Umberto Maria Giardini

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Umberto Maria Giardini Il fallimento dell'umanita' e l'accettazione di un destino immutabile: la discesa nell'Olimpo diverso di Umberto Maria Giardini

13/01/2026 di Giada Lottini

#Umberto Maria Giardini#Italiana#Canzone d`autore

Umberto Maria Giardini ci racconta la nascita del suo ultimo album, il rapporto con la realta, cosa è diventato l'uomo e la decadenza di un mondo dove conta solamente il singolo, in una discesa inarrestabile verso un destino ormai segnato.

È incredibile come Umberto Maria Giardini, a ogni nuovo album, riesca a conquistarci con la bellezza della sua musica. Olimpo Diverso, uscito a novembre 2025 per La Tempesta Dischi, si configura innanzitutto come un disco proiettato verso una nuova fase: sin dalla prima traccia si nota infatti un'apertura alla sperimentazione elettronica e digitale, senza perdere nulla del cantautorato classico, delle armonie e del linguaggio crudo e poetico a cui l'artista ci ha abituato nel tempo. Giardini non ha niente da perdere e quindi va all'essenza delle cose, continuando il discorso già intrapreso col precedente Mondo e Antimondo (qui la nostra recensione): attraverso la sua visione della realtà ci insegna un altro modo di stare dentro al nostro tempo, e il tentativo di ribellione al peggio diventa accettazione del destino dell'umanità, nel bene e nel male. Assorbiti dall'incomunicabilità e dall'individualismo, il male dei nostri tempi è parte integrante della nostra vita, e come tale possiamo seguire un fato minaccioso e ormai immutabile che ci viene raccontato attraverso le azioni dei protagonisti delle canzoni del disco. In ogni traccia uomini e donne vengono descritti da testi che mescolano termini crudi a intrecci poetici, tipici dell'artista in questione, ma quello che colpisce più del solito sono i tocchi evocativi degli strumenti musicali impiegati: in Frustapopolo, ad esempio, il sax baritono di Alessio Alberghini, assieme all'uso dell'elettronica e alla coda strumentale, contribuisce allo svolgimento emotivo del pezzo, descrivendo perfettamente un'umanità povera, inutile e rassegnata al peggio.

La stessa cosa succede in Vipera Blu, dove il flauto traverso, sempre di Alberghini, accentua la triste fine di una storia d'amore; in Pietre nell'accappatoio, questo ruolo tocca al pianoforte, che è un vero e proprio tessitore di dialoghi tra la coppia che si sta disgregando e riveste con eleganza le parole cantate da Giardini.

Notevoli anche brani dalla metrica non comune come Capire prima che accada, in cui si intuisce la futura direzione dell'autore, e lo strumentale Mega Estate, per il taglio insolito.

L'album è ricco di contaminazioni (Topazia), i suoni curati, i testi ispirati e ne esce un artista, “un Cristo in croce a testa alta” , che guarda le divinità che popolano questo Olimpo discendente, in cui non c'è posto per la gloria, ma accettazione del proprio destino limitato, in cui l'uomo che guarda agli dèi è un ratto e sono ratti gli dèi stessi. Un Olimpo che si svela in un ottimo album, di una bellezza decadente e malinconica: chi riesce a coglierla, ne resta ammaliato.

Per questo, è importante ascoltare le sue parole.

Giada Lottini: “Olimpo diverso” appare come un album trasversale e sperimentale rispetto ai tuoi lavori precedenti. Qual è stata la

scintilla che ti ha spinto nella scrittura di questo nuovo capitolo della tua carriera artistica?

Umberto Maria Giardini: In verità non c'è stata nessuna scintilla, tutto è nato e si è sviluppato in maniera progressiva, cavalcando l'onda che inevitabilmente, come surfista esperto della vita, affronto e ho affrontato. Serenamente ho tentato di mettere nero su bianco quello che vedevo, sentivo e percepivo dei cambiamenti in corso. I miei collaboratori mi hanno dato una grossa mano, ma onestamente il lavoro riversato in Olimpo Diverso è imparagonabile a quello degli album precedenti. In questo album, tutto è accaduto velocemente, facendo meno attenzione a ciò che stava nascendo. L'età a volte determina e produce anche del menefreghismo nell'ambito del lavoro, tuttavia senza mai deconcentrarsi. L'applicazione e la dedizione restano sempre altissime, sempre denominatori comuni ed elementi per me imprescindibili, senza i quali non riuscirei a lavorare bene.

G.L.:La tua storia discografica è tanto vasta quanto preziosa per spessore artistico. In che modo la situazione del mercato attuale e i rapporti con il mondo dell'industria musicale hanno inciso nella realizzazione di questo nuovo disco?

U.M.G.: Da sempre, soprattutto negli ultimi 5/6 anni, non ho più nessun tipo di rapporto col mondo discografico, perché mi annoia spesso procurandomi un'inutile ansia; inoltre, nel lavoro mi considero una persona ossessiva, concentro tutto e sempre verso la direzione della ricerca della bellezza, non ho ne tempo ne predisposizione caratteriale per occuparmi di ciò che ruota attorno alla musica. Lo trovo sciocco e riduttivo, specie oggi dove tutto funziona per amicizie, intrallazzi e passa parola. Quest'anno dopo un disco così importante non faremo un tour, e questo la spiega tutta. La gente comune e che non si occupa nello specifico di musica non sa come si è trasformato il discorso legato all'attività live in Italia. Chi suona, chi fa i tour oggi non corrisponde più a quello che chiede il pubblico, oggi si va in tour anche senza nessun album (bello o brutto) in uscita, tutto funziona e si sviluppa per amicizie. Ci stiamo avvicinando al tracollo, siamo vicini all'orlo del baratro ma tutti fanno finta di niente prendendo quello che si può. Questa è l'industria discografica italiana, questo è diventato il comparto musica.

G.L.: Il concetto di “incomunicabilità” era già stato esplorato nel precedente Mondo e antimondo e anche in Olimpo diverso appare centrale. Da diversi anni a questa parte, in effetti, si nota l'esigenza in molti artisti italiani di soffermarsi sulla difficoltà del comunicare all'altro da sé, e di cercare di decifrare una contemporaneità che si sta rivelando ostile dal punto di vista umano: quali sono gli aspetti più difficili per te nel confronto con la realtà e con il mondo di oggi?

U.M.G.: Le difficoltà sono aumentate in maniera sproporzionata e drastica, tutto velocemente, talmente veloce che nessuno si è accorto del passaggio. Gli aspetti più tremendi coincidono, secondo me, anche, con la nostra tipica cultura italiana, poiché in altri Paesi il processo è più lento e/o comunque con sfaccettature differenti. Mi fa molto male affermarlo ma sono convinto che la nostra cultura sia oramai deviata o, per meglio dire, abbia cambiato decisamente direzione, sia nei principi fondamentali, sia negli obiettivi per il bene comune. Ognuno di noi oggigiorno pensa solamente a se stesso, l'egoismo, spesso mischiato alla paura di qualcosa, si è insinuato dentro il nostro DNA. Il principale male della nostra epoca è indubbiamente la rete, ma anche la ricerca ossessionante di denaro sta distruggendo tutto. Chi è popolare (quasi sempre per porcherie becere o di basso profilo) sposa l'attenzione del pubblico, che, bue, premia e santifica la preferenza di massa. In Italia viviamo di questo. Ma lo scopo finale è sempre lo stesso. Il denaro.

G.L.: La sincerità è il “primo segreto fondamentale” di questo disco. In che modo riesci a unire l'urgenza della schiettezza alla poesia nella tua scrittura e come è cambiata quest'ultima nel corso degli anni?

U.M.G.: In tutta onestà dire la verità mi viene naturale; la schiettezza senza girare troppo attorno alla realtà oggettiva delle cose e dei

comportamenti degli esseri umani non è per me una scorciatoia. Per fare un esempio pratico, ognuno di noi nella musica usa la scrittura e la poesia in modo diverso, ma la verità non sempre viene rivelata; è esattamente questo che ci differenzia, l'uno dall'altro, artista da artista. Spesso mi soffermo ad ascoltare i testi di musicisti stra-premiati dal pubblico e mi viene un po' da ridere. Penso a come sia ridotto l'essere umano, mentre senza rendersene conto cerca, scava nella pattumiera del mondo, frettoloso di cibarsi di stronzate, spesso mal scritte e mal cantate. Non so davvero come sia possibile, ma questo è. Per me è importante starmene in disparte lontano da tutto ciò che ho descritto: preservarsi per me significa non intingere le mani nell'acqua putrida della discografia di massa.

G.L.: In diversi brani canti di un’umanità decadente e rassegnata, in continuità con il tuo disco precedente. C'è inoltre una componente emotiva intensa, che fa sì che le canzoni rimangano impresse in chi ascolta. Cosa vorresti che colpisse più di tutto chi si approccia alla tua musica partendo da questo album?

U.M.G.: Non posso assolutamente partire da questo mio nuovo e ultimo lavoro, sarebbe difficile. La mia scrittura si protrae oramai nel tempo in maniera significativa, nonostante nel nostro Bel Paese questo dettaglio non conti quasi niente. Chi ascolta UMG deve empaticamente lasciarsi andare come in flusso di coscienza benevola, che prende per mano l'ascoltatore e lo trascina verso qualcosa che va al di là della musica.

Non so nemmeno io come e perché: forse è la semplice voglia di riconoscere quella complicità che esiste tra l'arte e noi esseri umani in fondo un po' sempliciotti.

G.L.: Alcuni brani richiamano atmosfere del tuo passato artistico, penso ad esempio a Paga la vita, mentre altri, come Mega estate, segnano un punto di rottura con questo e si proiettano in avanti.

La tua voglia di provare più linguaggi musicali si è manifestata anche in altri progetti, come ad esempio i Selva Oscura. Come si conciliano tra loro le tue diverse istanze creative?

U.M.G.: Non lo so. Dovrei inventarmi risposte che non posseggo e che forse nemmeno penso. Io come persona vivo di passato, ma sempre con uno sguardo rivolto al nuovo o a nuove e diverse forme di lettura dell'arte.

Quando scrivo (per l'appunto anche per progetti diversi) come un attore drammatico, mi immergo totalmente dentro al nuovo copione, cercando di dare il meglio di me stesso per il raggiungimento di un lavoro finale credibile e che soddisfi in primis me stesso. Altre considerazioni sinceramente non ne ho.

G.L.: Quanto è stato importante il lavoro con i musicisti e come interagite tra voi nel processo compositivo delle canzoni?

U.M.G.: Il rapporto con i miei musicisti è determinante, da sempre. In Olimpo diverso il lavoro "face to face" si è ridotto drasticamente, tant'è che in studio durante le registrazioni abbiamo avuto non pochi problemi. Michele Zanni (mio produttore e musicista importante) mi ha dato una grossa mano e il risultato, che in un primo momento non arrivava, poi si è materializzato dinanzi a noi, nebuloso ma oggettivamente bellissimo.

La consapevolezza di aver partorito un disco importante è arrivata solo alla fine; nel durante c'è stata molta incertezza.  Confesso che l'esperienza di mettere a nudo i pregi e i difetti dell'album che avevamo sotto mano ci ha aiutati molto a comprendere dove osare e dove rientrare; sia nella scrittura sia nel corpo musicale. Olimpo diverso doveva suonare differente rispetto a tutto quello che si sente oggi in Italia, pur rimanendo nel mio panorama circoscritto dal quale non posso né voglio allontanarmi. Nel mio lavoro non ho più nulla da perdere, poiché il mio destino artistico è oramai da moltissimi anni segnato. Questa chiave di lettura determina e regala a me, a chi lavora con me e per me, una libertà impagabile, tant'è che i risultati parlano da sé. Un tempo dissi: "Dove il denaro canta la musica tace". Credo fosse il 2007...alla fine tutto si è avverato.

G.L.: Grazie infinite per la disponibilità.

U.M.G.: Un saluto affettuoso a Mescalina...amici da sempre.


TRACCE

Olimpo diverso

Frustapopolo

Topazia

Paga la vita

Vipera blu

Energia

Pietre nell'accappatoio

Capire prima che accada

Mega Estate

Acquaforte


PHOTO CREDITS: Guido De Vincentis