Francesca Albanese

Francesca Albanese Quando il mondo dorme. Storie, parole e ferite della Palestina


Rizzoli, 2025, 288 pagine, 18 euro Saggi | Attualità | Società

05/09/2025 di Laura Bianchi

Ho chiuso da qualche minuto il libro, e sento l'urgenza di scriverne, per invitare tutti alla sua lettura. Non mi capitava da troppo tempo. Ma Quando il mondo dorme. Storie, parole e ferite della Palestina, della giurista Francesca Albanese, è un libro urgente. Non è uno di quegli instant book, scritti dai soliti sciacalli del dolore, che si avventano senza vergogna né empatia sulle disgrazie per trarne lucro, e lo si capisce fin dalle prime righe. "Per la prima volta, mi sento veramente indignata. Indignata per l'indifferenza. La violenza di questo genocidio, il modo in cui è entrato nella nostra quotidianità, e la consapevolezza che alcuni non ne sono stati toccati per niente, mentre altri sono stati devastati.(...) Naturalmente condanniamo l'attacco di Hamas...ma è possibile che, dopo l'uccisione di 42000 persone a Gaza, ci sia ancora qualcuno che non riesce a empatizzare con i palestinesi?". E ancora: "Il sapere è un'arma fondamentale, perché la conoscenza rappresenta la miglior difesa contro la manipolazione, lo sfruttamento e l'inganno".

E allora conosciamo la storia cruenta di una popolazione manipolata, sfruttata e ingannata da uno Stato che ha dimenticato di aver subìto gli stessi orrori qualche decennio fa, narrata con le parole incendiarie, dolcissime e ficcanti, dense di dati, date, fatti incontrovertibili, numeri allucinanti e nomi altrimenti sconosciuti, di una donna impegnata nel difendere la causa suprema dei diritti umani, a qualunque latitudine si trovino. Albanese è passionale, appassionata, focosa, impulsiva, e questo le ha procurato non poche critiche, a cui ha risposto, a volte ritrattando quanto da lei espresso e chiedendo scusa, altre volte - il maggior numero - controbattendo punto su punto ogni rimprovero, dimostrando la fallacia delle argomentazioni dei suoi accusatori. Per questo suo libro, quindi, ha operato una scelta dettata dal cuore, ma anche dalla razionalità: ha dato voce alla vita di nove persone (più uno, il marito, l'economista Max Calì, posto alla fine del libro) che rappresentano altrettante tematiche, altrettante problematiche, che l'autrice decide di affrontare con mente lucida e grande abbondanza di documenti, per aiutarci a fare chiarezza all'interno di una storia troppo spesso inquinata da pregiudizi o malafede, se non perfino da fake news, che hanno colpito anche la coppia in modo diretto.

Seguiamo la voce di Hind Rajab, morta a sei anni sotto le bombe contro Gaza, la cui storia è protagonista anche del film che a Venezia ha ottenuto 22 minuti di applausi e ha vinto il Gran Premio della Giuria, La voce di Hind Rajab, e che funge da simbolo di tutta l'infanzia traumatizzata, se non distrutta, in questi decenni di violenze quotidiane. Con Abu Hassan e i suoi tour alternativi a Gerusalemme Est scopriamo che esiste un'archeologia di propaganda israeliana, e ricordiamo i luoghi dei massacri di civili, da Hebron ai campi profughi. Con George, invece, ingegnere palestinese vissuto negli USA e tornato a Gerusalemme, proviamo cosa si sente nel tornare in quella che era la nostra casa e vederla espropriata da altri. Conosciamo israeliani illuminati come Alon Confino, grande studioso dell'Olocausto, che ci fa capire la differenza profonda tra antisemitismo e antisionismo, e a trovare le parole per difenderci da chi ci accusa del primo, oppure come Eyal Weizman, architetto forense israeliano, che analizza con lucidità il sistematico indebolimento della popolazione palestinese attraverso un colonialismo di insediamento che muove da princìpi geo-economici. Rabbrividiamo ai racconti al di là del bene e del male del chirurgo Ghassan Abu-Sittah, arrivato da Londra e testimone dell'impotenza del personale medico, privato di tutto il necessario per salvare civili indifesi, molti dei quali sotto ai due anni, e ci emozioniamo per la piccola odissea della pittrice Malak Mattar, che, accolta a Londra per un master in Belle Arti prima del 7 ottobre, ha dovuto lottare perché i suoi familiari in fuga da Gaza potessero ricongiungersi a lei e cercare di superare trauma e sensi di colpa. Suo è il dipinto in copertina; e suo il grande dipinto intitolato No Words, Only Scenes of Ruin.

Un libro pulsante di dolore, di morte, di violenza, ma anche di umanità, di resistenza, infine di speranza, come la stessa Albanese chiosa in conclusione: "Come dice Mariame Kaba, educatrice e attivista afroamericana, La speranza è una disciplina; e io mi permetto di aggiungere che la speranza, può, e dovrebbe, diventare una predisposizione, un'abitudine". Nonostante le infinite difficoltà incontrate, e che ancora deve superare, sempre in equilibrio precario tra privato e pubblico, tra famiglia e lavoro, l'autrice non dimentica mai il proprio impegno, e incita ciascuno di noi a cambiare, per essere parte di un cambiamento che coinvolga non solo il progetto di pace in Medio Oriente, ma tutta la società, rendendola sempre più aperta, inclusiva, empatica. Ma il libro è anche ricco di spunti di riflessione e lettura, come La pace è a ogni passo di Thich Nhat Hanh, un maestro Zen che l'ha aiutata in un momento particolarmente duro, o le poesie di Refaat Alareer, ucciso da un bombardamento con i famigliari, che ha insegnato ai giovani gazawi a usare la scrittura come strumento di resistenza e ha dato impulso all'organizzazione non violenta We are not numbers. Il poeta ha coniato l'espressione "Gaza Writes Back”, ossia Gaza risponde con la scrittura e non con la vendetta violenza, in accordo con la sua ultima poesia: “Se dovessi morire, fa’ che porti speranza. Fa’ che sia un racconto.”

Anch'io mi aggiungo alle testimonianze e ai suggerimenti, ricordando la canzone che Giacomo Lariccia ha cantato con l'israeliana Noa e la palestinese Mira Awad - Candela nell'oscurità: perché "l'unione possa davvero fare la forza", come Albanese scrive.



Francesca Albanese (Ariano Irpino, 1977) è una giurista italiana, esperta di diritto internazionale, specializzata in diritti umani e Medio Oriente. Ha lavorato per un decennio come esperta di diritti umani per le Nazioni Unite, tra cui l'Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani e l'Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l'occupazione dei profughi palestinesi nel Vicino Oriente. Durante questo periodo, ha anche fornito consulenza ai governi nazionali e ai protagonisti della società civile in Medio Oriente, Nordafrica e Pacifico sui diritti umani, sulla loro attuazione e sulle norme, in particolare per quanto riguarda i gruppi vulnerabili come rifugiati e migranti. Ha lavorato come docente a contratto di diritto internazionale presso università europee e arabe (ad esempio presso l'Issam Fares Institute dell'Università americana di Beirut) e partecipa a conferenze come esperta del conflitto israelo-palestinese. Dal 2022 è relatrice speciale delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati.