagonisti raccoglieranno la confessione e le suppliche del prigioniero, dovranno prendere una decisione, per nulla scontata.
In una delle scene finali c’è una coppia vicino a un albero, che ricorda il meraviglioso piccione seduto su un ramo che riflette sull’esistenza, ma anche qui non si vede nessun piccione, ma si riflette sull’esistenza, sulla vita, sulla morte, sulla vendetta e sul perdono. La risposta la darà il regista, giustamente premiato a Cannes, che si rivela ormai uno dei più grandi registi viventi.
Jafar, hai ancora tante cose da insegnarci.
Nanni Moretti, in una scena di Io sono un autarchico, diceva: “Hanno scoperto adesso Laura Antonelli. Io la seguo fin da Incontro d'amore a Bali, Ugo Liberatore, 1970”. Parafrasando Moretti, verrebbe da dire: hanno scoperto ora Jafar Panahi. Io lo seguo da Il palloncino bianco, 1995.
Panahi è un regista coraggioso, che ci ha regalato grandissimi film con davvero pochi mezzi, continuando a realizzare film anche nella sua condizione di detenuto. Taxi Teheran, Tre volti, Gli orsi non esistono, sono gli ultimi lavori.
Anche questo film parte dall’automobile: c’è una coppia in macchina con una bambina, è notte e le strade sembrano quelle di Mullholland drive. C’è un incidente, un semplice incidente, viene investito un animale. La coppia si ferma in una casa e il guidatore viene riconosciuto dal proprietario: è l’uomo che lo aveva torturato quando lui, come altri, era prigioniero di un regime ormai caduto. Scatta allora l’umano desiderio di vendetta, ma resta il dubbio che la persona incontrata non sia quella giusta. Il presunto torturatore viene bendato e incatenato e, come Un borghese piccolo piccolo di Monicelli, deve scontare la pena.
Al protagonista si aggiungono altri due personaggi, anche essi vittime di torture: una fotografa e un altro uomo, questo deciso a vendicarsi, ma che presto uscirà di scena. La vittima e il carnefice. È lui o non è lui? Vendetta o non vendetta? Questo è l’amletico dilemma. Il film ha tutte la caratteristiche del giallo, dello psico-dramma e questa volta affronta il tema della libertà guardandola in faccia, senza retorica e senza espedienti. La regia è asciutta, tesa e spietata, nulla viene risparmiato e, nonostante l’abile utilizzo della camera fissa, la tensione si avverte.
Il deserto sembra quello di Breaking bad e i protagonisti sembrano attori di Quentin Tarantino. Come finirà? Quando i protagonisti raccoglieranno la confessione e le suppliche del prigioniero, dovranno prendere una decisione, per nulla scontata.
In una delle scene finali c’è una coppia vicino a un albero, che ricorda il meraviglioso piccione seduto su un ramo che riflette sull’esistenza, ma anche qui non si vede nessun piccione, ma si riflette sull’esistenza, sulla vita, sulla morte, sulla vendetta e sul perdono. La risposta la darà il regista, giustamente premiato a Cannes, che si rivela ormai uno dei più grandi registi viventi.
Jafar, hai ancora tante cose da insegnarci.