Il principe del quotidiano - Prima parte (1977 – 1998)

Il principe del quotidiano - Prima parte (1977 – 1998) Paul Muldoon


04/04/2022 Articolo di Vincenzo Petronelli

Poetica

Paul Muldoon (1951 -) è una tra le principali figure poetiche internazionali degli ultimi cinquant’anni: definito dal Time Literary Supplement, “il più significativo poeta di lingua inglese nato dopo la seconda guerra mondiale”, è ancora relativamente poco conosciuto e tradotto in Italia, nonostante il suo impegno presso la casa editrice Crocetti, come componente di redazione della prestigiosa e storica rivista Poesia.

Originario di Portadown, nell’Irlanda del Nord, cresce in una famiglia di confessione cattolica aderendo al Belfast Group che annoverava tra gli altri Seamus Heaney, di cui diventa allievo alla Queens’University. Segnalatosi già dalla sua prima silloge per la sua particolarità nel panorama della letteratura anglofona, Muldoon unisce la sensibilità cattolica nordirlandese alla più alta tradizione artistica inglese.

Dopo un’esperienza come produttore alla BBC e il successivo trasferimento negli Stati Uniti – è professore di scienze umane e presidente del centro per le arti performative e creative presso l’università di Princeton - nel 2003 ottiene il prestigioso Premio Pulitzer per la Poesia. Un’attività multiforme, la sua, che lo ha condotto a scrivere anche testi per canzoni e libri per l’infanzia; meritano di essere citate, per quanto concerne la scrittura di testi per canzoni, le sue collaborazioni con Warren Zevon, Paul Mc Cartney, Paul Simon ed i Wayside Shrines.

Oltre ad essere una delle voci poetiche di maggior spessore del ‘900, è senza dubbio anche una delle più originali, caratteristica da cui deriva la fama di poeta enigmatico, elusivo. In effetti, una delle prerogative caratterizzanti la sua poetica, è la grande capacità di creare suggestioni mediante l’artificio della parola, grazie alla sua predisposizione ad individuare associazioni tra le parole – e le aggregazioni di concetti che si annidano attorno alle stesse – e le concrezioni dell’immaginario.

Ciò non deve però far necessariamente far pensare ad un codice espressivo elitario o ad un approccio poetico intellettualistico, privilegiando invece Muldoon un registro linguistico apparentemente chiaro, lineare, trasparente, grazie anche alla predilezione per un tono compositivo di stampo prevalentemente narrativo, modello molto diffuso nella poesia anglofona del ‘900 – spesso rasentando il racconto breve, ma sempre valorizzando la metafora poetica – al quale sono legate alcune delle composizioni più significative del secolo passato, anche per prerogativa che tale modello determina, di consentire una notevole dilatazione del campo del “dicibile” poetico, ben oltre l’ambito strettamente lirico e consentendo così all’arte poetica di indagare il quadro problematico articolato della società del “secolo breve”.



Non è un caso che uno dei primi punti di riferimento di Muldoon sia stato Robert Frost, poeta californiano la cui cifra caratteristica è sicuramente la qualità mimetica nel ritrarre gli ambienti rurali americani, intesi come piattaforma da cui spaziare sul mondo, come cosmologia di caratteri universali, proprio grazie all’uso di un linguaggio poetico spiccatamente colloquiale. È proprio dalla poesia di Frost che deriva quella caratteristica di fondo della versificazione Muldooniana ben evidenziato da uno dei suoi traduttori italiani, Giovanni Pillonca, del contrasto fra “la semplicità della superficie e lo straordinario sfaccettato spessore del sostrato, l’impetuosa corrente sotterranea che l’attraversa”, procedimento supportato anche dalla sua tendenza quasi pre-analitica, a tratti quasi onirica, nel descrivere l’oggetto della sua osservazione.

Questa propensione è senz’altro frutto di un’altra influenza giovanile che ha permeato la formazione di Muldoon e cioè quella esercitata da Louis Mac Neice, poeta irlandese attivo a cavallo delle due guerre, assertore appunto della logica onirica quale propulsore della costruzione poetica, tramite il libero fluire di percezioni, sensazioni, intuizioni linguistiche. Lo stesso Muldoon ha efficacemente evidenziato tale impostazione della sua poesia, sostenendo di aver sempre avvertito, come poeta, la necessità di scrivere su ciò che “mi sta immediatamente davanti ed immediatamente dietro le spalle”.

Partendo dalla lezione di Frost, l’esperienza poetica di Muldoon prende l’avvio dalla descrizione del circostante, con riferimenti fisici ed umani precisi tratti dal vissuto personale della sua realtà di provenienza, la contea di Armagh, Collegelands, Moy Ardboe, riferimenti che al tempo stesso divengono paradigmi prototipici dell’umanità. Già in questa fase si evidenzia uno degli aspetti caratteristici della produzione di Muldoon e cioè la sua capacità di inquadrare la realtà come dietro una lente, frantumando equilibri ed ordini convenzionali; ne deriva – in misura ancor più accentuata rispetto a ciò che si registra in Frost – che quella che potrebbe apparire, ad un’accezione iniziale basata sull’impianto descrittivo della sua poesia, un inventario etnografico, è in realtà una sorta di campionario universale della condizione umana, sorpresa dall’inquadratura scrutante dell’osservatorio del poeta, negli anfratti della quotidianità, che grazie alla sapienza costruttiva di Muldoon riesce a tradursi in poesia. Proprio questa sua caratteristica ha condotto alla definizione di Prince of the quotidian, “Principe del quotidiano”; che dà il titolo ad una sua plaquette.

Anche l’importanza attribuita ai toponimi ed in generale alle ecolalie di nomi è una tendenza che si ritrova frequentemente nella scrittura di Muldoon, avvinto dalla loro proprietà di riuscire a condensare universi di significato in un unico grafema e dalle agglutinazioni figurative che vi si possono abbinare. Si tratta di un’attrazione che peraltro ritroviamo in altri poeti della seconda parte del ‘900 e della prima parte del nuovo secolo, soprattutto in poeti che condividono con Muldoon la tendenza alla sperimentazione, come ad esempio Andrea Zanzotto (che ha avuto modo di esprimere il proprio apprezzamento per l’opera del poeta nord-irlandese). Altro elemento che ricorrente nella versificazione muldooniana e che assolve una funzione similare è quella del plurilinguismo, dell’inserimento di frammenti tratti da altre lingue, relazionate alle divagazioni geografiche dei suoi componimenti.

Al tempo stesso, il procedimento di scomposizione e ricomposizione dei mondi tradizionali di significato, mette in discussione stereotipi della storia e della cultura della provincia irlandese.



Un riferimento contemporaneo fondamentale nella formazione di Muldoon è un altro grande esponente della poesia irlandese, il già citato Seamus Heaney, premio nobel per la letteratura nel 1995, non solo un esempio sotto il profilo metodologico e poietico, ma anche suo mentore; Heaney è infatti tutor di Muldoon all’università di Belfast ed intuendone subito le doti notevoli, aggrega il giovane poeta alla sua ristretta cerchia di poeti ed intellettuali, che proprio Heaney incoraggia, nel 1973, alla pubblicazione della sua prima raccolta, New weather.

Si accennava all’enigmaticità della poesia di Muldoon: essa discende dalla sua convinzione che esista una dimensione dell’esistenza non riconducibile alle stratificazioni storiche e trascendente rispetto a queste, che coincide con i depositi delle verità profonde, quelle dei giacimenti poetici, dove non trova spazio la stupidità dell’odio e della violenza. La grandezza dell’opera di Muldoon sta proprio nel riuscire a ricostruire questa dimensione, questo ripiano sottostante, partendo dall’ottica fissata sul quotidiano e nello stemperare il rischio di eccesso di moralismo o di scadimento nell’intellettualismo, mediante la sua straordinaria ironia.

Fra i nuclei tematici attorno ai quali si dipana questo motivo conduttore della poetica muldooniana, c’è sicuramente quello dell’interculturalità, del meticciato, inteso in senso esteso come una delle risposte che autonomamente le culture umane elaborano per modellare la propria evoluzione, come anticorpo naturale per abbattere i limiti insiti nella mitopoiesi che ogni cultura tende a creare e radicare nel tempo e che finisce fatalmente per coincidere con quegli stereotipi contro cui Muldoon si indirizza.

Il meticciato culturale è del resto una prerogativa della società irlandese, da sempre - caratteristica naturale delle isole - esposta a varie influenze ed interazioni etniche. Una delle maggiori espressioni dell’interculturalità nella società irlandese e quella dei matrimoni misti, fra (soprattutto in Irlanda del Nord) britannici ed irlandesi con la loro radice celtica, che a sua volta rimanda più indietro ai rapporti fra il cristianesimo di importazione romana e la radice pagana celtica. Nella seconda raccolta di Muldoon Mules, pubblicata nel 1977, appare una delle sue poesie più intense, Il matrimonio misto, incentrato esattamente su questo tema; il componimento ha chiaramente carattere autobiografico, essendo Muldoon stesso il prodotto (come lui stesso ama definirsi) di un “innesto misto”, per la diversa estrazione dei suoi genitori, non solo religiosa, ma sociale: bracciante suo padre, insegnante sua madre, mondi rispetto ai quali l’io narrante del poeta si muove rimanendo in equilibrio, mostrando la sua predilezione per il confronto costruttivo fra culture e substrati diversi, per il sincretismo. “Mio padre era un bracciante./Lasciò la scuola a otto o nove anni”. “Mia madre era la maestra./Il mondo di Castore e Polluce”. Il tema viene poi ripreso nella poesia omonima della raccolta, nella quale con il suo abituale sarcasmo, Muldoon arriva a sostenere come tali incroci alla fine non abbiano prodotto risultati migliori di quelli degli incroci tra equini.

Del resto, la produzione letteraria irlandese, ma per ovvie ragioni soprattutto quella poetica (da sempre sono i poeti a porsi questi interrogativi molto più della narrativa, per il naturale esposizione della poesia al rischio di strumentalizzazioni in chiave pseudo-epica ed innodica) ha sempre dovuto fare i conti con il tema dell’incrocio di culture, coniugato nella dimensione linguistico/politica, a causa del dilemma di fronte al quale si è trovata la maggioranza dei poeti irlandesi per il fatto di utilizzare la lingua inglese, lingua dei conquistatori, imposta in virtù di un processo di assimilazione culturale, che al tempo stesso è però divenuta la loro lingua d’uso quotidiana e non solo poetica; d’altra parte, l’eventuale adozione dell’alternativa naturale rappresentata dal gaelico, presenta un duplice problema: da un lato la desuetudine della maggior parte dei poeti nei confronti dell’antica lingua celtica, e dall’altro il confinamento della loro produzione in un ambito più ristretto, spesso legato proprio a quel panorama provinciale da cui molti di loro – come lo stesso Muldoon - prendono le distanze.

Naturalmente in Muldoon, poeta nord-irlandese, questa problematica assume un rilievo ancora maggiore che si sposa totalmente con l’orizzonte della vita quotidiana, giustificando l’intreccio fra l’orizzonte storico-antropologico e la sua capacità di saper ritrarre en plein air le articolazioni della vita di ogni giorno, restringendo progressivamente il campo dell’inquadratura narrativa, per meglio precisarla.

Muldoon, rispetto ad altre voci poetiche che l’hanno preceduto e che hanno avvertito tale nodo come elemento irrisolto, supera l’impasse con un approccio di grande spessore antropologico e cioè semplicemente prendendo atto della sua esistenza, come di una dinamica immanente alla storia ed alla cultura irlandese, senza che ciò costituisca motivo d’intralcio allo sviluppo della sua poetica, ma anzi facendone oggetto della propria riflessione.

Questa prima fase della sua carriera prosegue con la pubblicazione delle sillogi Why Brownlee Left e Quoof , rispettivamente editi nel 1980 e nel 1983. Sono gli anni caldi della Uncivil war e dunque sono le pubblicazioni in cui i temi legati agli intrecci socio-culturali della storia nord irlandese vengono maggiormente sviscerati nelle loro connessioni di lungo periodo. Un altro componimento emblematico dell’innata qualità di Muldoon nel saper rintracciare le concrezioni della storia tra meandri del quotidiano è Anseo, in Why Brownlee left, brano che si rifà alle sue reminiscenze scolastiche per entrare nelle pieghe della psicologia del vissuto nell’Ulster straziato dalla guerra intestina e comprendere come le cause degli scontri culturali agiscano spesso mediante sottili meccanismi del profondo; “Il maestro lo spedì/tra i cespugli a scegliersi e tagliare/la bacchetta con cui l’avrebbe picchiato”. L’ultima volta che ho visto/Joseph Mary Plunkett Ward/era in pub al confine irlandese./Viveva alla macchia.”. È dunque lo stesso sadismo dell’insegnante a forgiare il percorso che porta il protagonista ad abbracciare la partecipazione all’esperienza terroristica.