Kawthar Ibn Haniyya

Drammatico

Kawthar Ibn Haniyya La voce di Hind Rajab


2025 » RECENSIONE | Drammatico | Storico
Con Motaz Malhees, Amer Hlehel, Saja Kilani, Clara Khoury



27/09/2025 di Laura Bianchi
Esistono pochi film che, mentre li si guarda, si ha la certezza che saranno indimenticabili. E ne esistono ancora meno che, quando finiscono, fanno restare lo spettatore inchiodato alla poltrona del cinema, ammutolito, annichilito, ma anche desideroso di cambiare, di agire, di resistere. La voce di Hind Rajab, della tunisina Kawthar Ibn Haniyya, Gran Premio della Giuria alla Mostra del Cinema di Venezia, è uno di questi. Il film è prodotto, tra gli altri, da Brad Pitt, Joaquin Phoenix, Rooney Mara, Jonathan Glazer, Alfonso Cuaròn: attori che hanno voluto essere partecipi di un progetto che doveva essere concretizzato al più presto, per rendere ancora più necessario e urgente il messaggio che presenta.

C'è uno schermo di computer, e c'è una linea sottile e vibrante, che si muove ogni volta che una voce di bambina parla, da un cellulare. La linea somiglia molto a quella che descrive un elettrocardiogramma, quando è collegato a un cuore pulsante e vivo. La bambina si chiama Hind Rajab, ha sei anni, e l'auto in cui sta fuggendo da Gaza con i due zii e i quattro cugini è stata crivellata da 355 pallottole dell'esercito istraeliano, che hanno ucciso tutti, tranne lei. È sola, spaventata, circondata da sei cadaveri, in una stazione di servizio a  Tel Al-Hawa, a Sud di Gaza City, e sta scendendo la sera. Chiede aiuto, ripete "Venite a prendermi, ho paura, vedo vicino a me un carro armato, stanno sparando, sono tutti morti, morirò anch'io...". Dall'altra parte del filo, ci sono quattro persone, due uomini e due donne, operatori di Palestine Red Crescent Society (PRCS), la Mezzaluna Rossa, che, con crescente ansia e partecipazione, si prodigano per salvarla. Alle ambulanze, per arrivare al luogo in cui si trova Hind, basterebbero otto minuti; in otto minuti, la bambina sarebbe liberata e portata in ospedale. Ma gli operatori devono chiedere permessi su permessi, in un rimbalzare di responsabilità. E le ore passano, mentre due operatori e una psicologa cercano di tranquillizzare la piccola, confortandola in ogni modo.

Il 29 gennaio 2024, la voce di Hind ha smesso di vibrare. L'ambulanza su cui sarebbe dovuta salire, finalmente ottenuto il permesso, nonostante la promessa di una protezione umanitaria internazionale, è stata attaccata dall'esercito israeliano, a pochi metri dall'auto in cui era bloccata, e nessuno si è salvato, né i due soccorritori, né la bambina, in una vicenda raccontata anche da Francesca Albanese nel suo toccante Quando il mondo dorme. Non ci salviamo nemmeno noi, alla fine del film, che riesce a tenerci avvinti, coinvolti, palpitanti e infine ammutoliti e annichiliti, per tutta l'ora e mezza della proiezione. La scelta della regista è stata originale, rispettosa, dirompente: accanto agli attori professionisti, che interpretano i quattro operatori (bravissimi, tutti: Saja Kilani, Motaz Malhees, Clara Khoury, Amer Hlehel), noi non vediamo mai la bambina, ma ne ascoltiamo la voce, registrata durante il tentativo di salvataggio, in telefonate interrotte e riprese, concitate, appassionate, tutte registrate e salvate dal computer dell'ufficio in cui si trovano gli operatori. La sua voce non è quella di un'attrice, ma è proprio la sua, durante le sue ultime ore di vita, che ci interpella da una dimensione altra, dal chiuso di un abitacolo pieno di morti, di sangue e di paura, oppure da quell'aldilà promesso ai giusti e ai coraggiosi da un dio, evocato e pregato, in una sequenza toccante ed emotivamente insostenibile, dura e problematica.

Non abitiamo nessuna delle due dimensioni; noi siamo come gli operatori, anch'essi chiusi in un ufficio, nel quale la macchina da presa si muove incessantemente, mettendo a fuoco ora l'uno, ora l'altra, ora lo schermo, ora una fotografia della bambina, inviata dallo zio allo staff della PRCS. Noi abitiamo, insieme agli operatori, alla regista, agli attori, il mondo reale, cinico, concreto, fatto di burocrazia, permessi, diplomazia, norme, cavilli, che inchiodano la nostra empatia, l'umanità, paralizzandoci, facendoci perdere in un circolo vizioso e infinito di "ma", "se", "eppure". Una leminiscata, ∞, disegnata sul vetro dell'ufficio dal coordinatore e mediatore, impotente e pavido; un circolo infinito, che blocca l'itinerario diretto dall'ambulanza a Hind, quei famigerati otto minuti, facendoli diventare ore, e infine polverizzandoli, letteralmente, insieme alla vita e alla speranza. 

C'è una sequenza in cui una mano mostra alla macchina da presa uno smartphone, che trasmette un video sfuocato, quello originale, girato mentre i veri operatori stavano parlando con la bambina; sullo sfondo, il set in cui gli attori ripetono la stessa scena, con le stesse posizioni, gli stessi vestiti, le stesse parole del 29 gennaio 2024. In questa rottura della quarta parete, avviene l'osceno teatrale, e la regista rappresenta una dimensione diversa, che non è fiction, ma nemmeno documentario, che evita la pornografia del dolore e ci chiama in causa, tutti, dicendoci: non sono video generati da AI, non è una fake news, qui le persone soffrono davvero, qui una bambina innocente sta per morire, qui ci sono quattro persone disperate che tentano di salvarla, e sulla strada c'è un'ambulanza con due paramedici, Yusuf al-Zeino e Ahmed al-Madhoun, destinati a saltare in aria tra pochi minuti. Qui ci sono vite umane, e chi osasse negarlo è inumano. Per questo, La voce di Hind Rajab è un film urgente, necessario, da vedere al cinema, per rendere collettiva l'esperienza del dolore, per sentire gli altri soffiarsi il naso, sospirare, singhiozzare, infine tacere, annichiliti, perché quella voce non si ascolta solo, ma si sente, nel senso profondo del termine, fin dentro la carne. 

Riposa in pace, Hind, in quel mare che amavi, e che ti vedeva felice, nelle ultime sequenze di un film indimenticabile.
Siamo noi, ora, a non dover riposare; siamo noi, ora, a dover agire, e resistere.