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Annemarie Jacir, Alexis Bloom, Yuval Abraham e Rachel Szor Una terra, un film, due documentari: Palestina 36, The Bibi Files, Naza
# Annemarie Jacir, Alexis Bloom, Yuval Abraham e Rachel Szor
Laura Bianchi - Palestina 36 - Quando tutto ebbe inizio
Finora, mezzo milione di spettatori è uscito di casa, è entrato in una sala cinematografica, e ha assistito alla visione di tre opere che forniscono importanti elementi di comprensione della guerra israelo palestinese. Finora, le sale che avevano programmato i tre film per poco tempo sono state spinte a continuare le proiezioni, grazie alla continua richiesta, e il dibattito è diventato pervasivo, serrato, spingendo molti a continuare a leggere, vedere, documentarsi. Quando dei film riescono a scuotere le coscienze e diventano un fenomeno di massa, hanno raggiunto il loro obiettivo. Dopo No Other Land e dopo La Voce di Hind Rajab, il 2026 ha portato altri film che trattano questo tema.
Palestina 36 - Quando tutto ebbe inizio andrebbe visto prima degli altri, perché illustra i fatti di un paio di anni cruciali, tra il 1936 e il 1937, con la più lunga rivolta dei palestinesi contro il colonialismo britannico e l’inizio dell’immigrazione ebraica nelle zone, sottratte dai coloni a una popolazione impoverita e vessata. La regista palestinese Anne - Marie Jasir imposta una narrazione di impianto storico, in cui si innesta una vicenda fittizia, che si focalizza su un giovane, Yusuf, costretto a dividersi tra il lavoro nei campi del padre, nel villaggio di Al-Basma - inventato dalla regista, ma sintesi di ogni villaggio espropriato dai britannici -, e quello a Gerusalemme, come autista di una coppia di palestinesi, di cui l'uomo, Amir, intrattiene rapporti ambigui con gli inglesi, e la donna, Khulud, scrive in un giornale, ma è costretta a firmarsi con un nome maschile. Gli espropri da parte dei coloni sionisti, protetti dall'esercito britannico, che attuano una violenta repressione sulla popolazione palestinese, la esasperano a tal punto che questa prepara una rivolta collettiva. Lo spettatore assiste impotente allo svolgersi delle storie, che si intrecciano con la Storia, e, conoscendone l'esito negativo per i palestinesi, non riesce a gioire per quello che sembra un lieto fine, con questi che festeggiano nelle piazze. Jasir ci porta sul campo, alternando, in un montaggio magistrale, scene girate sul set (in Giordania), a spezzoni d'epoca, con un found footage che ribalta la prospettiva; infatti le immagini dell'apparato imperiale britannico, girate ai tempi in senso propagandistico, vengono inserite nella narrazione che ha il suo focus sul popolo palestinese, e in questo modo non solo esso, ma anche noi, possiamo, pur nella fedeltà alle fonti, ricostruire la storia sanguinosa di quel tempo dal punto di vista degli ultimi, dei perseguitati e degli espropriati. La versione originale sottotitolata dona ancora più efficacia a tutta l'operazione, nell'impossibile comunicazione tra tre lingue diverse, portando alla luce anche le tre religioni monoteiste e il concetto stesso di divinità e di destino; inoltre, il cast aderisce in pieno alla visione della regista, perché conta attori britannici, irlandesi, arabi e palestinesi. Tutti al servizio di un film storico che non si fa dimenticare, e che aggiunge un nuovo tassello alla memoria visiva collettiva.
The Bibi Files
Con The Bibi Files, della regista sudafricana Alexis Bloom, prodotto anche dall'israeliano Raviv Drucker, e vietato in Israele, arriviamo quasi ai nostri giorni, ma - e si potrebbe dire finalmente - lo facciamo dal punto di vista del primo ministro israeliano, il cui soprannome è tanto innocuo quanto è spregiudicato l'uomo che lo porta. Il docufilm si fonda su filmati inediti delle mille ore di interrogatori che, tra il 2016 e il 2018, videro i coniugi Netanyahu al centro di tre diverse inchieste per corruzione, frode e abuso di potere, con regali come sigari, champagne e gioielli - da parte, tra gli altri, del magnate e produttore hollywoodiano israeliano Arnon Milchan che desiderava che gli fosse rinnovato il visto di soggiorno USA - ; una cosiddetta "linea di rifornimento", per un valore di circa 280.000 dollari. La moglie Sara appare come una donna isterica, arrogante, desiderosa di lusso e potere, forse anche alcolista, e il montaggio alternato tra gli interrogatori e le testimonianze degli ex collaboratori della coppia sottolinea la rete di corruzione, di falsità e di manipolazione che i due - e anche il figlio Yair, forse il più estremista dei tre - hanno ordito per anni, mantenendo comunque il consenso politico con una propaganda faziosa, a qualunque costo. Per quasi dieci anni, vediamo come la politica israeliana sia stata pesantemente influenzata da questi guai giudiziari, al punto di portare il primo ministro ad allearsi con l'estrema destra, con soggetti come Ben Gvir, e a sfruttare il 7 ottobre - sulla cui gestione iniziale vengono instillati pesanti dubbi - per confermarsi al potere. Il premier, noto per avere una memoria di ferro, negli interrogatori ripete decine di volte "non ricordo". Ricorderemo invece tutti, ora, grazie a un documentario coraggioso e lucido, fattuale e chiarissimo, che si chiude allargando la visione, dallo spazio ristretto della stanza in cui si svolgevano gli interrogatori, al festival musicale di Supernova, in cui i ragazzi in fuga urlano "Dov'è la polizia?" (già: dov'era?), e al kibbutz Be’eri, in cui un'impavida ragazza israeliana afferma di non volere vedere nemmeno avvicinarsi il capo del governo. Bibi reagisce spesso alle domande degli investigatori sbattendo la mano sul tavolo, come a ribadire la propria onnipotenza; noi, spettatori, vorremmo avere un tavolo su cui sbatterla noi, chiedendo che questo orrore cessi.
Naza
Benjamin Netanyahu, in un’intervista del 1986 che compare verso la fine della proiezione di Naza, il documentario - intervista proibito in Israele (anche questo), diretto da Yuval Abraham e Rachel Szor, due dei quattro registi di No Other Land, proclama: "Il terrorismo deliberatamente, sistematicamente, attacca i civili, è il suo disegno, non è un incidente, lo fa ripetutamente. E non dovremmo permettere ai terroristi di confondere le acque. Se hanno successo nel chiamare se stessi vittime, allora le persone inizieranno a giustificare i loro crimini dicendo che il fine giustifica i mezzi e loro vinceranno". Un intervistato ammette che quel che Israele sta facendo al popolo palestinese è un genocidio, ed è l'unico a fare riferimento alla Shoah. Sta, credo, tutta qui l'intima contraddizione del film, per realizzare il quale i due registi hanno cercato a lungo ventiquattro testimoni, militari e tecnici specializzati dell'ambitissima e prestigiosa Unità d'élite, e hanno impostato con loro un dialogo sulle ragioni delle loro scelte. Intanto, attorno a loro, Tel Aviv continua a vivere, gli abitanti guardano la TV, magari seguono un discorso del loro capo del governo, escono, vanno a divertirsi, e noi li spiamo, nelle loro case, nelle strade, nei locali, in una normalità che visivamente ricorda quella che Glazer aveva messo in scena nello splendido e atroce La zona d'interesse. Non c'è nessuna domanda su un dio qualsiasi, però: la nuova divinità è l'intelligenza artificiale. Non c'è relazione tra azione e fede, ma solo (solo...) tra ordini ed esecuzione. Non c'è musica, né colonna sonora; ascoltiamo il rumore della vita che scorre, e le loro parole. Ma noi usciamo dal cinema in silenzio, e in silenzio restiamo, attoniti, dopo l'ultima, straziante scena, a Gaza. Cos'altro dobbiamo sapere, per rifiutare questa atrocità?
Arianna Marsico - Naza
Se avete modo di non leggere solo la stampa nazionale, mediamente miope sul tema, ma di leggere, seppur di tanto in tanto, The Guardian o Haaretz, Naza non vi dirà sulla di nuovo sulla disumanizzazione del popolo palestinese da parte di gran parte della società israeliana, civile e militare. Il documentario diretto da Yuval Abraham e Rachel Szor, presentato alla Mostra del Cinema di Venezia, ha però dalla sua la potenza delle immagini, non perché mostri scene dei bombardamenti che stanno radendo al fuoco e rendendo invivibile Gaza, se non nel finale, ma perché, pur non rendendole riconoscibili, ci fa sentire le voci di chi, nell' IDF - Israel Defense Forces (Forze di Difesa Israeliane) - , contribuisce o ha contribuito a pianificare il genocidio. Qualcuno dolorosamente lo ammette, altri no, si limitano a parlare di un sistema da rispettare. Le terrazze di Tel - Aviv in cui avvengono le interviste potrebbero essere posti che accolgono una serata tra amici, e invece, a provare la banalità del male, diventano confessionali in cui i Naza, (acronimo di Nezek Agavi, danno collaterale), sono quasi comparse, negando loro la dignità di protagoniste. Perché, in quelle unità in cui si usa l' AI per uccidere invece che per salvare le vite, sembra "di stare in un videogame". L' AI, che rielabora i dati e indica i bersagli, anestetizza il senso di responsabilità.
Yuval Abraham nelle interviste cerca di non giudicare, eppure rimane visibilmente scosso di fronte al muro di impassibilità che spesso ha di fronte. Solo in alcuni intervistati si vedono delle crepe, e forse proprio questo ha fatto paura al governo israeliano, perché le crepe possono fare crollare il muro del sistema, anche se scientificamente organizzato.