Sanremo 2019

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Sanremo 2019 Una poltrona per...tre: verdetti finali e giudizi universali

10/02/2019 di Autori vari

#Sanremo 2019#Italiana#Pop

Bilancio finale su Sanremo 2019, con interventi di Ambrosia J.S.Imbornone, Barbara Bottoli e Paolo Ronchetti. Sopravvissuti a cinque serate della kermesse nazional-popolare, ci raccontano cosa salvano e cosa forse restera' di quest'edizione.
Si è conclusa ieri sera la 69° edizione del Festival di Sanremo; sul podio si è piazzata al primo posto Soldi di Mahmood, che si era aggiudicato un posto tra i Big dopo aver partecipato alle selezioni e alla finale di Sanremo Giovani. Nel 2016 aveva già concorso a Sanremo Giovani una prima volta, selezionato da Area Sanremo. Al secondo posto si è classificata I tuoi particolari di Ultimo, preferito dal Televoto con il 46,5% dei voti e deluso e stizzito per essere entrato papa e uscito cardinale, come spesso accade; il televoto incideva per il 50%, mentre per il 30% influiva sul verdetto finale il voto della sala stampa e per il 20% quello della giuria d’onore. Terzo il terzetto del Volo con Musica che resta; i punteggi definitivi che sommavano tutti i voti delle varie componenti hanno visto un 25,5% di preferenze per i tenorini, un 35,6% a favore di Ultimo e il 38,9% per Mahmood. Daniele Silvestri e Rancore hanno ricevuto con la loro Argentovivo sia il Premio della critica Mia Martini (con 41 voti su 127) che quello della sala stampa Radio-Tv-Web Lucio Dalla (con 37 voti su 187) e il Premio Sergio Bardotti per il miglior testo, mentre è toccato a Simone Cristicchi con Abbi cura di me il Premio Sergio Endrigo per la miglior interpretazione e il Premio Giancarlo Bigazzi per la miglior composizione musicale. A Ultimo invece il Premio Tim per il brano più ascoltato sull’app omonima.

Cosa resta di positivo di questa 69° edizione del Festival di Sanremo, condotta dal direttore artistico Claudio Baglioni, che ci ha propinato anche quest’anno una buona dose di suoi brani (compresi quelli delle sigle, ad aprire il programma come se fosse un suo one-man show), da Claudio Bisio e Virginia Raffaele?

Da elogiare la scelta di Baglioni di portare una varietà di stili e generi, dal pop al pop-rock, dalla trap alla melodia sanremese, e un gran numero di artisti provenienti dalla scena indipendente o comunque fuori dal consueto circo televisivo, tra Big in gara e ospiti della serata dei duetti. La presenza in tre puntate su cinque della kermesse di tutti i 24 cantanti in gara ha reso il ritmo del programma piuttosto serrato ed è stato un bene, laddove nei momenti di pausa della competizione purtroppo si sono spacciati per superospiti anche molti nomi spesso onnipresenti in televisione, ci si è cimentati in discutibili omaggi a mostri sacri della canzone italiana o in siparietti pseudo-comici con testi spesso piuttosto imbarazzanti, che frequentemente non hanno valorizzato neanche la pur brava attrice e imitatrice Raffaele (che infatti ha fatto molto meglio nel medley di imitazione della finale). Passiamo in rassegna le canzoni più significative di Sanremo 2019.

Argentovivo scritta da Silvestri con Manuel Agnelli e Fabio Rondanini, batterista dei Calibro 35, con lui sul palco, ha un arrangiamento tra funk e quasi blues-rock, imperioso, oscuro ed elegante. La canzone è una sorta di lettera di un ragazzo di 16 anni, come non sarebbe mai in grado di scriverla: è quello che dovrebbe riuscire a raccontare agli adulti in relazione a una condizione estrema, un rischio reale, quello di un’educazione repressiva, scolastica e sociale in generale, che anziché “cercare un contatto” con un bambino “distratto” e forse iperattivo, ha preferito spegnerlo e rinchiuderlo nel virtuale. Il protagonista appare allora rassegnato, assente, passivo: non crede ormai negli adulti, nella vita reale, ma si isola dagli altri con la musica ad alto volume e rifugiandosi in un mondo digitale (“dove viaggio, dove vivo, dove mangio / con gli occhi”). Molto efficace la presenza sul palco anche del rapper Rancore, la cui interpretazione incisiva ricorda il migliore Frankie Hi-Nrg.

Rose viola di Ghemon ha un buon piglio da black music/r’n’b, però le interpretazioni sanremesi sono state un po’ traballanti (meglio la canzone nella giornata dei duetti con la partecipazione di Diodato e dei Calibro 35) e c’è qualcosa di troppo generico nel pezzo, come se il tentativo di rappresentare una psicologia femminile rimanesse solo una vaga intenzione: il ritratto suona convenzionale, a tratti anche confuso, in un brano in definitiva poco a fuoco. L’artista può suscitare interesse, ma resta l’impressione che abbia scelto un pezzo un po’ scialbo e poco incisivo, caratterizzato da un lirismo e uno psicologismo sommario come un mero profumo. Cool, ma non molto di più.

Per gli Zen Circus un ritmo impetuoso in contrasto voluto con lo xilofono giocattoloso e sognante, una cavalcata che procede spedita e decisa senza un ritornello: la loro L’amore è una dittatura è un brano che nasconde varie frecciate all’attualità sociopolitica nelle tipiche scatole cinesi della band, contenenti immagini realistiche e metafore. Per accenni la canzone ricostruisce allora un mondo attuale di logore diffidenze xenofobe di chi inneggia alla purezza della razza (“inchinarci alle zanzare pregandole di non mescolare / il nostro sangue a quello dei topi arrivati in massa con le maree / le porte aperte, i porti chiusi…”), il livore di chi ama ringhiare come pseudo-difensore della patria e cane-pastore populista a capo del gregge dei suoi sostenitori, e di contro il futuro di altre generazioni di cittadini “del mondo intero”, che sapranno apprezzare una società articolata e multiculturale, senza auspicare un qualche ritorno all’ordine. Se si porta la democrazia nel cuore e l’unica dittatura che si riconosce è quella degli imperativi categorici della coscienza e del cuore, non si teme l’altro come qualcuno che ci deruberà di diritti e portafogli, ma si spera possa saperci apprezzare e amare come i fan che fanno la fila per chiederti un autografo o urlarti anche da lontano che “sei l’unica, sei il solo”. Gli Zen Circus non si sono piegati alle logiche e ai topos festivalieri, non hanno scelto un brano più orecchiabile tra i loro, ma un pezzo pieno zeppo di parole, ostico, complesso, degno della loro storia, non scritto per fare incetta di televoti, ma per portare anche all’Ariston un’identità costruita in vent’anni di storia musicale.

Motta ha presentato una canzone che canta un disorientamento generale, individuale e nazionale: Dov’è l’Italia si impone soprattutto grazie al ritornello, che il cantautore interpreta con la forza della sua voce acida e a cui è affidata una chiusa quasi sospesa. Il brano è cresciuto di serata in serata, grazie alla maggiore confidenza acquisita da Motta con il palco sanremese.

Abbi cura di me di Simone Cristicchi è significativa, ma scivola nella retorica e nel patetismo; è il classico pezzo scritto per raccogliere consensi a Sanremo, sa di già sentito (Fossati, Battiato, Mannoia, ecc.) e di troppo studiato a tavolino. Cristicchi poi è diventato super-serioso come un predicatore protestante o un personaggio di una fiction di Beppe Fiorello; il pezzo sembra tutto sommato di valore, ma lascia il timore che si tratti di una moneta falsa. Nel duetto con Ermal Meta almeno i versi più poetici avevano assunto un respiro più potente ed emozionante; non a caso Cristicchi lo ha ringraziato su Twitter per la sua “Grazia”, la sua “anima immensa”, la sua “voce che arriva fino alle stelle”: “Grazie per questa bellezza”.

Per quanto riguarda Achille Lauro e la sua Rolls Royce, il punto non è che faccia riferimento o meno alle pasticche di ecstasy: il brano non scandalizzerebbe comunque, anzi, suona fin troppo poco originale. C’è chi ha affermato che sia una nuova Vita spericolata, ma in realtà nei suoi versi ci sembra di riscontrare un campionario di uno scontatissimo semi-maledettismo di maniera, di un anticonformismo superconformista che inneggia ai soliti divi, pescando ancora tra quelli scomparsi a ventisette anni, e alla fine si limita a sognare una bella vita da serie tv. Il pezzo è blando, sciocchino, edulcorato, prevedibile, non morde, non punge, non fa ridere. Avrà successo probabilmente, tanti lo trovano piacevole, divertente e orecchiabile: buon per l’artista, ma a quel punto meglio artisti più “estremi” e coraggiosi come Young Signorino, che almeno rompono maggiormente gli schemi. Mal che vada, almeno li trovi strampalati, ecco. Lauro stona parecchio, ma non lo abbiamo scritto, perché no, non siamo vecchi e passatisti e non preferiamo il Volo; ha un bel look vampiresco, comunque (già visto pure quello, ma pazienza).

Cosa ti aspetti da me, cantata da un’altra interprete, sarebbe un pezzo qualunque; Loredana Bertè nella sua voce rauca e graffiante ci mette invece tutto il suo disincanto, la rabbia, la delusione, il dolore che ben conosce. Non importa allora che l’intonazione a volte sia precaria: questo brano, con attacco quasi à la Evanescence, emoziona perché è un inno scontroso e disilluso che dimostra una volta in più che la Lory nazionale è tornata in ottima forma. Il pubblico non ha gradito che non sia salita sul podio e ha fischiato rumorosamente.

Veniamo agli artisti saliti sul podio.

Il Volo ha un repertorio piuttosto inutile e anche Musica che resta si conferma una minoreitanata/claudiovillata con un testo romantico-retorico per il pubblico melodico di età media di 70 anni e in particolare le nonne che forse portano loro le torte nei camerini (le ragazzine ormai li hanno traditi con i trapper smandrappati). Una spremuta finta di cuore. Sono ancora giovani: forse fanno in tempo a salvarsi e a cominciare a cantare altro, se proprio vogliono perseverare.

I tuoi particolari di Ultimo ha un cantato nelle strofe molto à la Tiziano Ferro e un ritornello con fervore à la Fabrizio Moro; Niccolò Moriconi, che ha capitalizzato la vittoria nella categoria delle Nuove proposte nel 2018 con ottimi riscontri di vendite e live nell’anno appena trascorso, non è comunque né l’uno, né l’altro. L’interpretazione è stata abbastanza intensa, ma non sempre precisissima e la canzone, da lui composta per testo e musica, risulta piuttosto banale: l’intensità è l’involucro di una scatola vuota. Ultimo può fare sicuramente di meglio.

Mahmood, di mamma sarda e papà egiziano, ha una voce dal timbro interessante, che sembra fondere soul, black music e le sonorità senza tempo dei canti delle sue radici etniche; la sua canzone, Soldi, è orecchiabile e abbastanza moderna nei suoni, ma a volte sfiora i temi anziché attraversarli e affrontarli, mentre altre volte i versi suonano troppo semplici e semplicistici. Ad ogni modo l’argomento della canzone è come il denaro possa influire su una famiglia: il testo tratteggia infatti una figura paterna falsa, assente e interessata solo al denaro, anche a costo di cercare di “fregare” un figlio e approfittarsi della sua buona fede, dopo aver riservato bugie anche alla moglie e madre della famiglia. In ogni caso si tratta di un artista con qualche potenzialità e margini di miglioramento, a cui auguriamo di ottenere le soddisfazioni a cui ambisce.

Ambrosia J. S. Imbornone
 

Il Festival di Sanremo segue da sempre logiche non scritte, ma conferma l'importanza della tradizione che si ripete uguale negli anni, pur cambiando i fattori; ogni anno si inizia con le polemiche, che cambiano, ma si ritroveranno alla fine, oltre allo schieramento del “nessuno che lo guarda, ma tutti che sanno cosa sta accadendo su quel palco”. Questo evento sopravvive e, anche se si finge di non volerlo, fa parte di noi, quindi sarebbe interessante considerarlo come uno dei pochi momenti folcloristici rimasti, una sorta di made in Italy che ci apre all'esterno e, forse, ci unisce ancora.

  La 69° edizione del Festival è stata guidata, anche quest' anno, da Claudio Baglioni, affiancato da Virginia Raffaele e Claudio Bisio che si sono attardati con sketch superflui che, assieme alla pressante e insistente pubblicità, hanno messo alla prova anche il telespettatore più accanito.  Gli ospiti sono per lo più passati in secondo piano, ma da segnalare Ornella Vanoni che in un rapidissimo blitz sul palco è riuscita a far parlare di sé anche nelle serate successive, presentandosi non in qualità di interprete, ma auto-ironicamente, e questo dovrebbe far ragionare sulle “vecchie glorie”.

Claudio Baglioni, nel suo discorso di apertura, ha utilizzato la parola armonia, ma le parole non sono coincise coi fatti, e Sanremo è un fenomeno socio-popolare che in cinque serate riesce, sempre perché nessuno ammette di seguirlo, a fotografare il nostro Paese e, anche nel 2019 ha confermato superficialità, maleducazione, ma soprattutto nessuna voglia di ascoltare, ma dopotutto è ciò che accade nella quotidianità.

La scelta di base della kermesse era, chiaramente, accontentare ogni gusto, fascia di età ed aspettativa, quindi presenti sul palco 24 canzoni inedite tra classiche presenze sanremesi, duetti anche imbarazzanti, ex-trappisti, ex-talent, esponenti del mondo indie e caricature di sé stessi.

A Sanremo è mancata la spontaneità, si è percepita parecchia costruzione assemblata a tavolino per ottenere un effetto ad hoc, con il chiaro scopo di inserirsi nelle note emotive del pubblico, che il più delle volte ha accettato, inerme; questo è stato l'aspetto più evidente e, ammettiamolo, è ciò che accade al di fuori dall'Ariston.

La serata conclusiva è stata una valle di lacrime, tra chi non riusciva a cantare e chi non abbandonava il palco per quel secondo in più di applausi, ma, alcuni, avevano già calcato l'onda dell'emotività, fingendosi attori impegnati, con gli occhi lucidi, ma la musica dovrebbe essere emozione a prescindere, ovviamente non ogni canzone ha questo scopo, esiste il brano allegro col gruppo che si diverte come i Boomdabash, o gli Ex-Otago che hanno affrontato questa esperienza con semplicità, facendosi conoscere e rilassandosi durante l'esibizione di sabato, o i Negrita che saranno sempre loro e Paola Turci che negli anni resta una costante, mentre Nek sa che il suo successo sarà radiofonico e, almeno, questi momenti ci consegnano certezze.

Perché dover esasperare l'interpretazione? Per non sicurezza del proprio brano? Per sfruttare al meglio l'occasione? Chi ha seguito per intero la manifestazione avrà notato un crescendo, tra il ridicolo e l'irritante, in alcune esibizione, di emotività, al punto di non riuscire a terminare il proprio brano, chi è scoppiato in lacrime, o chi ha unito più idee, inumidendosi gli occhi durante la recita, dopo aver accumulando tematiche importanti, tanto da diventare poco credibili ed, infine, chi carico dei successi degli ultimi mesi ha chiaramente guardato dritto il pubblico, ammansendosi per poi scaricarsi al termine.

Nel periodo precedente al Festival di Sanremo, ogni anno, si presentano speciali riguardanti le edizioni precedenti e, tutti noi, ancora, canticchiamo ancora un vecchio brano di Nilla Pizzi, dei Pooh o del trio Tozzi-Morandi-Ruggeri, ma in questi anni cosa ci è rimasto delle canzoni proposte? Le polemiche, sempre le stesse, la sfida dello share, ma non ci restano nemmeno più in mente gli abiti delle presentatrici.

Eppure, guardando bene, anche nel 2019 ci sono state dei momenti emozionanti, veri, primo tra tutti l'abbraccio, tra i fischi, di Motta Nada, vincitori della serata duetti col brano Dov'è l'Italia, premio che aveva creato qualche speranza per un podio per i 2/3 previsto e temuto.

Oltre al podio ci sono i premi speciali: i due della critica “Mia Martini”, “Lucio Dalla” e “Sergio Bardotti” per il miglior testo sono stati assegnati ad Argentovivo di Daniele Silvestri ft. Rancore, esibizione che non richiedeva recitazione emotiva costruita, perché la batteria apriva l'ascoltatore ad un brano che toglie il fiato, spaventa per la realtà raccontata e incanta per l'interpretazione, che nella serata dei duetti è stata arricchita da Manuel Agnelli, coautore del testo. Argentovivo è l'adolescenza divisa tra reale e virtuale, fino a diventare vittime della seconda, il rancore, la perdita di riferimenti e valori, ma sono quei brani che non si possono spiegare, ma solo ascoltare e stupirsi, ma si sa che quando Silvestri partecipa a Sanremo risponde ad un suo bisogno impellente di comunicare: arriva, scuote, zittisce e il resto non esiste più.

Un altro testo aveva la stessa levatura, un brano crudo, pieno di significati, ma che non ci si dato il tempo di comprendere perché quando qualcuno non è ogni giorno in televisione non conta, ma The Zen Circus si sono superati con L'amore è una dittatura, restando il gruppo che conosciamo, facendoci trattenere il fiato, tra le luci rosse e nere, stupendoci leggendo parole che penetrano la coscienza, battendo il tempo del ticchettio dei secondi che passano troppo velocemente per la loro esibizione; ma riassumono tutto in mentre invece l’anarchia la trovi dentro ogni emozione “, poche parole che potrebbero riassumere anche questa kermesse, per chi ha saputo trasmettere, senza fingere, sentimenti, abolendo le regole commerciali, fasulle e costruite.

Lascia perplessi perché brani importanti nella classifica finale si trovavano nei posti intermedi, quando è andata bene, e al nono posto è stato votato Achille Lauro che non ha senso essere raccontato per non acuire l'importanza che ha ottenuto in questi giorni, “bene o male l'importante è che se parli” e ha raggiunto ben più di una semplice provocazione; i brani, andrebbero, ascoltati in termini di significato e non solo come ritmica, personaggio o uno specchietto per attirare un nuovo pubblico per aumentare lo share, perché la canzone, speriamo, ha ancora una forte componente comunicativa.

Come ogni edizione del Festival di Sanremo si conclude con un podio che non convince appieno, con la maleducazione del pubblico, ma si sa è un circo perfetto che come inizia sembra concludersi, era iniziato con la frase politica di Baglioni e si conclude con l'ignoranza rispetto a chi ci rappresenterà all'Eurovision Song Contest a Tel Aviv, ma si è concluso con un'emozione vera: l'espressione di Mahmood quando viene proclamato vincitore della 69° edizione del Festival della Canzone Italiana con Soldi e sarebbe giusto salvare quel momento televisivo per quest'anno.

Barbara Bottoli

E così anche quest’anno abbiamo passato cinque giorni ad ascoltare, ponderare, scrivere, paragonare, scherzare, scambiare opinioni e leggere di quella cosa così tipicamente italiana chiamata Festival di Sanremo. Da tutto questo, come sempre, emerge uno spaccato dell’Italia che va ben al di la delle canzoni presentate e che un po’ spaventa e un po’ rincuora. Come sempre. Ecco, Sanremo è questo “come sempre”: una cartina di tornasole via via rassicurante o angosciante.

Il suo meglio viene da tre artisti che, qui a Mescalina, non scopriamo certamente oggi. Daniele Silvestri (in buona compagnia con Rancore, Gabrielli e Agnelli) con un brano teso, scritto bene, con un bellissimo arrangiamento orchestrale e una interpretazione inesorabile. Zen Circus con una canzone difficilissima da cantare così piena di, necessarie, parole e così vicina, oltre che a loro stessi, a Vasco Brondi e De André (e loro sò che avrebbero saputo cantarla benissimo). Motta che, nel momento in cui rinuncia alla chitarra perde qualcosa a livello interpretativa e che, imbracciata la chitarra, infatti esplode nel duetto straordinario con Nada.

Poi ci sono le sorprese e le conferme. La Bertè - sfiancata nella voce, nel corpo e nella mente - che resiste in piedi esibendo proprio quella sua fragilità, quella voce ormai quasi distrutta e quel il suo corpo quasi immobile piantato saldamente a terra, a resistere alle intemperie della vita, come il Velasquez vecchioniano. La sorpresa di Mahmood che, volente o nolente, è una faccia, quella migliore, dell’Italia di oggi. Una canzone scritta bene, con un testo doloroso e autobiografico cantato con determinazione e senza inutile rabbia. Un cantante dalle grandissime doti naturali che spero avrà tempo per crescere e diventare il talento che in molti abbiamo intravisto essere.

Spiace per la Turci, che si fida a cantare un brano in tonalità sbagliata e che la mette in crisi vocalmente proprio nel passaggio armonicamente più interessante e caratterizzante della canzone; spiace per Ultimo che nel giro di neanche un anno diventa presuntuoso e arrogante come il peggior Toto Cotugno e, come lui, mieterà successi clamorosi e stucchevoli polemiche con i critici. Spiace per Arisa, artista disperata (leggete il suo testo fra le righe, è il testo di una persona sull’orlo del baratro esistenziale che cerca di sopravvivere pensando alle piccole cose della vita) con crollo emotivo nell’ultima sera e una canzone non adatta a lei vocalmente.

Non ci resta che parlare della professionalità e della voce “con compressore incorporato” di Nek: una certezza Pop. Della bella voce della Carta, che deve mollare al più presto questo pop infantile e darsi alla musica che lei ama, quella piena di elettronica e contemporanea vitalità. Degli Ex-Otago che cantano una canzone che mi colpisce: adulta e sincera quanto, forse, sin troppo leggera. Di Achille Lauro: un “genio del male” furbo, spietato, arrogante, senza scrupoli e capace. Un po’ involontaria parodia (Vasco, Jovanotti periodo “Vasco”, Young Signorino) e un po’ talento puro. Una persona e una crew, la sua, senza scrupoli e che nulla lascia al caso per arrivare al successo commerciale.

Il resto, più o meno, è, come sempre, da dimenticare al di la del successo o dell’insuccesso delle canzoni.

Da non dimenticare sono invece gli insulti razzisti piovuti contro alcuni cantanti su tutti i social. Ma qui usciamo da Sanremo e andiamo nel mondo reale, proprio quello di cui parlano le tre canzoni che più mi sono piaciute, e il cerchio si chiude.
Paolo Ronchetti