Mosé Santamaria

Mosé Santamaria

Il video di A Nizza (non era amore)


17/11/2016 - di Ambrosia J. S. Imbornone
Vi presentiamo in anteprima il video del terzo singolo tratto dall`album #RisorseUmane, un "video psicomagico", che mescola in un turbinio ipnotico ricordi, tarocchi e scenari, seduzione del passato e amarezza del presente, fino a celebrare il ritorno alla vita, benché faccia male, con un bagno in un mare autunnale.
Dopo oltre 40 date live e un’accoglienza più che positive, il percorso del primo album del cantautore genovese Mosé Santamaria, #RisorseUmane (Dischi Soviet Studio), è pronto a chiudersi, ma prima è tempo di un ultimo tassello a completare un quadro più che affascinante. Si tratta del nuovo videoclip per il terzo singolo estratto dal disco, A Nizza (non era amore), girato da Davide Guerra e definito “video psicomagico” e presentato dallo stesso artista così:

`A Nizza (non era amore)` è un videoclip psicomagico, un bazar di ricordi confusi che cercano forse giustizia o redenzione perché la perfezione è diabolica, il tempo distorce la memoria e crea martiri dai cuori infranti. Questo brano è un invito a non confondere l`amore con le esigenze e gli attaccamenti del nostro ego.

Spiega ancora il cantautore:

A chi mi chiede perché questo video è psicomagico – spiega Mosè Santamaria – rispondo che è tale non per i tarocchi in sé e per il buon auspicio che portano e nemmeno per i soldi che ad un certo punto piovono senza un senso apparente in cambio di scatole regalo. Questo videoclip è psicomagico semplicemente perché a volte occorre saper guarire dai ricordi e vivere adesso.

Nel video in un turbinio palpitante e ipnotico si affastellano e alternano nevroticamente immagini differenti, nuvole rapide, spiagge autunnali, night-club, seduzioni e illusioni notturne; nel brano i synth si fanno lame di inquietudine, ma sono anche strumenti di una sottile fascinazione e mezzi per creare un clima straniante, mentre la voce del cantautore sfodera un calore profondo da rocker.

Ancora nel video i tarocchi, usati appunto per un atto psicomagico sulla scia di Jodorowsky, sembrano apparecchiare un futuro quasi ironico: l’ultima carta su cui si focalizza l’attenzione, volutamente o involontariamente, è quella che mostra la figura femminile che campeggia sulla carta del mondo e rappresenta il coronamento di un sogno. Tra gli Arcani maggiori è quello con un significato più positivo, eppure in questo caso la parola chiave è finzione: la felicità è un miraggio accarezzato per poco, una simulazione e un breve inganno e nella canzone si fanno sentire i morsi della delusione, tra ricordi da strappare. Il mare sembra racchiudere quel passato, le sue tentazioni, a cui non si è riusciti a resistere: ora non resta che immergersi in ciò che è stato, accettando ciò che è successo e rituffandosi nella corrente travolgente della vita. È un mare che, come scrigno di vane e poco credibili promesse, fa male e può essere da rifiutare rabbiosamente, ma è anche dove riprendere a nuotare per ricominciare a sentirsi vivi.



D’altronde uno dei messaggi principali del disco, in quello che Santamaria definisce “misticismo quotidiano”, è proprio quello di tornare a sentirsi “esseri cosmici”.

Nell’intervista di Barbara Bottoli, l’artista aveva dichiarato:

#RisorseUmane è un album mistico quotidiano, un’osservazione del “del circondario di abitudini” per arrivare a chiedersi sinceramente “cos’è Normale e cosa invece Naturale”, percependo la sottile differenza tra queste.

Notava ancora Barbara nella recensione al disco:

Tra mistico e mitico c`è solo la "s" di Mosè Santamaria e il suo #Risorse Umane, un insieme di parole che non si crederebbe mai di sentire in una canzone e che spesso sono dimenticate anche dalla lingua italiana. Un equilibrio che dura per tutto l`album tra la concretezza e l`intangibile, tra ciò che si associa al mondo occulto e ciò che appartiene alla società contemporanea tra consumismo e esibizionismo.

Il songwriter genovese, ma veronese d`adozione, fa riferimento a modelli come Franco Battiato e Juri Camisasca, ma anche a filosofi quali Jodorowsky e Gurdjeff portandoli in uno dei tanti bar della provincia cronica italica, dove sono nate le canzoni del suo primo album, prodotte da Martino Cuman (Non Voglio che Clara), tra chitarre, synth analogici, beat digitali e piano.



 

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