Voina Hen Alcol, schifo e nostalgia
2017 - INRI
Alcol, schifo e nostalgia nasce apparentemente già adulto. Voina, al loro terzo lavoro – quarto se consideriamo l’ep autoprodotto nel 2013 –, convincono come una band d’esperienza, ostentando una maturità indiscussa. Spaventa un po’ ricordare contesti simili in pienezza ed equilibrio, che nel tempo hanno caricato le band di responsabilità eccessive rispetto all’esperienza che portavano e quindi spronato il loro pubblico verso aspettative altissime. Band che nel lungo termine si sono poi spente, chiuse in loro stesse, non confermando ma anzi andando incontro a uno strano effetto involutivo alla Benjamin Button. Ricordiamo Voina con emozione quando per Maciste Dischi nel 2015 stupirono tutti con il disco Noi non siamo infinito e che confermò all’epoca il sodalizio Manuele Fusaroli e Marco Di Nardo (Management del Dolore Post-Operatorio), alla direzione artistica di tutti i lavori in studio della band.
Il grande pericolo che corre Alcol, schifo e nostalgia però è la ripetitività. Come ad esempio in Ossa, in cui ci si ritrova in melodie già sentite e testi un po’ poveri di slancio profondo. Brilla però tra i tanti un brano riuscito come Io non ho quel non so che, in cui si denuncia la perenne e inquietante felicità che costantemente riversiamo sui social network, a qualunque momento della giornata, una felicità però, in verità, fittizia: “Sono circondato da gente che sfonda / che dice frasi a cazzo per sembrare profonda / tutti che scopano come tori da monta / sembro l'unico coglione che affonda”. Il rischio è quello di adottare soluzioni di concetto semplici e scontate come in Welfare, forse un po’ la solita traccia incentrata sulla mancanza di lavoro e lo sfruttamento economico dei genitori da parte delle generazioni più giovani. Scelte come questa paiono però purtroppo concepite a tavolino, quasi per far meglio breccia nei cuori e nelle menti di un pubblico abituato troppo spesso all’immediatezza, alla brutalità dell’istante e ad approfondire sempre molto poco.
Quindi si pensa ad affinità con realtà più solide – anche se, agli occhi di chi scrive, vagamente sopravvalutate da pubblico e critica – alla Ministri. Oppure ad un artista più bistrattato come Roberto Giancane, pur nella sua forte identità acustica, diversissima da Voina: che invece sono privi di quel sano umorismo che contraddistingue Giancane, ma capaci di una simile graffiante vocalità, che si avverte appieno in Morire 100 volte. Gli anni 80 suona proprio come le prime tracce del disco, tanto che si fatica a capire se si tratti di un brano diverso da quelli che li precede. Con Il futuro alle spalle Voina sembrano però riprendersi e la semplicità degli arrangiamenti rende tutto molto più pop-rock che post-punk, portando a galla la reale ed effettiva nuova identità della band. Con Bere si pensa inevitabilmente agli altri grandi abruzzesi della scena indipendente italiana, i Management del Dolore Post-Operatorio, eppure manca la stessa consistenza e l’attenta laboriosità degli arrangiamenti che contraddistingue la band di Luca Romagnoli. La denuncia dell’odierno disagio, che si avverte e caratterizza tutto il disco, è lo stesso che si legge nelle parole: “Noi non abbiamo un lavoro / ma siamo tutti dottori / e siamo l'orgoglio dei nostri genitori” e che ricordavamo nei lavori più pregevoli della band, come Calma apparente. Nota di merito a un brano che da solo potrebbe valere i Voina attuali stessi: Il jazz, traccia enorme nella struggente descrizione di giudizi, visioni e utopie contemporanee. Il colpo di coda, meraviglioso nella sua violenza e prepotenza, de La provincia chiude un disco che lascia ben sperare sulle sorti del gruppo. Restiamo quindi a guardare cosa accade, abbastanza soddisfatti, ma con una punta di nostalgia, ricordando la calma apparente di qualche anno fa.
Il grande pericolo che corre Alcol, schifo e nostalgia però è la ripetitività. Come ad esempio in Ossa, in cui ci si ritrova in melodie già sentite e testi un po’ poveri di slancio profondo. Brilla però tra i tanti un brano riuscito come Io non ho quel non so che, in cui si denuncia la perenne e inquietante felicità che costantemente riversiamo sui social network, a qualunque momento della giornata, una felicità però, in verità, fittizia: “Sono circondato da gente che sfonda / che dice frasi a cazzo per sembrare profonda / tutti che scopano come tori da monta / sembro l'unico coglione che affonda”. Il rischio è quello di adottare soluzioni di concetto semplici e scontate come in Welfare, forse un po’ la solita traccia incentrata sulla mancanza di lavoro e lo sfruttamento economico dei genitori da parte delle generazioni più giovani. Scelte come questa paiono però purtroppo concepite a tavolino, quasi per far meglio breccia nei cuori e nelle menti di un pubblico abituato troppo spesso all’immediatezza, alla brutalità dell’istante e ad approfondire sempre molto poco.
Quindi si pensa ad affinità con realtà più solide – anche se, agli occhi di chi scrive, vagamente sopravvalutate da pubblico e critica – alla Ministri. Oppure ad un artista più bistrattato come Roberto Giancane, pur nella sua forte identità acustica, diversissima da Voina: che invece sono privi di quel sano umorismo che contraddistingue Giancane, ma capaci di una simile graffiante vocalità, che si avverte appieno in Morire 100 volte. Gli anni 80 suona proprio come le prime tracce del disco, tanto che si fatica a capire se si tratti di un brano diverso da quelli che li precede. Con Il futuro alle spalle Voina sembrano però riprendersi e la semplicità degli arrangiamenti rende tutto molto più pop-rock che post-punk, portando a galla la reale ed effettiva nuova identità della band. Con Bere si pensa inevitabilmente agli altri grandi abruzzesi della scena indipendente italiana, i Management del Dolore Post-Operatorio, eppure manca la stessa consistenza e l’attenta laboriosità degli arrangiamenti che contraddistingue la band di Luca Romagnoli. La denuncia dell’odierno disagio, che si avverte e caratterizza tutto il disco, è lo stesso che si legge nelle parole: “Noi non abbiamo un lavoro / ma siamo tutti dottori / e siamo l'orgoglio dei nostri genitori” e che ricordavamo nei lavori più pregevoli della band, come Calma apparente. Nota di merito a un brano che da solo potrebbe valere i Voina attuali stessi: Il jazz, traccia enorme nella struggente descrizione di giudizi, visioni e utopie contemporanee. Il colpo di coda, meraviglioso nella sua violenza e prepotenza, de La provincia chiude un disco che lascia ben sperare sulle sorti del gruppo. Restiamo quindi a guardare cosa accade, abbastanza soddisfatti, ma con una punta di nostalgia, ricordando la calma apparente di qualche anno fa.