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Alejandro González Iñárritu

BABEL

Alejandro González Iñárritu


2006 » RECENSIONE | Drammatico
Con Cate Blanchett, Brad Pitt, Gael García Bernal, Mahima Chaudhry, Mahima Chaudhry, Kôji Yakusho, Shilpa Shetty, Lynsey Beauchamp

di Claudio Mariani
Quanto influisce l’umore dello spettatore, la predisposizione mentale, nella visione di un film? Tantissimo, non ci sono dubbi, e più il film è drammatico, più questo fattore conta. E su una scala da 1 a 10, di drammaticità Iñárritu raggiunge tranquillamente gli 11. Alla sua terza pellicola, il regista messicano mette da parte la componente d’azione pura che comunque caratterizzava quantomeno “Amoresperros” concentrandosi solamente sulla storia. Storia che ancora una volta non è semplice, trae spunto dalle incomprensioni derivanti dalla biblica torre ricordata nel titolo, racconta tre storie che si svolgono in tre continenti diversi, dal Marocco dove i coniugi americani in crisi Pitt-Blanchett vivono una tragedia a causa della facilità con cui il padre contadino dà un fucile ai suoi due piccoli figli, agli Stati Uniti dove i figli della coppia sono affidati alla tata messicana che non potendo mancare al matrimonio del figlio li porta con sé oltre frontiera, affrontando un’avventura tragica, e poi c’è il Giappone, Tokyo, dove una ragazza sordomuta è alle prese con il ricordo della madre morta, con i problemi relazionali, con la sua sessualità. La parte migliore della pellicola è ancora una volta la capacità dello sceneggiatore Arriaga e di Iñárritu nel sapersi muove “ad incastro” con salti temporali degni di un film sulla macchina del tempo, anzi questa volta fanno di più, molto di più, muovendosi oltre che nel tempo, anche nello spazio, una vera avventura spazio-temporale. Con questa tecnica affinata la tensione della storia è sempre presente, e il cervello viaggia, per capire che punto della storia si sta affrontando. Arriaga è uno dei migliori sceneggiatori (e scrittori) degli ultimi anni, le sue storie sono impregnate di fantasia nel reale (oltre ai film di Iñárritu ricordiamo il bellissimo “Le tre sepolture”) ma in questo caso fa un leggero passo indietro, perché, se il film dal punto di vista narrativo è impeccabile, non si capisce perché due delle tre storie (quella negli Stati Uniti e in Marocco) viaggino su un doppio filo inseparabile, mentre la vicenda a Tokyo, più poetica e digeribile, sembra essere messa lì e legata con un pretesto che poco ha a che fare con la storia stessa. Rimane comunque una bella opera ma che rischia di essere indigeribile se non si fa un po’ di stretching mentale prima della visione. Iñárritu comunque rende magistralmente il senso opprimente della tensione e dirige bene gli attori, appiattendo Brad Pitt e co. nella maniera giusta. Qualcuno definisce i primi tre film del regista una trilogia, adesso forse sarebbe il caso di dedicarsi meno a quel senso di claustrofobia che pervade le sue opere, all’argomento morte, sempre presente (sembra un novello Egoyan) ed esplorare altre tematiche. L’impressione finale (personalissima) è che “Babel” sia un film più bello da ricordare che da vedere, come la vita stessa…

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