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Stefano Resta L'album VIAVAI! in anteprima
Oggi vi presentiamo in anteprima il disco di esordio da solista dell’artista pugliese, di stanza a Roma, Stefano Resta, intitolato VIAVAI! e pubblicato da Kate Records con il contributo di Nuovo IMAIE. Si tratta di un disco variegato che mostra le varie sfaccettature della scrittura dell’artista, tra leggerezza e pensosità, sintetizzatori e alt-rock, pezzi cinematografici e momenti struggenti.
Si parte con Maledistato, un brano caratterizzato da sonorità synth-pop anni ’80, un pezzo ironico e accattivante ispirato ai Baustelle più ballabili, che è solo apparentemente leggero: da un lato si mette in evidenza l’importanza dell’apparire, che ha preso il sopravvento sull’essere, ma dall’altro, in questa assenza di valori dove l’etica e la pietà sono state sostituite dall’estetica, si sottolinea la violenza dei tempi odierni, con chiari riferimenti alle guerre in corso:
“Immagini di cronaca, frammenti ispirati alla retorica dei talk show e riflessioni personali si intrecciano in un racconto che fotografa una società sempre più frammentata, dove il dialogo sembra lasciare spazio al rumore.
Il contrasto tra una musica coinvolgente e quasi danzante e un testo duro diventa così il cuore del brano, invitando l’ascoltatore a interrogarsi su ciò che siamo ancora disposti a tollerare prima di reagire.”
Un altro volto della guerra è mostrato nella rarefatta Come i fiori, che, con una chitarra finger picking, dalla grazia quasi beatlesiana, e sonorità sospese, poi impalpabili e celestiali racconta l’infaticabilità degli uomini, a lavorare, ma anche ad avvelenare il nostro tempo e pianeta. Il cielo si fa bianco, incolore, senz’aria e questa canzone, “sospesa tra poesia civile e contemplazione”, si fa “un invito a cercare speranza e umanità nelle piccole cose”.
Si continua con una scia dolce di malinconia e nostalgia in salsa di una bossa elettronica e quasi siderale nella delicata Gli occhi bruciano, un brano notturno e sognante che evoca una mancanza che ha spento le stelle e invoca un ritorno. Al centro di questo pezzo vi è infatti uno degli argomenti chiave del disco, il desiderio che ostinatamente resta, le assenze che pesano, dopo una rottura o la scomparsa di qualcuno. Si legge infatti nella presentazione del lavoro:
“L'amore, forse, è una delle forme più ostinate della memoria. Rimane nelle parole che non abbiamo detto, nei messaggi cancellati, nelle conversazioni immaginate troppe volte. Rimane anche quando una storia è finita e ci si accorge che finire non significa necessariamente smettere. Alcune persone continuano a esistere dentro di noi con la stessa naturalezza con cui tornano certe scene di un film già visto: sappiamo come andrà a finire, eppure restiamo a guardare.
A volte ci chiediamo cosa sarebbe successo se avessimo scelto diversamente. Se fossimo arrivati prima. Se avessimo avuto il coraggio di dire quella cosa proprio nel momento in cui avrebbe potuto cambiare tutto. […]
quasi senza accorgercene, arriva il futuro. Non come una promessa, ma come uno spazio ancora vuoto. Guardarlo significa accettare che ciò che è successo non può essere cambiato, senza per questo rinunciare a ciò che potrebbe ancora accadere. [..]
Poi ci sono le assenze che non possono essere colmate. Una strada, un motorino sull'asfalto, il pianto di due genitori. Una voce rimasta dentro un telefono, conservata come si conserva qualcosa che non si è pronti a perdere. In quei piccoli frammenti quotidiani una persona continua a esistere, nonostante tutto. Non torna, ma rimane. E forse è questa la forma più misteriosa del viavai: scoprire che qualcuno può uscire dalla nostra vita e, nello stesso momento, continuare a percorrerla da dentro.”
La setosa Orfeo e Euridice invece appare un brano fascinoso e ironico, leggero e seducente all’insegna del French pop, un duetto con Gintsugi, unico feat. dell’album, una canzone che nomina Orfeo ed Euridice o Dante e Beatrice per prendere le distanze da miti e letteratura e raccontare la quotidianità di fiumi di parole, demoni e fantasmi a confronto nei messaggi inviati e cancellati, quando, per non perdersi, basterebbe contare fino a tre o tenerci davvero.
La cinematica Vecchio film oscilla tra rock ballad e dream pop, metriche à la Marlene Kuntz e acuti agrodolci à la Radiohead, per raccontare un amore magico e sfuggente, logorante come un vento che batte e doloroso. Il corpo si sgretola come sabbia, la neve incanta, ma si scioglie al sole. Resta la musica, che raccoglie l’altalena di una relazione intensa tra desiderio, ossessione ed emozioni amplificate. In bilico su una fune appare d’altronde il protagonista di Tempismo imperfetto, una traccia dal sapore rock/folk-rock con versi dallo spessore cantautorale, una combinazione che ricorda a tratti per esempio il migliore Gianluca Grignani; la canzone è un canto di imperfezione, di chi non riesce a essere brillante e sente di deludere le aspettative altrui, eppure coglie anche le occasioni inaspettate e la bellezza di lasciare “scorrere i pensieri”, mentre si accorge che poco cambia con il tempo che passa.
Vuota il sacco è un bilancio sulla fine di un rapporto tra incomprensione, indifferenza e bisogno di autenticità, uno dei brani più convincenti del disco, con acuti emotivi, chitarre distorte shoegaze e una visceralità alt-rock che ricorda i Verdena; Nubi corallo invece è un pezzo cupo e suadente, un esempio di un electro-rock che resta appiccicato addosso, tra immagini poetiche e vivide, contraddizioni e complessità; nella canzone, poi, tra suoni che si fanno più eterei, emerge la necessità di pace e accettazione. Nel pezzo
“convivono fragilità distorta, beat ipnotici e una scrittura visionaria e obliqua, capace di trasformare il caos emotivo in paesaggio sonoro. Anche la pioggia, alla fine, smette di fare paura.”
Eccipienti ha un sapore languido tra chitarre lo-fi, fiati jazzati come in una ballata di George Michael e rock alternativo, sulla scia della lezione di Benvegnù; in uno stile in parte spoken si parla del mondo che fa sentire fragili, di dolori e rancori. Un piano doloroso e rotondo sgocciola serio nell’ultimo brano, Marco, un pezzo intenso dedicato alla morte di un amico per un incidente in moto: la canzone accarezza con bassi pulsanti ciò che è rimasto a metà, valigie da disfare, “uno strascico di desideri” e i messaggi vocali ancora sullo smartphone. La conclusione è densa di lirismo, con vocalizzi che ricordano nuovamente Radiohead: l’atmosfera rarefatta acquisisce una potenza struggente, per cantare la fragilità e la sofferenza dinnanzi alla morte.
Un disco multiforme che mescola e alterna il rumore dei pensieri al buio, ricordi, rimpianti, riflessioni sul mondo odierno e una quotidianità riattraversata e custodita dalla memoria, tra alt-rock, synth-pop, jazz-rock e sensibilità cantautorale. Anime diverse per un lavoro più maturo e scuro di quelli precedenti con i RaestaVinvè, un album che parte da una domanda di fondo:
“Come si continua a vivere quando dentro di noi abitano contemporaneamente ciò che è finito, ciò che abbiamo perduto e ciò che ancora, ostinatamente, desideriamo?
Forse si continua così: andando avanti e tornando indietro. Ripercorrendo strade che pensavamo di conoscere, inciampando negli stessi ricordi, ritrovando nelle cose più semplici qualcosa che credevamo scomparso. Fuori, intanto, il mondo continua a muoversi senza aspettare nessuno. È un mondo rumoroso, difficile da decifrare, attraversato dalla violenza e dalla distanza, dove anche le parole sembrano avere smesso di servire a capirsi.
E allora si torna dentro. A una fotografia guardata di notte. A una casa che non riconosciamo più perché qualcuno non ci abita. A una città che conserva le tracce di chi eravamo quando la attraversavamo insieme. Ci sono luoghi che non cambiano davvero: siamo noi a tornarci diversi. E basta un'immagine, una strada, una voce, perché il tempo perda per un istante la sua direzione e ciò che credevamo lontano torni a respirare accanto a noi. […][
Forse VIAVAI! è questo: il movimento che rimane quando tutto sembra essersi fermato. Il continuo andare e tornare dei ricordi, delle persone, delle possibilità. Il modo che abbiamo di portarci dietro ciò che non possiamo più raggiungere e, allo stesso tempo, di camminare verso qualcosa che ancora non conosciamo.
Perché non tutto quello che ci attraversa se ne va. Qualcosa resta. E continua a muoversi con noi”.
Buon ascolto!
TRACKLIST
- Maledistato
- Gli occhi bruciano
- Orfeo ed Euridice (feat. Gintsugi)
- Come i fiori
- Vecchio Film
- Tempismo Imperfetto
- Vuota il sacco
- Nubi corallo
- Eccipienti
- Marco
CREDITI
- Testi e musica: Stefano Resta
Produzione:
- Tracce 2, 5 e 10: prodotte da Stefano Resta e Maurizio Loffredo
- Traccia 1: prodotta da Stefano Resta e Antonio Silvestri
- Tracce 3 e 8: prodotte da Stefano Resta e Michele Guberti
- Tracce 4, 6, 7 e 9: prodotte da Stefano Resta e Andrea Allocca
Registrazione:
- Tracce 1, 2, 5 e 10: registrate presso Gli Artigiani Studio (Formello, RM)
- Tracce 3 e 8: registrate presso Magiari Studio (Ferrara) con Massimiliano Lambertini e Michele Guberti
- Tracce 4, 6, 7 e 9: registrate presso Kate Academy (Roma)
Mix e Master:
- Tracce 1, 2, 5 e 10 mixate da: Maurizio Loffredo
- Tracce 3 e 8 mixate da: Michele Guberti
- Tracce 4 e 9 mixate da: Andrea Allocca
- Tracce 6 e 7 mixate da: Francesco Procacci
- Master: Giovanni Versari
Hanno suonato:
- Stefano Resta: voce in tutti i brani, chitarre elettriche (Orfeo ed Euridice), chitarra classica e marimba (Come i fiori), chitarra acustica e pianoforte (Vecchio Film), chitarra acustica e chitarra elettrica (Vuota il sacco), percussioni (Marco)
- Antonio Silvestri: programmazioni e virtual instruments (Maledistato)
- Maurizio Loffredo: chitarre elettriche e strumenti aggiuntivi (Maledistato), chitarra elettrica, programmazioni e virtual instruments (Gli occhi bruciano), chitarre (Marco)
- Loris Riuscitti: piano elettrico (Gli occhi bruciano), pianoforte (Tempismo Imperfetto)
- Luna Paese (Gintsugi): voce (Orfeo ed Euridice)
- Michele Guberti: chitarre elettriche, basso, programmazioni e virtual instruments (Orfeo ed Euridice, Nubi corallo)
- Marco Savastano: piano elettrico (Orfeo ed Euridice)
- Andrea Allocca: chitarra elettrica, chitarra acustica, basso, programmazioni e virtual instruments (Come i fiori, Tempismo Imperfetto, Vuota il sacco, Eccipienti)
- Federico Bruzzaniti: chitarre elettriche (Vecchio Film)
- Francesco Argentati: basso (Vecchio Film, Vuota il sacco, Eccipienti)
- Joshua Frau: batteria (Vecchio Film, Nubi corallo)
- Giuseppe Leone: chitarra elettrica (Eccipienti)
- Jerome Bes: tromba (Eccipienti)
- Andrea Pesce “Fish”: pianoforte (Marco)
- Maurizio Meo: basso (Marco)
- Vincenzo Tacci: batteria (Marco)
- Foto: Flavio Diaferia
- Art Direction: Facciocosepunto
- Set Direction: Mariapia Nocella
BIOGRAFIA — STEFANO RESTA
Stefano Resta sviluppa un pop d’autore diretto e stratificato, un flusso di coscienza capace di unire sensibilità malinconica, precisione e una “palette di umori” sempre in bilico tra intimità ed energia, in dialogo con la tradizione italiana e internazionale, con una voce intima e cangiante che si muove tra calore e increspature graffiate.
Stefano Resta è un artista pugliese, nato a Corato. Il suo percorso artistico nasce come batterista durante gli studi di medicina; ha studiato pianoforte e batteria nella provincia di Bari e ha iniziato a produrre piccole tracce di musica techno. A Roma nel 2017 inizia a pubblicare come Raesta. Nel 2019 inizia la collaborazione con Vincenzo Vescera con cui, dopo il buon posizionamento al Premio Lunezia, fonda i RaestaVinvè e pubblica l'album Biancalancia e l'EP Resto a Sud. Le collaborazioni in questi due lavori vedono tra gli altri la cantante francese Clio (Rien ne va plus) e il partenopeo Francesco Di Bella (Resto a Sud).
Nel 2023 esce il suo primo EP solista Fuoco di Paglia, registrato a Ferrara per Alka Record Label. In questi anni calca palchi internazionali come il FIMU Festival di Belfort (come Raesta) o Porto Rubino (con i RaestaVinvè). Ad ottobre 2026 pubblica il suo primo LP, con la collaborazione dell'agenzia Costello’s Agency.
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