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Francesco Guccini Le radici, le parole, il viaggio: ricordando Francesco Guccini
Luca Bacchetti
Sarà il caldo opprimente del periodo, ma quando ho letto che era morto Guccini mi è subito venuto in mente il tango di Scirocco. Io non sono un suo profondo conoscitore. Ancora oggi ci sono canzoni che ho sentito una volta, forse nessuna. Eppure la sua musica e le sue parole mi hanno accompagnato così spesso che è un po’ come se fosse morto uno zio. Uno di quelli che non vedevi spesso, ma che, quando lo andavi a trovare, aveva sempre una storia speciale da raccontarti. Storie gigantesche come interi continenti o storie minuscole, che stanno all’interno di un’osteria, dove si svolge una scena che può essere successo a tutti di avere scorto da qualche parte. Un litigio, voci concitate, gesti bruschi, lacrime, una che se ne va, uno che rimane, e intorno il vento, e le nubi.
Metteteci sotto un tango, e già la scena sembra presa da un film di Carlos Saura, cucitegli addosso le parole di Guccini, che si inventa “la rosa di un abito di percalle”, e le mani che “disegnavano sogni e certezze”, e non vorreste più andare via da lì, e vi sembra di conoscerli un po’ anche voi, quei due, e ti si stringe il cuore quando lei se ne va via senza voltarsi indietro, piena di “confusioni e immagini”. E chissà come stanno, adesso, quei due. Chissà se qualcuno gli ha detto che il loro narratore se n’è andato, chissà chi li racconta. Soffiasse davvero quel vento di scirocco. Per quanto caldo, sarebbe molto meglio di quest’aria ferma che ci toglie il respiro.
Laura Bianchi
“Mamma, cantiamo L’Avvelenata?”. Giorgio prendeva la chitarra, e Giovanna e io cantavamo a gola spiegata, lei pure con la erre arrotata e imitando il suo vocione, sorridendo quando, cantando, dicevo le parolacce, a quei tempi bandite da casa.
Il nastro dei ricordi si riavvolge: e allora, affiorano Dio è morto e Auschwitz cantate sul pullman andando a sciare, alle medie, tre ore di viaggio per due ore di lezione; le parole di Vedi Cara, Ofelia, L’isola non trovata, Incontro, scritte sul diario del liceo, viatico alla nostra educazione sentimentale; e finalmente un concerto con lui, quello per Demetrio Stratos, e poi molti altri suoi, uno a Varese, ad aprile, sotto un’inattesa nevicata, lui che entra in scena con la sua bottiglia di vino, si siede, e ci dice “Ma Buon Natale!”. L'ultimo, a Villa Arconati: non cantava, ma le cantava alla musica commerciale. Gli amici che le suonavano, sul pontone del traghetto per la Grecia, o che andavano in Via Paolo Fabbri al 43, e ci raccontavano di lui che apriva e offriva un bicchiere di vino. O le serate a cantare, anche noi, inesperti biasanòt. Bologna invariabilmente messa in auto, arrivando in città, per trovare Giovanna, e cantata camminando per i suoi portici - cosce. E dischi, e le cassette disfatte, da tanto che giravano, avanti e indietro, e intanto noi, che imparavamo da lui le parole, accurate e immediate insieme, totalmente fuse con la musica - un’alchimia che riesce a pochissimi - che descrivevano esattamente quello che ancora non sapevamo dire: la nostalgia, lo struggimento per le infinite possibilità che ci stavano sfuggendo, l’ansia di partecipazione, la consapevolezza e la tensione verso il compimento di un destino che non capivamo, quando, a tratti, “ci sembrava di aver trovato la chiave segreta del mondo”. La letteratura ci si presentava col suo aspetto migliore: da lui, il primo della razza sua che aveva studiato, abbiamo saputo di Umar Khayyām, di Van Loon, di Procopio di Cesarea, di Cenne e Folgore, di Chaucer, di Filemazio: nomi prima sconosciuti, imparati da lui, che si definiva “eterno studente”. Le canzoni che sembravano film vecchi della Fox, come la struggente Autogrill, densa di chimere, polvere, sguardi, malinconia, parole non dette, la strada bianca, e “un’infelicità vicina.” E, quando insegnavo, proponevo agli studenti i suoi testi da analizzare, densi di domande di senso, vedendo nei loro occhi le stesse mie inquietudini di decenni prima, e commuovendomi, ogni santa volta, come sto facendo adesso, che, con Autogrill negli auricolari, cerco di trovare le parole per ringraziare un compagno di vita, un maestro di educazione civile, un interprete dei nostri, dei miei anni.
“Negli angoli di casa cerchi il mondo,/ Nei libri e nei poeti cerchi te”. Ci siamo trovati, con lui. Grazie.
Barbara Bottoli
Cirano è una canzone di Francesco Guccini pubblicata nel 1996 all'interno dell'album D'amore di morte e di altre sciocchezze. Il brano prende spunto da Cyrano de Bergerac di Edmond Rostand ed è l'emblema dell'anticonformismo, della libertà di espressione e di manifestazione, per giungere alla purezza, in senso stretto dell'amore e in generale alla società; libertà che Guccini sottende già nel sostituire la y con la i.
Guccini affonda la propria penna, beffandosi della mediocrità, dei benpensanti, dell'ignoranza e della polis alla ricerca di etichette che si sciolgono non appena si avvicinano al calore della cultura.
Un capolavoro che si riscopre ad ogni ascolto, sempre più attuale e di uno spessore inarrivabile, firmando ciò che dovrebbe essere l'emblema di ciò che dovremmo essere, fregandosene se “anch'io sono sbagliato / spiacere è il mio piacere / io amo essere odiato”; un odiato che vuole tendere a qualcosa di superiore, un bene puro, ben diverso dal perfezionismo.
Cirano è l'equilibrio tra polis e pietas, un capolavoro assoluto del cantautorato italiano che riassume l'intera discografia di Guccini, rappresentando l'insegnamento per ciò che dovremmo essere.
Alessio Brunialti
Quando conobbi, si intende artisticamente, Guccini, non mi stupì più di tanto il suo essere postumo già da giovane, anzi giovanissimo. Questo perché giovanissimo io lo ero davvero e lui, allora, era già un signore con la barba che cantava di un passato che a lui doveva apparire lontano, rimpiangendo case e cose, persone e situazioni, ragazze e fumetti di un’epoca d’oro che sentiva irrimediabilmente perduta. Tutto questo lui l’ha fatto a partire dai suoi 24 anni circa e a me, che ne avevo una dozzina di meno, sembrava perfettamente plausibile che un uomo così “vecchio” (ehm...) si guardasse indietro.
Poi nel tempo, doppiata diverse volte quell’età, mi accorsi di come fosse prematuramente incline al rimpianto. E allora ho forse capito il trauma della guerra, di un’infanzia diversa da quella della generazione precedente e anche da quella delle generazioni successive, quella sensazione di fine della paura, di libertà, di un mondo dove tutto è possibile e da costruire, una sensazione che non si può ripetere se non se ne ripetono le condizioni. E poi non conoscevo quella realtà, che condivideva con il “rivale” Fabrizio De André, quella di essere cresciuto in un luogo idilliaco poi abbandonato per una città piccola che non ha avuto paura di demolire in una delle sue canzoni più famose.
A proposito di canzoni, quella che mi ha sempre colpito di più è Incontro, non solo perché è bellissima, e perché è la canzone che tutti noi vorremmo scrivere a quella ragazza che poi ritrovi dopo anni, ma perché è una canzone che per me (credo per tutti) muta nel tempo rimanendo sempre uguale. Se la ascolti a 12 anni puoi intuire di che cosa parla, ma tu non hai alle spalle un passato così anagraficamente importante da poter guardare a una persona pensando che non vi vedete da tanto tempo. Poi, quando la riascolti in età da morose, cambia abbastanza il senso, perché ti fa tremare un po’ la terra sotto ai piedi, ti fa capire che la persona con cui stai potrebbe presto non essere più tua, andarsene, poi tornare con una vita da raccontarti che non è stata quella che avresti voluto vivere assieme a lei. E così via via, man mano che invecchi, Incontro ti racconta sempre la stessa storia e tu la ascolti da una prospettiva sempre diversa. Ad esempio, ora sono nell’età del tenero rimpianto, in cui guardi tutto con un sorriso, anche se una situazione o una donna ti avevano fatto soffrire come un cane.
Di Guccini mi ha colpito anche la capacità di fare mitopoiesi, perfino a livello toponomastico, perché il fatto che ci sia gente, che pure ieri, si è recata in pellegrinaggio in via Paolo Fabbri 43 la dice lunga di quanto fosse riuscito a rendere leggendaria tutta una serie di luoghi semplicemente mettendoli in canzone o nei suoi scritti: l’Osteria delle Dame, Da Vito, per non parlare di Pàvana, che ancora tanti non si capacitano essere semplicemente una frazione della più grande Sambuca, e pure del fatto che si trovi, oggi, non più in Emilia ma in Toscana, in provincia di Pistoia. Non si contano le persone che hanno voluto compiere quel pellegrinaggio per andare a rompere le scatole al “Maestrone”, che sentivano come un amico personale, se non l'avevano mai incontrato. Io non l’ho mai fatto, ma tutti i racconti di ritorno lo descrivevano, sulle prime, forse un po’ distaccato, ma amichevole, vittima consenziente di quella piccola invasione della privacy che si ripeteva pressoché quotidianamente. Forse sentiva di essersela andata a cercare, a furia di decantare la bellezza di quei luoghi, e la sua serenità lassù. Ho rispettato tantissimo la decisione, a un certo punto, di smettere, così come ha fatto anche Ivano Fossati, lui ancora nel fiore degli anni e della sua capacità produttiva. Guccini evidentemente si sentiva vecchio anzitempo e si è ritirato senza mai farlo davvero, intanto perché ha proseguito a fare quello che gli piaceva di più, ovvero scrivere, e che ogni tanto, tirato per la giacchetta da una Caterina Caselli, da un Roberto Vecchioni, da un Mauro Pagani con un bel progetto da sottoporgli, ogni tanto tornava anche dietro al microfono, fino a quei due ultimi album di cover si direbbe, che sono i suoi personali “Pavan recordings”, come un Johnny Cash barbuto dell’Appennino.
L’impatto con il Guccini scrittore per me è arrivato ancora prima di quello con il cantautore, perché avevo l’Oscar Mondadori delle Storie dello spazio profondo scritte per Bonvi, altro personaggio formativo della mia infanzia, ed è stato una piacevolissima sorpresa scoprire che Francesco aveva collaborato, anonimamente, anche ai primi numeri de Lo sconosciuto di Magnus, un fumetto che rompeva gli schemi introducendo l’erotismo, quello vero, quello esplicito, in storie noir crude e di bellezza irripetibile (in un’intervista telefonica lo spinsi a parlare del Paperino di Barks, altra passione comune, solo per il gusto di farglielo fare, lo confesso). Così l’approccio alle Cròniche epafániche fu carico di buone speranze e non venne deluso, così come non lo furono quelli sui libri successivi, che si trattasse del suo personale lungo romanzo di formazione a puntate, dei gialli scritti con Macchiavelli, o di quelli che forse adoro di più, quei manuali dedicati alle piccole cose, raccontate con la sua proverbiale arguzia.
Ah, perché poi c’era il comico: c’erano concerti in cui a volte poteva capitare che, su tre ore, almeno due fossero occupate da parole in grado di mandare al tappeto chiunque: avrebbe potuto essere anche il miglior cabarettista della sua generazione se invece non avesse preferito la chitarra, anche se in scena si capiva che non sapeva molto decidersi e se aveva voglia di chiacchierare nessuno poteva affermarlo. Non Flaco, non Vince, né Ellade o Ares: perfino i nomi e le generalità dei suoi musici sono diventati mito.
Mi sto trovando troppo spesso a dire che mi scopro contemporaneo di personaggi dati per scontati, che, invece, possono lasciarci da un momento all’altro. Ecco, io, peraltro nato il 14 giugno, proprio come lui, posso a buon titolo dire “Sono stato contemporaneo di Francesco Guccini”, come altri potevano dirlo di Dante e Petrarca. Lui, per la verità, assomigliava più a Pascoli, anche se il punto di riferimento principale, almeno nei primi anni di carriera, resta Gozzano perché le “stoviglie color nostalgia” che si abbinano alle “buone cose di pessimo gusto” non passano inosservate, così come non passava inosservata la sarabanda di saracche de L’avvelenata, tra l’altro mai tra le mie preferite, dove diventava personaggio proverbiale perfino un (mio futuro) collega, Bertoncelli: una riga di testo poteva valere una carriera, anche altrui. E che soddisfazione nello scoprire che uno dei versi per me più incomprensibili non piaceva neppure a lui (sto parlando di “picchiettavo un indù in latta su una scatola di tè” di Autogrill: ascoltato senza avere il testo di fronte, non riuscivo proprio a capire neppure cosa pronunciasse e lui ha commentato che forse non gli era venuta poi così bene, anche se la sua frase “spreferita” era proprio in Incontro, “freddo e luci accese forse per noi lì”).
A proposito, io penso di essermi avvicinato a Gozzano proprio grazie a lui (e che delusione, a scuola, scoprire che l’Antologia di letteratura no, non inseriva L’isola non trovata, che restava impalpabile anche per me, oltre che per il re di Spagna), ma anche a Borges, a Roland Barthes e, se a casa ho Tu passerai per il camino di Vincenzo Pappalettera, reperito in una libreria dosato con un gridolino di gioia, lo devo a lui. A lui devo anche la scoperta di tutto un mondo di canzone d’autore parallelo a quello ufficiale, quello di Giovanna Marini, di Paolo Pietrangeli, di Ivan Della Mea, quello ben rappresentato da I giorni cantati, film che spero sia ancora disponibile su RaiPlay, così come spero sia rimasta anche quella buffa testimonianza del Guccini cantastorie per Bologna in una trasmissione dedicata al Medioevo, che raccomando di non perdere, forse una delle cose più belle girate dal maestro.
Per uno che ha scritto così tanto di morte, che chiedeva di essere sepolto sotto un albero già nel 1969, che non ha mai fatto mistero di considerare la fine della vita come un’ineluttabilità, ci sono fin troppe frasi sue che si possono citare. Allora ne prendo una che dedico a me, a noi: «Addio amico venuto dal passato per un momento appena, addio giorni andati in un soffio, amici mai più incontrati; s’ciao, giovinezza».
Giuseppe Catani
Vivo a Bologna da un bel po’, ma sono passato per la prima volta lungo via Paolo Fabbri solo tre o quattro anni fa. Direzione Vag61, un centro sociale ricettacolo di “poveri comunisti” (cit.) che stava dando vita a un Festival di geopolitica o qualcosa del genere. Ovvio che mi fermai al numero civico 43 e che vissi un momento catartico.
Catarsi a parte, mi son fatto una domanda: quale cantautore può essere così folle da intitolare un proprio album con l’indirizzo di casa sua? Mai pensato alle controindicazioni? Tipo gente appostata in cerca di foto, musicisti al massimo dell’ispirazione con il demo in mano, collezionisti di dischi a caccia di una firma… Una vita d’inferno.
La prima volta che ascoltai Via Paolo Fabbri 43 (la canzone, intendo) non pensai a queste sciocchezze: ero un ragazzino affamato di musica attaccato alla radio h24, Guccini non sapevo chi fosse e il primo brano che ascoltai dalla sua voce fu proprio quella. Ne rimasi folgorato. Anche perché gli amici più grandi, che ne capivano, mi avevano avvertito: Guccini è peso, triste, toh, ascoltati questa cassetta dei Bauhaus e non pensarci più. Invece a me quella canzone piaceva. Ed era tutt’altro che triste. Per quel che ne capivo, mi sembrava un blues un po’ folle con un testo che non riuscivo a comprendere del tutto. Passino i riferimenti a Bologna, città mitica e irraggiungibile, almeno per noi sbarbatelli di provincia, ma poi chi cavolo erano Descartes, Barthes e Borges? E perché “la piccola infelice si è incontrata con Alice a un summit per il canto popolare”? Ma il verso che più colpì il mio immaginario di adolescente sprovveduto fu :“Se devo emigrare in America come mio nonno, prendo il tram”. Che meraviglia! Alla faccia dei Bauhaus! Così decisi che Francesco Guccini sarebbe diventato il mio eroe. E che avrei comprato tutti i suoi dischi: promessa mantenuta.
P.S.: Mentre sto riempiendo queste inutili righe, un gruppo di gucciniani si è radunato a cantare le canzoni del Maestrone in via Paolo Fabbri 43. E dove, sennò?
Roberto Codini
Era il 1987, la scuola era finita da poco e il mio amico fraterno Roberto e io decidevamo di andare a vedere il grande Francesco Guccini al PalaEur (allora si chiamava così), emozionati come due scolaretti. Il Muro di Berlino sarebbe caduto di lì a poco e il pugno chiuso rivolto al palco mentre il Maestro intonava La Locomotiva faceva ancora un certo effetto.
Francesco era un gigante (non solo fisicamente) e iniziava il suo concerto con l'inseparabile bicchiere di vino: seduto a un tavolo (come al bar), con davanti la bottiglia di Lambrusco (una di quelle di una volta, con la retina in plastica che cingeva il vetro come una pudica gonna): "Mi disseto un momento e cominciamo subito". Apriva così le danze tra l'ovazione generale. Aneddoti, battute, canzoni, racconti di vita e di musica, tanta politica vissuta. E poi l'ironia, che non lo ha mai abbandonato, con la quale condiva sapientemente ogni argomento anche difficile: l'amore, la guerra, Dio (che è morto ed è risorto), tutto il repertorio gucciniano terminava sulle note di Only You con tanto di goffa danza sul palco.
Francesco era così, è così, un artista unico, vero, umano, capace di emozionarti e di coinvolgerti con la sua severità bonaria, con il suo sorriso sornione e un po' enigmatico. Lo ritrovai, per caso, in una trasmissione di Rai Tre, presi coraggio e gli chiesi un autografo. "Ciao Roberto", la sua firma e una pacca sulla spalla. Non c'erano i telefoni cellulari, non c'erano i selfie e probabilmente Francesco non avrebbe gradito.
Un grandissimo autore, che non disprezzava Sanremo e il Festivalbar, vicino alle lotte operaie, lontano da questo mondo narcisista e frastornato e che ha continuato a vivere nella sua casa di Pavana, a scrivere storie davanti al suo inseparabile bicchiere di rosso.
Ciao Maestro, ovunque tu sia.
Angela Del Rosso - Lettera a un musico di Pàvana
Caro Francesco,
ti conosco da sempre, sei stato il primo cantante di cui ho imparato le canzoni da piccola. Le amo tutte, da La locomotiva, ad Amerigo, all'Ultima Thule, a Venezia, a Canzone quasi d'amore, ad Autogrill, a Scirocco, a Incontro e mille mille altre. Ho ricevuto la notizia della tua partenza mentre sono in vacanza, in un posto lontano e bellissimo, eppure oggi sono molto triste.
Ti ho sempre seguito, amato, rispettato, nonostante negli anni i miei gusti musicali si siano arricchiti, o forse impoveriti, sei sempre stato un mio punto di riferimento, con la tua inconfondibile voce, la tua erre moscia, il tuo vino sul palco, il tuo carisma. Ho avuto la fortuna di conoscerti e parlarti un paio di volte (e ho pure conosciuto casualmente tua madre), di vederti in tanti concerti con i tuoi musici prediletti, fra cui Juan Carlos "Flaco" Biondini, argentino, che tu perculavi amabilmente chiamandolo "el pube de oro", il grande batterista Ellade Bandini, e Vince Tempera, tastierista e autore di canzoni e sigle televisive a cui più volte hai fatto accennare Ufo robot, accompagnato dal pubblico.
Sono orgogliosa che tu sia stato mio vicino di casa. Il paese in cui abitavi, Pàvana, è sull'Appennino tosco-emiliano, ed è provincia di Pistoia, da cui è distante solo trenta chilometri. Fino a qualche anno fa, da non guidatore, ti si poteva incontrare sul treno, che prendevi dalla piccolissima stazione ferroviaria di Pavana, mentre andavi a Pistoia o a Bologna e allo stadio Melani, a tifare per la Pistoiese, di cui avresti voluto scrivere l'inno. Una volta ti ho anche visto esibirti in una tenzone di "canto in ottava", improvvisando insieme a cantori toscani, con risultati esilaranti.
Sapere che i tuoi concerti si aprivano con In morte di S.F. e finivano con La Locomotiva, e che solo su quella ci si alzava in piedi, era una sicurezza. E soprattutto tu, caro Guccio, sei sempre stato una sicurezza, perché su a Pavana, ci sei sempre stato.
La tua poesia ha aiutato a formare la mia coscienza civile, mi ha insegnato l'orrore per le ingiustizie, mi ha dato la forza di provare a non commetterle e, non ultima, la tua ironia mi ha aiutata a non prendermi troppo sul serio. Nel giugno del 2025, con il mio amico Nello, sono venuta a Pavana sperando di salutarti e di farti gli auguri di persona. Purtroppo non ci siamo riusciti. Ti saluto ora, con il cuore pesante e il pianto negli occhi.
Con te il mondo perde un grande uomo e un grande artista, ma resteranno le tue canzoni, i tuoi libri, le tue poesie, i tuoi film. La tua arte, che da un piccolo paese dell'Appennino ha raggiunto e migliorato tante anime.
Fai buon viaggio Francesco, Farewell, Maestrone.
Valeria Di Tano
Non sono di certo la prima a dirlo né a pensarlo. Francesco Guccini ha scritto storie e non semplici versi. Poeta evocativo e appassionato ma anche un romanziere in musica, che ha raccontato tutto quel che conta davvero: la vita, l'amore, la provincia e l'impegno politico. Credo sia per questo suo indiscusso potere narrativo che un pezzo come Canzone delle domande consuete mi ha conquistato più di qualsiasi altro nella sua produzione. Esce nel 1990, nell'album Quello che non..., a sigillare un periodo di crisi anche e soprattutto sentimentale: è in quei mesi infatti che si chiude la sua relazione con la compagna di una vita.
Impossibile non riconoscere in questa canzone il diario amaro di un amore che, dopo aver costruito un equilibrio solido per anni, ha traballato sempre più fragile, ed è alla fine precipitato nel silenzio, in una consuetudine inutile, nella quale la distanza tra i due amanti è ormai una presa di coscienza inquieta e triste. Guccini è scosso e rassegnato allo stesso tempo, in preda a una nostalgia trascinante che scivola liquida nello spazio tra lui e la sua compagna. Eppure, ad ascoltarla una volta dopo l'altra, di fila come si fa con le preghiere, si sente la bellezza che la loro storia è stata: c'è stato moltissimo tra loro e ogni singolo verso, ogni parola ne è testimonianza tenera e sofferta.
Mi commuove profondamente il dondolare ebbro di tristezza, contraddittorio e incoerente del ritornello, perché riesce in una manciata di parole ad essere drammatico, tragico e vero: Non andare, vai Non restare, stai Non parlare, parlami di te…
Ed è quasi buffo rendersi conto che, dietro quel titolo, nessuna delle domande che tornano e ritornano nel testo sono retorica né consuetudine, tanto meno banalità: sono piuttosto il tentativo, paziente e a suo modo romantico, di restituire dignità a quel che è stato e di accogliere la delusione e la solitudine che incombono. È una canzone che non smette di emozionarmi e di portarmi dentro quel dolore che Guccini trasforma in poesia. Ma c'è un punto preciso nel quale piango, sempre: all'ultimo verso, quando dopo aver ripetuto «parlami di te», un'ultima volta chiede «parlami di noi». Lì mi sembra che ogni domanda trovi la sua risposta, anche se in fondo proprio quello è un addio.
Stefania Fancellu
Quando ammetti di aver diviso la tua anima con qualcuno che non ha mai amato la tua vera essenza. Niente di te è mai stato apprezzato. Parli e davanti a quella persona ti senti muto.
Quando ammetti, rassegnato, che hai diviso la tua natura con qualcuno che non avrebbe mai potuto combaciare con la tua personalità. Chi ha ragione? Chi è sbagliato? Bisogna avere il coraggio di dire basta. Bisogna capire quanto si possa essere distanti. Sfociare in rabbia, e con parole taglienti raccontare le verità di due esistenze nemiche che a malapena si sopportano.
Una risposta di getto dopo la fine di una relazione, una lista poetica di tutto ciò che si è vissuto. Sentirsi respinti, respingere gli occhi di chi dorme al tuo fianco.
Quattro stracci (pubblicata nell'album D'amore di morte e di altre sciocchezze del 1996) è un manifesto amaro sulla fine di un amore, una presa di coscienza crudele e senza sconti. Ascoltare Quattro stracci, per tanti di noi, è una liberazione, un vero e proprio strazio con un inaspettato risvolto catartico.
Ancora ripetiamo la parola “coraggio”, un tratto distintivo di Francesco Guccini, presente in ogni opera del cantautore. Coraggio di esprimersi, per guarire, rinascere, denunciare. Il coraggio di spogliarsi di ogni filtro in nome della verità, anche quella più scomoda.
Quattro stracci risuonerà ancora e ancora, tra le fibre dell'essere di chi sa cosa vuol dire annullarsi totalmente, prima di tornare in vita. E il caro Guccini, nella nostra pelle, resterà per sempre.
Alfonso Fanizza
La morte di Guccini è una di quelle notizie che si spera di ricevere il più tardi possibile, perché non si è mai davvero pronti a privarsi di un cantautore dall’animo sensibile, ma, allo stesso tempo, capace di dare voce a una rabbia profonda e autentica contro le ingiustizie. Come un padre o come un fratello maggiore, ci ha accompagnati con le sue canzoni, lasciandoci insegnamenti preziosi. Ci ha insegnato a stare sempre dalla parte degli ultimi e degli oppressi, ad affrontare i cambiamenti e ci ha insegnato che perfino le storie d'amore più intense e speciali, prima o poi, arrivano alla loro conclusione.
Sono tante le canzoni di Guccini che hanno lasciato un segno, ma ce n'è una che, più di tutte, è tornata con ostinazione ad accompagnare gli ascolti più intimi e malinconici: Canzone delle situazioni differenti. Un brano profondo e malinconico, in cui emerge un Guccini mastodontico, capace, attraverso una scrittura essenziale e incisiva, di raccontare una storia personale scandita da diverse “situazioni”. Un percorso nel quale si fa strada una profonda riflessione esistenziale sul tempo che passa e che ci ricorda come la vita sia fatta di continui cambiamenti, di incontri e di addii. Racconta un'esperienza universale, fatta di piccole storie discrete e malinconiche che, contrariamente a quanto afferma nel testo, Guccini è riuscito a trasformare in poesia. Una scrittura profondamente evocativa che alterna immagini quotidiane a riflessioni profonde, raccontando il tutto con un tono poetico, nostalgico ma consapevole del tempo trascorso: così quel «ragazzo grande e grosso coi fumetti», si ritrova a bere il tè per terra o a scoprire il fascino di un «dialogo tra sordi» o a ballare all’alba.
Una canzone sulla quale si potrebbe scrivere un intero saggio per la sua forza espressiva, lasciando impresse parole destinate ad accompagnarci ben oltre la fine della musica:
“Noi siamo come tutti e un poco giorno dopo giorno Sciupiamo i nostri oggi come ieri
ma poi che cosa importa?
Bisogna stare ai patti
Non voglio il paradiso né l'inferno
Se a volte urlo la rabbia, poi dimentico e mi perdo
Nei mondi dentro agli occhi dei miei gatti.”
Giulia Follini
“Io chiedo quando sarà che l’uomo potrà imparare a vivere senza ammazzare”: un verso che Guccini cantava nel 1967 sulle note del suo brano Auschwitz. Eppure è così attuale: è ciò che pensai quando ascoltai per la prima volta questa canzone, ben dopo il ‘67, nel 2016, per una ricerca di storia sulla Shoah alle scuole superiori. Forse nemmeno la parola “attuale” definisce correttamente questa canzone. Sine tempore, si direbbe in latino. Un vento che soffia ormai da sempre, tant’è che siamo finiti col farci l’abitudine. Quel cannone non la smette di scandire il tempo della storia dell’uomo e il freddo e la neve congelano i nostri cuori. Cuori che forse un po’ si sono sciolti apprendendo la notizia della morte di Francesco Guccini. Un cantautore, autore e scrittore che ha saputo raccontare la storia su cui camminava, la cultura che apprendeva, come questo brano, scritto a 26 anni mentre preparava un esame per l’università e ispirato dal libro Tu passerai per il camino, un romanzo autobiografico di Vincenzo Pappalettera e dall’album The Freewheelin di Bob Dylan contenente Blowin’ In The Wind. Quel bambino volato nel vento forse ha accolto Francesco dall’”altro lato”, forse l’ha salutato con un dolce sorriso, ringraziandolo per non essere rimasto in silenzio, per non essere rimasto indifferente davanti all’assurdità del mondo, o meglio, dell’uomo. E a quel grazie si uniscono le nostre voci e i nostri ricordi.
Davide Frigerio
Avevo poco più di quindici anni, perduto tra le inquietudini e le tempeste adolescenziali, le prime timide e devastanti epifanie amorose, la ricerca affannosa e quasi sempre fallimentare di un'identità, la vita sonnacchiosa della provincia («piccola città, bastardo posto») e la percezione di una vita futura che volevo e sognavo inebriante.
È stato allora che qualcuno mi ha fatto ascoltare Due anni dopo, e si sono aperte le cateratte del cielo, hanno vibrato le vetrate delle mie ancora sconosciute cattedrali dell'anima. La mia educazione sentimentale parte da lì, dall'ipnosi di chi dava una forma poetica fatta di parole e musica al confuso universo dei miei giorni.
È lì che ho sentito per la prima volta la dolce malinconia del sentimento del tempo che fugge, e che mi avrebbe segnato per sempre come uomo e come quasi artista. È lì che ho capito e fatto mie l'ironia e la libertà di una risata dissacrante. Ho cullato amori di "Silvie verdeggianti" e ho visto morire tante notti ma sapendo che il giorno era ormai così vicino. E via nei decenni, con gli autogrill che non erano più solo autogrill, e Bisanzio non più solo Bisanzio, e in qualche altra curvatura storica Odisseo lo ero un po' anch'io.
Ciao maestro. Son certo che dove sei il bere non si paga e non fa male.
E s'ciao definitivo ad ogni ombra di giovinezza.
Ambrosia J. S. Imbornone
“Non sei mai stato “di moda”, ma sempre attuale e coerente con le tue canzoni”, ha scritto Vasco Rossi nel suo ricordo di Guccini sui social. Ed è all’attualità di Dio è morto, composta dal cantautore nel 1965 e portata al successo in particolare nel 1967 dai Nomadi, che ho subito pensato quando ho saputo della sua morte. Perché, per quanto sia un brano strafamoso, questo pezzo controverso, esempio del tipico stile “spietatamente” diretto di Guccini, mi dà ancora i brividi fin dall’attacco con quel lapidario “Ho visto”. Ispirata, come è noto, a L’urlo di Allen Ginsberg e nel titolo alla morte di Dio di Nietzsche, è stata nel tempo interpretata a torto come un brano blasfemo o nichilista, ma ha il pregio preziosissimo di risuonare ancora invece come un’analisi lucidissima; parte infatti con una descrizione generazionale che appunto ricorda le parole di Ginsberg e risuona quasi insolitamente moralistica nell’osservare tendenze autodistruttive, il vuoto, il materialismo: più che un inno di protesta, sembra intriso di delusione rispetto ad ideali traditi con la ricerca degli status symbol del consumismo, dalle “auto prese a rate” ai “miti dell’estate”. D’altronde in Cirano poi Guccini se la prenderà proprio con i materialisti che credono che Dio sia morto e che l’uomo sia “solo in questo abisso”: “La verità cercate per terra, da maiali; tenetevi le ghiande, lasciatemi le ali”.
Poi nella seconda strofa di Dio è morto, parole ancora più dure, che pure sembrano ancora tragicamente attuali: quella generazione sale sul banco degli accusatori e smaschera “i miti eterni della patria o dell’eroe”, gli interessi nascosti dietro presunte affermazioni di fede, che si può nutrire “di abitudine e paura”, o dietro le ambizioni dei politici. Punta il dito contro “l'ipocrisia di chi sta sempre con la ragione e mai col torto”, difendendo sempre i diritti dei più forti e contempla un dio che è morto nello sterminio sistematico di un popolo, con i “miti della razza”, con “gli odi di partiti”, in una decadenza della civiltà nella violenza e nell’odio, che pure no, non vince. Perché “noi tutti ormai sappiamo che se dio muore è per tre giorni e poi risorge”.
A 25 anni dai fatti di Bolzaneto e Diaz, quando sfidava “il sole implacabile” una “grande folla” con un “incredibile passo di danza”, “resta, amara e indelebile, la traccia aperta di una ferita”, come Guccini poi canterà in Piazza Alimonda.
Eppure, a distanza di tanti decenni, riascoltare Dio è morto può alimentare ancora una scintilla di speranza, accendere ancora la fiducia, parlare al nostro tempo, quando, facendosi incalzante, afferma:
“Ma penso
Che questa mia generazione è preparata
A un mondo nuovo e a una speranza appena nata
Ad un futuro che ha già in mano
A una rivolta senza armi
[…]
In ciò che noi crediamo, dio è risorto
In ciò che noi vogliamo, dio è risorto
Nel mondo che faremo, dio è risorto”.
“Ma il dolore ci aveva salvate all’ultimo momento, e così, in certo modo, il passo di Lazzaro era buono anche per noi, poiché grazie al dolore, eravamo alla fine, uscite dalla guerra che ci chiudeva nella sua tomba di indifferenza e di malvagità ed avevamo ripreso a camminare nella nostra vita, la quale era forse una povera cosa piena di oscurità e di errore, ma purtuttavia la sola cosa che dovessimo vivere”, scriveva Alberto Moravia nel finale del romanzo La ciociara, pubblicato dieci anni prima del singolo dei Nomadi.
Che quel passo di Lazzaro sia buono anche per noi.
Arianna Marsico
L’avvelenata come inno a una testarda coerenza chiudeva i ringraziamenti della mia tesi di laurea. Perché Francesco Guccini è ed è stato soprattutto coerenza. “Eterno studente” colto senza essere libresco (“ti diplomerò in canti e in vino qui in via Paolo Fabbri 43”) e fedele a sé stesso senza mai uno sguardo giudicante, sempre dalla parte dei più deboli. “L’eskimo innocente” (Eskimo) copre con pietas la “vita troncata” a Piazza Alimonda, eternata proprio quest’anno dal venticinquesimo anniversario dei tragici fatti del G8 di Genova. E poi Che Guevara “tradito e perso” (Stagioni), Don Chisciotte “uomo nuovo che non teme di soffrire” (Don Chisciotte), eroi “giovani e belli” come l’anarchico de La Locomotiva o che “subiscon le ingiurie degli anni” (Il vecchio e il bambino) ma sempre in cerca di un mondo migliore.
E poi c’è Cyrano. Anzi Cirano. Un brano che apre un mondo, un metatesto che porta al teatro e al cinema. Ambientato in un tempo lontano eppure modernissimo e in cui è impossibile non ritrovarsi. Un brano forse più di altri che condensa il Guccini delle emozioni e quello “politico”, anche se il cantautore non amava troppo definirsi tale. Perchè c’è la delusione del non sentirsi accettati per l’aspetto fisico, che ci tormenta da adolescenti e forse anche dopo (“quando sono solo con questo naso al piede/Che almeno di mezz'ora da sempre mi precede”), la sofferenza amorosa (“ricordo con dolore/Che a me è quasi proibito il sogno di un amore”). Ma c’è il riscatto personale (“Perché Rossana è bella, siamo così diversi/A parlarle non riesco/Le parlerò coi versi”) e collettivo (“Venite gente vuota, facciamola finita”). Il cadetto di Guascogna che non sopporta “la gente che non sogna” incarna chi non si rassegna alla realtà individuale e sociale, a chi si ostina a cercare di scardinare il gioco del mondo. “Tenetevi le ghiande, lasciatemi le ali”, e oggi il Maestrone se le è riprese quelle ali, ed è volato in alto.
Paolo Ronchetti
Noi non ci saremo, In morte di S.F., Auschwitz, Il sociale e l’antisociale, Venerdì Santo, Statale 17, Primavera di Praga, L’albero ed io, Due anni dopo, Vedi cara, Ophelia, Al Trist, L’isola non trovata, L’orizzonte di K.D., Il bello, Di mamme ce n’è una sola, La Genesi, Fantoni Cesira, Talkin’ sul sesso, La fiera di San Lazzaro, Un altro giorno è andato, Radici, La locomotiva, Piccola città, Incontro, Canzone dei 12 mesi, Canzone della bambina portoghese, Il vecchio e il bambino, Canzone delle osterie di fuori porta, Canzone per Piero, Canzone delle situazioni differenti, Canzone delle ragazze che se ne vanno, Piccola storia ignobile, Canzone di notte n. 2, L'avvelenata, Via Paolo Fabbri 43, Canzone quasi d’amore, Il pensionato, Amerigo, Libera nos Domine, Eskimo, Cinque anatre, Bisanzio, Antenor, Bologna, Milano (poveri bimbi di), Autogrill, Argentina, Shomer ma mi-llailah, Farewell, Vorrei, Quattro stracci, Cirano.
Queste le canzoni di Guccini che ho imparato, suonato o provato a suonare da quando avevo 15 anni. Per la maggior parte di loro, sino ad Amerigo (1978), lo feci sbirciando furtivamente dagli spartiti di mia sorella che andava a lezione di chitarra. Dal 1977 al 1981 queste canzoni erano il 50% del mio sapere suonare: brani da cantare da solo o nelle serate da adolescente in casa di amici o intorno a un fuoco. Se penso a quanto quella generazione di cantautori ha fatto per me e per la mia vita non ho parole. A 16 anni scoprii la Beat Generation attraverso Guccini e l’incipit ginsberghiano di Dio è morto; subito dopo scoprii le colte reminiscenze di Aaron Copland in Radici.
Di Francesco mi rimangono cassette, LP, CD, spartiti ingialliti scritti a mano e soprattutto il ricordo dei suoi concerti tra il 1979 e il 1984. Quel fiasco e quel bicchiere davanti a lui e quel far diventare le canzoni racconti infiniti: spezzati, s/piegati con verve e invenzione da cantastorie! E poi storie, come quelle dei friggioni, che diventavano tormentoni per tutte le due ore di concerto con tempi comici straordinari.
Mi mancherà; mi mancherà come un fratello maggiore o uno zio partito per l’America, Bisanzio o per quell’Isola non trovata “come una splendida utopia”.
Silvano Rubino
Due scene, due momenti diversi. (Lo so, lo so, è insopportabile chi per parlare di una persona morta parla di sé, ma qua mi si chiede un ricordo personale. E quindi…). Dicevo, due scene.
LA PRIMA SCENA
Una lezione universitaria di Comunicazione con il professor Fausto Colombo. Si parlava di costruzione dell’immaginario collettivo, di come i cantautori ne fossero stati parte, e non secondaria, soprattutto per una certa generazione e un certo periodo storico. Colombo citò Via Paolo Fabbri 43, in particolare la battuta su Roland Barthes contenuta nella canzone omonima (“ma pensa se le canzonette me le recensisse Roland Barthes!”). Disse anche altro. Spiegò che Guccini rappresentava “il letterato” della generazione dei cantautori, quello che scriveva canzoni solo apparentemente politiche ma che, con un lessico complesso, mai banale, metafore raffinate, una metrica studiata, citazioni colte aveva cercato di dare alla canzone una dimensione narrativa e argomentativa, di farne racconto e non slogan. Anche nelle canzoni più smaccatamente politiche, diceva, c’era sempre lo sguardo esistenziale, umano, l’introspezione, la malinconia, la rabbia.
Da deandreiano di stretta osservanza, conoscevo solo superficialmente Guccini, lo consideravo poco vicino alla mia sensibilità, troppo esplicitamente “politico”. Ma dopo quella lezione uscii e mi comprai Via Paolo Fabbri 43. E mi si spalancò un mondo. Quello che mi arrivò addosso, di quel disco, non fu tanto la cultura sfoggiata, i poeti persiani, Borges, gli intellettuali sbertucciati. Fu la complessità del suo raccontare, il suo modo sempre originale di sfuggire alle etichette di chi (tipo me) lo conosceva poco o non voleva conoscerlo: “cantautore impegnato”, “cantautore triste”, “cantautore noioso e musicalmente scarso”.
LA SECONDA SCENA
Qualche anno dopo, molti dischi ascoltati, qualche concerto visto (altro che triste, erano quasi dei cabaret i suoi live). Ero cronista alle prime armi alla Gazzetta di Modena, un ruolo che anche il Maestrone aveva ricoperto, per brevissimo tempo, da giovane. Un suo compagno delle scuole medie organizzò una rimpatriata scolastica, lo invitarono, lui partecipò volentieri, e fu consentito a un cronista di assistere alla serata e di scriverne poi un articolo. Il cronista prescelto, grazie ai buoni uffici del caporedattore che conosceva il mio pallino per la canzone d’autore, fui io. La serata, mio imbarazzo a parte (come mostra la rigidità della posa nella foto) fu piacevolissima. Guccini mi colpì per la quantità di sigarette che riuscì a fumare e per la straordinaria memoria. Ricordava non solo tutti i suoi compagni di scuola di oltre quarant’anni prima, ma aveva anche un aneddoto legato a ciascuno di loro da rievocare: un episodio, una battuta, una scena, il nome di una fidanzata, una punizione di un professore. Compresi di più del suo talento, in quelle poche ore, di quanto avessi capito ascoltando i dischi. Uno spirito curioso, un acuto osservatore, uno capace di immagazzinare storie e persone, rapporti, di tenerli a memoria e farne materiale di racconto. Curioso e di buona memoria come dev’essere un grande narratore. E lui lo era, non solo nella forma canzone.
I vecchi compagni avevano portato una chitarra, sperando. Si rifiutò categoricamente di cantare: “Ma siete matti, mica vorrete farmi lavorare anche stasera?” E non ammise repliche. Ma anche se non in musica, si era esibito lo stesso, per tutta la sera, seduto a un tavolo con la sigaretta accesa. Peccato però, perché un concertino in forma semiprivata oggi lo conserverei come un ricordo tra i più cari. Oggi che anche il Maestrone se n’è andato, dopo De André, Dalla, Battiato, dopo che Fossati ha scelto il silenzio, penso che siamo stati fortunati: abbiamo avuto una manciata di autori che ha dato dignità letteraria alla canzone italiana e che ha attraversato la vita e le generazioni, dai vinili, ai walkman, ai figli che ti chiedono “chi è questo”. Bando a nostalgie e passatismi, circolano ancora belle canzoni, e non voglio fare il vecchio che dice che una volta era meglio. Ma quella generazione lì ha avuto un comune momento di grazia, e adesso che se n’è andata quasi tutta lasciatemela un po’ di tristezza, prima di ricominciare ad ascoltare canzoni che, come tutti i classici, sopravvivono al loro autore e al contesto che le ha prodotte.
Colombo, qualche anno dopo, mi raccontò che prima di quella citazione in Via Paolo Fabbri 43 lui di Roland Barthes non sapeva quasi nulla. Grazie a quella citazione aveva cominciato a leggerlo, ci avrebbe fatto la tesi e ne avrebbe fatto uno dei suoi autori di riferimento di studioso della comunicazione. Come in un ideale passaggio di consegne e come fa ogni buon maestro, quel giorno a lezione lui a sua volta regalò a tutti noi lo spunto per conoscere Guccini. Ed è uno dei tanti motivi per cui gli sono grato. Fausto Colombo se n’è andato nel gennaio del 2025. Francesco Guccini in questo afoso agosto del 2026. I maestri vanno, gli insegnamenti (e le canzoni) restano. Ciao Maestrone, ti si è voluto bene. Tanto.
Difficilissimo scegliere una canzone. Scelgo quella che mi provoca sempre un piccolo brivido quando parte, con quell'invocazione a un dio dell'inverno che arriva all'inizio di versi ispirati e malinconici, su una melodia incalzante. Noi forse "non siamo", Maestrone, ma tu sei stato importante.
Silvano Terranova
Francesco Guccini arrivò a casa mia assieme alle prime scoperte musicali di mia sorella, più grande di me di quattro anni: aveva un quaderno nel quale trascriveva i testi che, armata di santa pazienza, riusciva a sbobinare dalle cassette che catturavano i pomeriggi trascorsi ad ascoltare le radio locali. C'erano locomotive e stanze di vita quotidiana, vecchi e bambini, lampadine da trenta candele e piccole storie ignobili da raccontare. Aveva anche un paio di LP che, estratti dalle copertine – il volto burbero di Via Paolo Fabbri 43 o la fotografia familiare virata seppia di Radici – metteva sul piatto del suo giradischi economico, mentre io ascoltavo rapito.
La prima cassetta – rigorosamente pirata, lo confesso – che acquistai quando mi regalarono una radio con mangiacassette fu Amerigo. Le storie che uscivano dal piccolo altoparlante parlavano di emigrazione e di migrazione, di un futuro nel quale, contrariamente a quanto cantato in precedenza, Noi ci saremo, ma vivremo alienati e schiavi della tecnologia (una canzone che, riascoltata oggi, assume quasi un significato profetico), e di cose dalle quali un ipotetico Dio dovrebbe liberarci, in un ideale Libera nos Domine.
E poi c'era Eskimo, il tratto di cassetta più consumato: il racconto cinematografico di un amore finito – quello del cantautore per la prima moglie – diventa il pretesto per raccontare la Bologna dei primi anni Sessanta, la scoperta della politica e dell'impegno, le illusioni della giovinezza, la stupidità dei vent'anni e le “balle che si hanno in testa a quell'età”, il sesso fatto “alla boia di un Giuda” in stanze talmente fredde che spogliarsi o meno diventava un «fatto di clima e non di voglia» e, infine, il passaggio all'età adulta, con il carico di speranze disilluse che si porta dietro.
Nel 2023 è stato ritrovato un filmato amatoriale del 1965 in cui si vede un venticinquenne Francesco che, «al Portico dei Servi, per Natale», passeggia con Roberta Baccilieri, prima moglie del cantautore: lui – proprio come nella canzone – indossa un eskimo, mentre lei – proprio come nella canzone – un elegante paletot. La struggente fotografia di una Bologna e di un'epoca che non ci sono più, la conferma che le canzoni del Maestro hanno sempre raccontato una vita realmente vissuta. Guardo ancora una volta quel video e piango, perché quei vent'anni, pieni di stupidità e di balle in testa, sono stati anche i miei. Grazie, Maestro.
Elisa Valmori
L'album Radici di Francesco Guccini è stato pubblicato più di cinquant'anni fa, nell'ottobre del 1972. Il mio primo incontro con il cantautore, nato a Modena, ma bolognese d’adozione (artistica ed elettiva), fu alla scuola elementare, quando le maestre, qualche anno dopo il disastro nucleare di Chernobyl del 1986, ci proposero un brano tratto proprio da quell'album, Il vecchio e il bambino: una poesia generazionale e apocalittica, dalla struttura musicale semplice e circolare, costruita su un giro armonico e su un arpeggio di chitarra ipnotici che si ripetono sempre identici per accompagnare lo scorrere del racconto e del cammino dei due protagonisti, sostenendone la narrazione senza mai sovrastarla. Il nonno - colui che ci accompagna nella vita carico di affetto incondizionato e della saggezza maturata con l’esperienza - tiene teneramente per mano il nipote, incontrando, nel cammino che fanno insieme "incontro alla sera", paesaggi industrializzati, torri fumanti e polvere rossa, che sono le sole immagini conosciute al bambino, a fronte dei ricordi del vecchio che, con mestizia e "anima assente", dipinge con le parole l'idillio di un tempo, per consentire al giovane, almeno nella sua fantasia, di poter vivere quei colori, quell’aria, quella natura che il vecchio stesso aveva vissuto alla sua età.
Ricordo la dolcezza che mi suscitò quell'incontro generazionale, con la voce antica che raccontava delle semplici meraviglie di frutti, fiori, colori, di una natura che non esisteva più, in uno scenario quasi post nucleare, e del bambino che ascoltava quegli aneddoti, con gli occhi sognanti dell'infanzia, increduli rispetto alla realtà circostante, tanto da credere che si trattasse di una fiaba ("mi piaccion le fiabe, raccontane altre").
Oggi, rivedere l'interpretazione dell'epoca di Guccini suscita ancora la stessa commozione: il ponte tra passato narrante e futuro accogliente del mondo antico e rispettoso delle cose semplici (come il rifugio dell’anima nella casa di Pàvana), l'amara riflessione ambientalista sulle armi atomiche e sul cambiamento climatico; temi in più occasioni affrontati dal cantautore anche in epoca recente. Attraverso questo capolavoro dal taglio malinconico, Guccini riesce a trasmettere chiaramente l’orrore della disumanità, che dovrebbe spingere anche i più scettici a una maggiore consapevolezza sui temi trattati, sempre più attuali.
Abbiamo perso un pensatore critico, autentico, resistente, coraggioso. Ora, possiamo solo veicolarne l'eredità ai posteri, come il Vecchio al Bambino.
Franco Valsecchi
Sembrava impossibile, eppure è successo.
Lui, lo zio che tutti avremmo voluto, irregolare, ma mai scapestrato.
Lui, guida per la nostra America, terra di ideali, ma anche di lavoro duro per i nostri emigranti.
Lui, colto e suggeritore di scrittori da scoprire, ma il primo a far diventare il dialetto lingua della canzone, tra “fittoni”, Fira ed San Lazer e “Bologna busona”.
Lui, che annusava l'anarchia, ma che veniva cantato nelle messe beat.
Lui, che cantava l'amore di Cirano e Don Chisciotte, ma anche quello delle stanze di vita quotidiana, o quello paterno.
Lui, con le osterie, gli amici e il vino, ma con le notti lunghe e solitarie, per viaggiare nel tempo.
Lui, vecchio e bambino. Dicono che se ne sia andato. Ma resta.
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FOTO COPERTINA DI ROBERTO SASSO