Amy Berg It’s Never Over, Jeff Buckley
2025 » RECENSIONE | Documentario | Storico | SPECIALE FESTA DEL CINEMA DI ROMA
Con Jeff Buckley, Ben Harper, Aimee Mann, Rebecca Moore, Joan Wasser





20/10/2025 di Arianna Marsico
Jeff Buckley in fondo non se ne è mai andato, ci ha solo salutati per vederci poi "dall' altra parte". It's never over, Jeff Buckley, documentario presentato alla Festa del cinema di Roma, per la regia di Amy Berg, sta lì per ricordarcelo.
Era il 1997 quando una corrente del Wolf River lo portava in fondo per sempre, proprio quando forse, essendo sul punto di registrare il nuovo disco, stava rimettendo insieme i pezzi della propria vita e fronteggiando i demoni della depressione. Una vita non semplice, nonostante l'immenso amore della madre Mary Guibert (suoi gli interventi più toccanti), segnata dal precoce abbandono da parte del padre Tim Buckley, il celebre cantautore, il cui ricordo sembrava quasi perseguitarlo. Nonostante lo avesse conosciuto appena, una settimana felice, ma breve, non mancavano le domande su cosa avesse ereditato da lui, domanda alla quale rispose "Le persone che mi chiedono di lui. Prossima domanda?".
Un rapporto tormentato anche se fu proprio il tributo Greetings from Tim Buckley, a Brooklyn, che gli permise nel 1991 di mettere in mostra il suo straordinario talento, sia come musicista sia come cantante.
Una voce angelica e potente che difficilmente trova paragoni, ora dolce, ora sconsolata. Ma la visione del documentario, a cui fanno partecipato anche Rebecca Moore, Joan Wasser (Joan As Police Woman), Ben Harper e Michael Tighe, permette di ricostruire anche il lato scherzoso, giocherellone e affettuoso di Jeff. Jeff che forse voleva solo suonare senza le conseguenze del successo. Sentiva tantissimo le necessità e le pressioni della casa discografica, di non deludere con il successore di Grace. "L'arte è impossibile senza la vita normale" diceva (e questo ricorda un po' quello che disse, in tempi più recenti, Andrea Laszlo De Simone quando annunciò un periodo di pausa), ed eccolo alla ricerca della normalità a Memphis, a ritrovare una dimensione come quella dello Sin'E, dove essere se stesso, senza l'ombra di Grace e soprattutto quella di Tim.
Ma in fondo “It's never over”, la magia sta tutta qui, ogni volta che si rimette su il disco, quando un angelo sembra sedertisi a fianco e cantare solo per te.
Era il 1997 quando una corrente del Wolf River lo portava in fondo per sempre, proprio quando forse, essendo sul punto di registrare il nuovo disco, stava rimettendo insieme i pezzi della propria vita e fronteggiando i demoni della depressione. Una vita non semplice, nonostante l'immenso amore della madre Mary Guibert (suoi gli interventi più toccanti), segnata dal precoce abbandono da parte del padre Tim Buckley, il celebre cantautore, il cui ricordo sembrava quasi perseguitarlo. Nonostante lo avesse conosciuto appena, una settimana felice, ma breve, non mancavano le domande su cosa avesse ereditato da lui, domanda alla quale rispose "Le persone che mi chiedono di lui. Prossima domanda?".
Un rapporto tormentato anche se fu proprio il tributo Greetings from Tim Buckley, a Brooklyn, che gli permise nel 1991 di mettere in mostra il suo straordinario talento, sia come musicista sia come cantante.
Una voce angelica e potente che difficilmente trova paragoni, ora dolce, ora sconsolata. Ma la visione del documentario, a cui fanno partecipato anche Rebecca Moore, Joan Wasser (Joan As Police Woman), Ben Harper e Michael Tighe, permette di ricostruire anche il lato scherzoso, giocherellone e affettuoso di Jeff. Jeff che forse voleva solo suonare senza le conseguenze del successo. Sentiva tantissimo le necessità e le pressioni della casa discografica, di non deludere con il successore di Grace. "L'arte è impossibile senza la vita normale" diceva (e questo ricorda un po' quello che disse, in tempi più recenti, Andrea Laszlo De Simone quando annunciò un periodo di pausa), ed eccolo alla ricerca della normalità a Memphis, a ritrovare una dimensione come quella dello Sin'E, dove essere se stesso, senza l'ombra di Grace e soprattutto quella di Tim.
Ma in fondo “It's never over”, la magia sta tutta qui, ogni volta che si rimette su il disco, quando un angelo sembra sedertisi a fianco e cantare solo per te.