special
The Rolling Stones Il nuovo album Foreign Tongues da due punti di vista diversi
PiIETRO COZZI
C'è il pubblico dei fan, ci sono gli ascoltatori più o meno occasionali, ci sono i critici, ci sono i curiosi, ci sono gli “osservatori di costume”, mai così invadenti come in questo caso, quando il fenomeno da “osservare” conta più di sessanta primavere. Quando esci con un disco nuovo però «devi accontentare prima di tutto te stesso», come ha detto Mick Jagger in una delle mille interviste a corredo della pubblicazione di Foreign Tongues, il venticinquesimo disco in studio dei Rolling Stones a soli tre anni da Hackney Diamonds, a conferma di una ritrovata e feconda creatività. Potrà forse sembrare banale, ma la prima sensazione che si prova è proprio quella di ascoltare un manipolo di affiatatissimi ottantenni che ancora si compiace, si diverte, si esalta a suonare insieme, lasciando sullo sfondo l'idea che tutto il lavoro debba poi andare necessariamente a ricomporsi in un disco. A questa incombenza bada soprattutto il giovin-produttore Andrew Watt, che è ormai un'autentica griffe nell'arte di attualizzare la musica di gloriosi dinosauri come Ozzy Osbourne, Iggy Pop e, buon ultimo, il Paul McCartney di The Boys of Dungeon Lane, qui ospite di lusso in Covered in You. La goduria di poter lavorare faccia a faccia con il mito per prendergli le misure e cucirgli addosso una veste contemporanea è palpabile. Con gli Stones Watt è già arrivato al secondo giro di giostra e qualche differenza si sente: se Hackney Diamonds pulsava soprattutto di ritrovata energia primigenia, in Foreign Tongues quel torrente in piena sembra arginato dentro una forma-canzone più definita e più lavorata. È un disco più prodotto, come si suol dire con un termine vago ma efficace, che fila via d'un fiato dall'inizio alla fine, pur negli insospettabili 62 minuti di durata. Quello che ancora stupisce è l'infinità vitalità dello stile-Stones e la sublime capacità artigianale di tirar fuori degli altri pezzi credibili dai loro archetipi ormai antichissimi e sicuramente un po' logori. Ben lungi dall'essere “straniere”, queste nuove “lingue” ci suonano invece familiari e al contempo di un sapore sempre nuovo. Un miracolo ancora al lavoro.
L'apertura con Rough and Twisted è una sorta di sinfonia blues che non avrebbe sfigurato su Blue & Lonesome, un pastiche che mescola i canoni della musica afroamericana imparati a memoria e da sempre rimasticati dagli Stones. Jagger è in gran forma e non teme di misurarsi con il sensuale falsetto di Jealous Lover in un pezzo che richiama diverse cose dei primi anni Ottanta, da Emotional Rescue a Tattoo You (e in particolare i ritmi di Waiting On A Friend), come a dire che c'è anche spazio per ballare: il funk-disco di Never Wanna Lose You ne sarà più avanti la conferma. Evocato direttamente nella cover finale di Beautiful Delilah, tocca poi al nume tutelare Chuck Berry ispirare Divine Intervention, un muro di chitarre urlanti a cui si unisce Robert Smith dei Cure, che probabilmente per una volta nella sua vita avrà sorriso. Uno dei caposaldi del disco è Hollow, il canto di un innamorato tradito dall'America trumpiana, lo spudorato pezzo super-country che non avrebbe sfigurato sui grandi dischi del gruppo tra gli anni Sessanta e Settanta, a testimoniare l'onda lunga dell'imprinting di Gram Parsons su Keith Richards. Più in controluce c'è la stessa ispirazione in Some Of Us, l'immancabile episodio con la voce di Keef in prima linea che ci inietta il consueto dolcissimo veleno, spalleggiato dall'organo di Benmont Tench, e in Back in Your Life, lunga ballata che per stile guarda decisamente a Sud, tra country, blues e rhythm and blues, illuminata dall'assolo di Ron Wood. L'interplay tra le due chitarre, l'antico segreto di cui tutti conoscono gli ingredienti ma nessuno riesce davvero a replicare la ricetta, resta l'asset più prezioso della ditta, come avevamo già assaggiato nella trama del singolo In The Stars, che dalla quadratura dei classici riff stonesiani si proietta negli empirei del ritornello soul-pop.
Dopo la lunga pausa discografica che seguì il trascurabile A Bigger Bang (2005), gli anni Venti del terzo millennio ci riconsegnano una band viva, vitale e credibile, fugando in modo abbastanza netto il sospetto che Foreign Tongues potesse essere solo un avanzo marginale di Hackney Diamonds. Lasciando da parte i fasti dell'età dell'oro, la terza, quarta o quinta giovinezza degli Stones – abbiamo perso il conto... – è assolutamente degna di nota, e finché loro si divertono, continuiamo a divertirci anche noi.
GIULIA FOLLINI
E Mr Keith Richards apre le danze: signore e signori, i Rolling Stones sono tornati!
Sono passati solo tre anni dal precedente album Hackney Diamonds, ma ci mancavano. Già con quest'ultimo gli Stones avevano fatto capire che musicalmente avessero ancora qualcosa da dire, ma con Foreign Tongues hanno ancora una volta alzato l'asticella. Complice di questo anche la nuova generazione dei Rolling Stones, dove in prima linea vediamo Steve Jordan, che ha sostituito Charlie Watts alla batteria dopo la sua dipartita. Sia Jordan sia Wood, quando entrò nella band nel 1975, hanno fatto il loro ingresso da fan, non solo rispettando ed omaggiando la band, ma dando quel loro tocco personale che ha poi dato una nuova sfumatura al colossale ed iconico gruppo. Insomma, per una band che è nata nell'ormai lontano 1962, è strepitoso che riescano a sperimentare, a dare al pubblico ancora qualcosa di nuovo. Come in Ringing Hollow, una canzone d'amore da parte di tre inglesi nei confronti dell'America, un Paese che hanno sempre ammirato, del quale hanno raccontato sia luci che ombre, ma con un sound un po' diverso dal solito; Jagger ha infatti dichiarato: "Passare dal rock e dai pezzi groove con la cassa dritta a uno stile più country… usare stili country per esprimere questa canzone sull’America è probabilmente la scelta migliore, perché sarebbe potuta essere una canzone rock".
Poi arrivi alla traccia numero nove e pensi: "Aspetta, ma quella canzone l'ho già sentita... Oddio, Mick Jagger sta cantando Amy Winehouse!"; infatti l'artista londinese era molto stimata dalla band e hanno ritenuto doveroso omaggiare con You Know I'm No Good una cantautrice con cui in passato hanno anche condiviso il palco.
Ma c'è anche dell'altro del passato degli Stones che si insinua in questo nuovo album, come la batteria di Watts in Hit Me In The Head o i cameo di Paul McCartney in particolare in Covered In You dove dimostra la sua versatilità in uno stile funky. E poi c'è quella citazione che forse non è una citazione, quelle due paroline nel primo brano "muddy water" che ricordano le origini della band, il motivo per cui questa band ha questo nome: Papa was a Rollin' Stone di Muddy Waters.
I testi di quest'album assumono un po' la dimensione del "nonno che dà consigli al nipote": colui che la vita l'ha vissuta, racconta ciò che da essa ha imparato, le relazioni, la stabilità, il tempo che passa, la società. Non si sa ancora se ci saranno nuovi album dei Rolling Stones in futuro, né se ci sarà un tour, ma la cosa più importante e che ci dà più speranza è che, se Mick Jagger chiama, Keith Richards e Ronnie Wood rispondono.