Natalia Abbascià canta con delicatezza le 'poche cose' della vita

Natalia Abbascià canta con delicatezza le 'poche cose' della vita


13/01/2026 - News di Asteria Space

Ci sono dischi che nascono per accumulazione e altri che scelgono la sottrazione come gesto fondativo. Picche Cause, debutto solista di Natalia Abbascià, appartiene senza esitazioni a questa seconda categoria. È un lavoro che riduce il campo d’azione a voce e violino per allargare, in profondità, lo spazio dell’ascolto e del senso.

Il titolo e l’intero impianto poetico del disco derivano dall’omonima poesia di Pietro Stragapede, autore ruvese come la stessa Abbascià. Nel dialetto di Ruvo di Puglia, “picche cause” significa “poche cose”, e il testo suona come un vero e proprio manifesto esistenziale:

«Pe cambò
aje besugne
de picche cause:
de re pone
e de la liune
de la chetarre
e de la chieviute
de nu libre
e nu becchire de mire
de le sunne
e de le recurde.
E avaste
cchiù nudde.
Ce la vèite l-igne de cause
a la fèine
deviènde pur-ièdde
na cause.»

Nella traduzione italiana, il senso si fa ancora più netto: per campare ho bisogno di poche cose — il pane e la luna, uno strumento, un libro, un bicchiere di vino, i sogni e i ricordi. E soprattutto l’avvertimento conclusivo: se la vita la riempi di cose, alla fine diventa essa stessa una cosa.

Abbascià prende questa idea di necessità minima e la trasforma in prassi musicale. Voce e violino sono gli unici strumenti, ma non c’è mai sensazione di povertà sonora. Al contrario, la sottrazione apre spazi, lascia respirare il suono, mette in primo piano il gesto, il timbro, il silenzio. La voce porta con sé il peso affettivo e musicale della lingua dialettale, che qui non è mai folklore, ma materia viva, fonetica, emotiva. Il violino si emancipa dalla sua funzione canonica e diventa strumento totale: accompagna, percuote, suggerisce armonie, costruisce paesaggi che oscillano tra antico e contemporaneo.

La formazione di Abbascià — violino classico e canto jazz — emerge in filigrana, senza mai diventare citazione o esercizio di stile. Il fraseggio vocale è libero, elastico, mentre la scrittura procede per immagini sonore più che per strutture chiuse. Picche Cause non segue la forma-canzone tradizionale: è un disco che si muove per sottrazione, per ascolto, per attesa, in cui anche il silenzio ha una funzione narrativa.

Non sorprende, allora, che questo lavoro sia stato riconosciuto nell’ambito del Premio nazionale Folk & World, dove Abbascià è stata tra le vincitrici della nona edizione, ricevendo il Premio Scuola di Musica Popolare e il Premio Speciale. Un riconoscimento che sottolinea la forza di un progetto capace di muoversi con naturalezza nelle zone di confine tra folk, world, jazz e ricerca contemporanea.

La natura performativa del disco è emersa anche nell’anteprima televisiva a Splendida Cornice su Rai 3, dove il brano A Message ha dialogato con la danza della MM Contemporary Dance Company. Un passaggio che chiarisce come Picche Cause non sia soltanto un album, ma un corpo sonoro aperto, pensato per abitare anche altri linguaggi.

Definito da Marco Beasley come “musica da ascoltare senza porsi domande” e da Naomi Berrill come un atto di coraggio nello sperimentare con l’essenziale, Picche Cause è un esordio che non cerca di impressionare. Preferisce restare. Come le poche cose di cui parla: quelle davvero necessarie.


Per ulteriori informazioni: https://open.spotify.com/intl-it/album/0HiK7xQCeKstXSWnTpeZvl?go=1&nd=1&dlsi=791cd564cd52403a