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Francesco Meoni ONCE I WAS. OLTRE LA STORIA DI TIM E JEFF BUCKLEY
A Roma, in un piccolo teatro di Trastevere, il Teatro Spazio Uno, un incanto ha riunito Tim e Jeff Buckley
Once I was, scritto diretto ed interpretato da Francesco Meoni, è uno spettacolo che va oltre il racconto della storia di Tim e Jeff Buckley. È concerto, grazie ai bravissimi musicisti tra i quali spicca Vincenzo Marti che quando canta Dream brother fa venire i brividi. E’ poesia, grazie all’intensità dei monologhi di Meoni. E’ indagine del doloroso rapporto tra un padre troppo giovane ed un figlio cresciuto troppo in fretta.Francesco Meoni interpreta Tim Buckley, corpo e voce narrante del monologo. La scena si apre con la lettura del diario del figlio. Poi Tim inizia a narrare la propria infanzia, con un padre violento ed alcolizzato, a causa del quale inizierà molto presto ad essere affascinato dall’alcol. La musica diventa una via di fuga, una sperimentazione dell’infinito. Ed in questa fuga incontrerà la giovane Mary, a sua volta vittima di un padre violento.
Ma sono troppo, troppo giovani, così alla nascita di Jeff Tim, nemmeno ventenne, si rivelerà incapace di essere un marito ed un padre. L’uscita del suo primo disco anticipa di poco ed oscura la nascita del figlio. Sarà il primo di nove album, tra alterne fortune in termini di vendite ed un rapporto turbolento con Herb Coen.
I Never Asked to Be Your Mountain, eseguita con intensità da Meoni, è una confessione di fragilità:
“O I never asked to be your mountain
I never asked to fly
Remember when you came to me
And told me of his lies
You didn't understand my love
You don't know why I try
And the rain was falling on that day
And damn the reason why”
Jeff crescerà colmo di vuoto, carico di rabbia e pena verso quel padre assente, che lo fa sentire come un fiammifero. Toccante è il racconto di come si concludono i giorni delle vacanze di Pasqua passate insieme. Tim scrive su un pacchetto di fiammiferi per Jeff il proprio numero di telefono “per restare in contatto” ora che finalmente si erano conosciuti un po’ di più. E Jeff ne tira fuori 8, accendendoli e spegnendoli come se fossero candeline su una torta di compleanno, per recuperare tutti i compleanni passati senza il padre.
Anni dopo, paradossalmente con il supporto di Herb Coen, Jeff con Grace schizzerà in alto nel firmamento musicale. Ma nonostante il successo non tutto va come previsto.
Non è bastato aver suonato Once I was di Tim ad un concerto in sua memoria. Non bastano le domande sulla sua infanzia nelle interviste. No, ci sono pure i fans di Tim che gli chiedono di eseguire i suoi pezzi durante i concerti. E quando cede alla richiesta, la magia è raggelante.
Ma Grace brilla e Jeff sembra un angelo pieno di grazia quando canta e quando suona. Dream Brother e Grace sono i brani magistralmente eseguiti durante la pièce che quasi lo riportano tra noi.
Ma l’angelo ha le ali malate. Malate di assenza o chissà di cosa.
E The river di Tim ce ne racconta l’epilogo.
Padre e figlio si riuniscono nella finale Hallelujah, cantata da Meoni e da Marti, che divora il cuore come non mai. Sugli applausi Meoni pare commosso, e racconta che alcuni dei musicisti in precedenza erano stati spettatori, giusto per darvi un’idea di quanto Once I was possa essere coinvolgente.
La caratteristica principale dell’opera di Meoni è l’avere un qualcosa di universale che permette di conquistare anche chi non abbia una grande conoscenza dei meravigliosi dischi di Tim e Jeff.
Perché, in fondo, ognuno è stato figlio.