Jafar Panahi Taxi Teheran
2015 » RECENSIONE | Documentario | Drammatico
Con Jafar Panahi
19/09/2015 di Alessandro Leone
La storia di Jafar Panahi è quella di una repressione da cui scaturisce un'innata e spasmodica necessità di dirigere, scrivere, girare un film. Nel vecchio continente, abituati a pensare e pensarla in maniera occidentalizzata, ci stupiamo ancora che possano verificarsi episodi del genere e, per quanto possiamo reputarci superiori, per il semplice fatto di aver raggiunto una sorta di emancipazione politica democratica, dobbiamo approcciarci ad un film di Panahi privi di pregiudizi, condividendo il suo status e cercando in qualsiasi modo di viverlo poiché, di forme di repressione, ne è piena anche l’Europa.
La lunga storia del regista iraniano comincia nella tv nazionale, anno 1994, ma già dal 2000 con Il Cerchio subisce le prime censure e ne è causa quel “sordido realismo” che nel suo ultimo film, Taxi Teheran, entra a far parte addirittura di quell’immaginario iraniano auto-costruito dove la realtà che si vede, benché sia uno strumento del potere, non può essere rappresentata in quel modo ma con un filtro atto ad eliminare determinati episodi ed offrire una visione diversificata del paese. A ciò Pahani si ribella anche nel film successivo, Offside, dove alcune ragazze si travestono da uomini per assistere ad una partita della nazionale ed in cui il paradosso funge da contraltare tra commedia e dramma. Ma, dicevamo, tutto ciò si inscrive decisamente nelle vicissitudini affrontate dal regista nel corso della sua vita ed in cui, proseguendo nella sua filmografia, egli ri-attua in un linguaggio cinematografico tremendamente realistico. Il 2 marzo del 2010 prende parte ai movimenti di protesta contro il regime iraniano e dopo la scarcerazione sotto cauzione viene nuovamente rinchiuso per sei anni con l’aggravante del divieto a vita di sostenere interviste, dirigere, scrivere all’interno e fuori del territorio nazionale.
E’ da qui che prendiamo spunto per compiere un salto temporale fino al 2015, anno in cui Pahani inventa un nuovo stratagemma per sfuggire al rigido controllo della autorità e divulgare per l’ennesima volta la sua voce fuori dal coro. Taxi Teheran è un opera che si propose inizialmente come documentaristica: si tratta infatti di un viaggio in taxi dove Pahani è l’autista/regista che tramite l’utilizzo di una telecamera nascosta cerca di individuare alcune tipologie di “iranianità” nei passeggeri. Questi, accortisi dell’idea, hanno chiesto impauriti che Pahani evitasse di mostrare ai quattro venti il loro volto. Dunque, il film si è trasformato in un documentario/film nel quale gli attori prestano la loro persona pur cercando di restare nell’anonimato ed ognuno di essi rappresenta una forma d’essere iraniana, tra tentativi di eludere il controllo dittatoriale e fanatici detentori di una religiosità e rispetto eccessivi. Ancora meglio possiamo dire che, data la struttura ascendente, Pahani si esprima attraverso determinati soggetti senza direttamente alludere ad opinioni su alcuni aspetti politici. E così nella prima scena già abbiamo due individui agli antipodi di cui uno, il contrario alla pena di morte, non tarderebbe ad essere definito dai suoi connazionali come “occidentale” per i suoi pensieri progressisti mentre l’altro, che comunque rispetta la nostra visione dell’Iran, è pronto a risolvere qualunque problema usando la punizione come esempio generalizzato. Tra i due si nasconde un terzo personaggio, un attempato signore con sei dita affetto da nanismo, che in passato, stando alla costruzione della trama, ha offerto a Pahani copie illegali di film occidentali censurati in Iran. Egli stesso riconosce il regista e lo usa, a suo conto senza volerlo, come garanzia di successo per i suoi affari mostrandoci un altro lato della repressione nazionale. Seguono due fanatiche signore, la cui superstizione le porta a credere che, solo riportando i pesci pescati un anno prima nella stessa foce, loro possano continuare a vivere e nella loro piena religiosità sono pronte a rinunciare a qualsiasi rapporto umano deridendo e criticando Pahani per la sua lentezza alla guida.
I soggetti o forse faremmo meglio a dire le “caricature” si susseguono senza sosta dando l’impressione di uno stile di vita caotico, come una capitale, in questo caso Teheran, sta a dimostrare. Alcuni di essi restano particolarmente impressi per il significato che nascondo. Innanzitutto la “nipote” di Pahani, che ispirata dallo zio vorrebbe girare un cortometraggio per la sua scuola ma questa le impone le stesse regole a cui il regista si ribella. Parlavamo appunto di sordido realismo, che funge da fondamento da cui partire, ma allo stesso tempo i personaggi devono rispecchiare il tipico iraniano opposto all’occidentale: sono vietati dunque giacca e cravatta, nomi europei e si preferisce la barba e nomi profetici. Ma la bambina dimostra l’influsso dello zio quando si lascia andare ad una esclamazione: “perché rappresentare una realtà diversa da quella che egli stessi hanno creato?” o basterebbe semplicemente chiedersi “perché rappresentare una realtà che non è realtà?”. Solo poco prima, Pahani si era fermato a parlare con un suo amico di vecchia data, il quale gli rivelò di esser stato derubato e picchiato dalla stessa persona che ogni giorno gli serve il caffè al bar. Da qui deriva un altro significativo scambio di quesiti. Pahani chiede al suo amico che faccia possa avere un ladro e lui gli risponde “quella di tutti” e la rabbia scorre dentro le sue vene perché a fargli del male sono uomini come lui, con cui, anzi, dovrebbe condividere la fratellanza che i connazionali di solito rappresentano. Il movimento ascendente raggiunge il culmine quando Pahani offre un passaggio ad un’altra attivista che, pur accorgendosi della telecamera, senza peli sulla lingua si dilunga sulla reale situazione iraniana completando l’esplosione di disgusto che negli altri aumentava sempre di più fino a manifestarsi negli occhi di una bambina di dodici anni. Come dicevamo, Pahani non si esprime mai e se lo fa non parrebbe destare alcun sospetto se non per il fatto che sia lui stesso ad architettare il tutto ma con il clima che si respira è difficile sentirsi sicuri ed il finale lo lascia intendere. Resta un dissidente coraggioso, la cui mente non è stata contaminata dal dettame del potere ed insegue imperterrito l’emancipazione per tutto e tutti, anche coloro i quali parrebbero non chiederla.
La lunga storia del regista iraniano comincia nella tv nazionale, anno 1994, ma già dal 2000 con Il Cerchio subisce le prime censure e ne è causa quel “sordido realismo” che nel suo ultimo film, Taxi Teheran, entra a far parte addirittura di quell’immaginario iraniano auto-costruito dove la realtà che si vede, benché sia uno strumento del potere, non può essere rappresentata in quel modo ma con un filtro atto ad eliminare determinati episodi ed offrire una visione diversificata del paese. A ciò Pahani si ribella anche nel film successivo, Offside, dove alcune ragazze si travestono da uomini per assistere ad una partita della nazionale ed in cui il paradosso funge da contraltare tra commedia e dramma. Ma, dicevamo, tutto ciò si inscrive decisamente nelle vicissitudini affrontate dal regista nel corso della sua vita ed in cui, proseguendo nella sua filmografia, egli ri-attua in un linguaggio cinematografico tremendamente realistico. Il 2 marzo del 2010 prende parte ai movimenti di protesta contro il regime iraniano e dopo la scarcerazione sotto cauzione viene nuovamente rinchiuso per sei anni con l’aggravante del divieto a vita di sostenere interviste, dirigere, scrivere all’interno e fuori del territorio nazionale.
E’ da qui che prendiamo spunto per compiere un salto temporale fino al 2015, anno in cui Pahani inventa un nuovo stratagemma per sfuggire al rigido controllo della autorità e divulgare per l’ennesima volta la sua voce fuori dal coro. Taxi Teheran è un opera che si propose inizialmente come documentaristica: si tratta infatti di un viaggio in taxi dove Pahani è l’autista/regista che tramite l’utilizzo di una telecamera nascosta cerca di individuare alcune tipologie di “iranianità” nei passeggeri. Questi, accortisi dell’idea, hanno chiesto impauriti che Pahani evitasse di mostrare ai quattro venti il loro volto. Dunque, il film si è trasformato in un documentario/film nel quale gli attori prestano la loro persona pur cercando di restare nell’anonimato ed ognuno di essi rappresenta una forma d’essere iraniana, tra tentativi di eludere il controllo dittatoriale e fanatici detentori di una religiosità e rispetto eccessivi. Ancora meglio possiamo dire che, data la struttura ascendente, Pahani si esprima attraverso determinati soggetti senza direttamente alludere ad opinioni su alcuni aspetti politici. E così nella prima scena già abbiamo due individui agli antipodi di cui uno, il contrario alla pena di morte, non tarderebbe ad essere definito dai suoi connazionali come “occidentale” per i suoi pensieri progressisti mentre l’altro, che comunque rispetta la nostra visione dell’Iran, è pronto a risolvere qualunque problema usando la punizione come esempio generalizzato. Tra i due si nasconde un terzo personaggio, un attempato signore con sei dita affetto da nanismo, che in passato, stando alla costruzione della trama, ha offerto a Pahani copie illegali di film occidentali censurati in Iran. Egli stesso riconosce il regista e lo usa, a suo conto senza volerlo, come garanzia di successo per i suoi affari mostrandoci un altro lato della repressione nazionale. Seguono due fanatiche signore, la cui superstizione le porta a credere che, solo riportando i pesci pescati un anno prima nella stessa foce, loro possano continuare a vivere e nella loro piena religiosità sono pronte a rinunciare a qualsiasi rapporto umano deridendo e criticando Pahani per la sua lentezza alla guida.
I soggetti o forse faremmo meglio a dire le “caricature” si susseguono senza sosta dando l’impressione di uno stile di vita caotico, come una capitale, in questo caso Teheran, sta a dimostrare. Alcuni di essi restano particolarmente impressi per il significato che nascondo. Innanzitutto la “nipote” di Pahani, che ispirata dallo zio vorrebbe girare un cortometraggio per la sua scuola ma questa le impone le stesse regole a cui il regista si ribella. Parlavamo appunto di sordido realismo, che funge da fondamento da cui partire, ma allo stesso tempo i personaggi devono rispecchiare il tipico iraniano opposto all’occidentale: sono vietati dunque giacca e cravatta, nomi europei e si preferisce la barba e nomi profetici. Ma la bambina dimostra l’influsso dello zio quando si lascia andare ad una esclamazione: “perché rappresentare una realtà diversa da quella che egli stessi hanno creato?” o basterebbe semplicemente chiedersi “perché rappresentare una realtà che non è realtà?”. Solo poco prima, Pahani si era fermato a parlare con un suo amico di vecchia data, il quale gli rivelò di esser stato derubato e picchiato dalla stessa persona che ogni giorno gli serve il caffè al bar. Da qui deriva un altro significativo scambio di quesiti. Pahani chiede al suo amico che faccia possa avere un ladro e lui gli risponde “quella di tutti” e la rabbia scorre dentro le sue vene perché a fargli del male sono uomini come lui, con cui, anzi, dovrebbe condividere la fratellanza che i connazionali di solito rappresentano. Il movimento ascendente raggiunge il culmine quando Pahani offre un passaggio ad un’altra attivista che, pur accorgendosi della telecamera, senza peli sulla lingua si dilunga sulla reale situazione iraniana completando l’esplosione di disgusto che negli altri aumentava sempre di più fino a manifestarsi negli occhi di una bambina di dodici anni. Come dicevamo, Pahani non si esprime mai e se lo fa non parrebbe destare alcun sospetto se non per il fatto che sia lui stesso ad architettare il tutto ma con il clima che si respira è difficile sentirsi sicuri ed il finale lo lascia intendere. Resta un dissidente coraggioso, la cui mente non è stata contaminata dal dettame del potere ed insegue imperterrito l’emancipazione per tutto e tutti, anche coloro i quali parrebbero non chiederla.