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Alejandro González Iñárritu

21 GRAMMI

Alejandro González Iñárritu


2003 » RECENSIONE |
Con Sean Penn, Benicio Del Toro, Naomi Watts, Charlotte Gainsbourg

di Claudio Mariani
Le premesse c’erano tutte: un regista che con il precedente Amores Perros aveva stupito tutti dando prova di grandi capacità, due tra i migliori attori della Hollywood non-allineata (ma sarà poi così?), un titolo accattivante e delle critiche d’oltreoceano lusinghiere che hanno preceduto la pellicola. C’erano, in pratica, grandi possibilità che il primo film americano di Iñárritu deludesse, come spesso accade quando le aspettative sono alte. Stavolta non è andata così, perché 21 grammi emoziona, sconvolge, spaventa e soprattutto convince fin dalle primissime scene. Scene che, tipico dello stile del regista, sono forti, colpiscono in alcuni casi direttamente allo stomaco che resta irrimediabilmente contuso.
21 grammi è il peso corporeo che si dice si perda al momento della morte, per alcuni è il peso dell’anima, un niente, soprattutto al confronto del turbinio di emozioni che una perdita scatena nelle esistenze di chi rimane in vita, di chi si trova vedova e senza più figli, di chi deve affrontare inevitabilmente il suo futuro, di chi vuole risorgere grazie ad essa e di chi si distrugge e devasta al solo pensiero. E della morte sono pervase le vite di tutti i protagonisti, direttamente o indirettamente, esistenze sconvolte e rivoluzionate dal Fato con la f maiuscola, sempre lì in agguato, inesorabile a indirizzare le nostre ignare vite verso percorsi sempre più complicati, tortuosi e di cui, spesso o volentieri, non si intravede la fine. E per raccontare ciò Iñárritu si serve di un mosaico complicato quanto affascinante degno del Tarantino dei tempi di Pulp Fiction: anticipi narrativi, fini e inizi di storie, accavallamenti, una serie di videoclip nei quali trasuda la tragedia inevitabile e in cui lo spettatore distratto rischia di perdersi. Per rendere perfettamente tutto il discorso il regista messicano si affida a uno Sean Penn “malato” e a un Benicio Del Toro “maledetto”, anche da se stesso. Del primo non ci stupiamo ormai più, è un attore che travalica il suo tempo, uno dei pochi della sua generazione che resterà nei decenni, sempre all’eccesso ma mai sopra le parti, come altri grandi attori sono risultati nel corso della loro carriera (uno su tutti: Christofer Walken); per quanto riguarda Del Toro, invece, questa è la sua consacrazione a cavallo di razza, con un personaggio di fanatico religioso in cerca d’espiazione che rende con stupefacente realtà; sublime. La sorpresa è invece Naomi Watts, che risulta convincente in ogni momento della pellicola, che sia fatta di pastiglie, ubriaca, persa per la morte dei suoi cari, o semplicemente vendicativa, come il suo ruolo richiede. Citazione anche per la mai dimenticata figlia illustre Charlotte Gainsbourg.
Dunque un regista che diviene completo grazie a un altro film che sopravvivrà nel tempo, grandiosi attori, cosa si può chiedere di più? Forse la storia…e guarda a caso non manca neanch’essa, anzi, in questo caso si tratta di diverse storie che girano tutte attorno a una principale. Tutto passa per i quattro personaggi: il professor Rivers che sembra già spacciato e che poi risorge grazie al trapianto del cuore del marito di Cristina, ucciso da Jack, il “pirata assassino” che cerca nella religione l’espiazione delle sue pene di una vita oltre i margini. Alla fine succederà di tutto, e non è giusto raccontarlo, è bello scoprirlo piano piano. C’è tanto in questa pellicola: oltre al sentimento di morte, c’è la vendetta, l’amore, la nostalgia, la sofferenza fisica e mentale, la dedizione all’altro e l’egoismo, ciò che manca alla collezione è il perdono, che non arriva neanche dal Dio tanto invocato da Jack, che, accortosi, finisce per insanguinare la croce che tiene tatuata sul braccio.
A noi rimane una sensazione di grande cinema d’autore, quella stessa che ci sta dando la Coppola; è curioso che le due realtà più vivide del cinema d’oltreoceano sono completamente opposte: Iñárritu e Sofia Coppola sono due sicurezze che arrivano a scatenare emozioni nella nostra testa usando metodi differenti, più leggeri, impachettati per benino nel secondo caso ma altrettanto “definitivi” rispetto al messicano.
Speriamo che Hollywood non rovini tutto, ma siamo quasi convinti che questo non succederà, anche se i tentativi per farlo ci sono (vedi nominations agli Oscar per Lost in Translation), ci penserà papà Francis Ford a garantire, mentre nel caso di Iñárritu garantisce automaticamente il senso di inquietudine e di “sporco” che caratterizza le sue straordinarie pellicole.

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