Venus Ship Underground Foxes
2024 - IRMA Records
Corposo collettivo bolognese, i Venus Ship firmano Underground Foxes, un interessantissimo lavoro che recupera diverse influenze della musica afro arrangiata con umori mediterranei per richiamare momenti di storia delle lotte popolari.
Blues, R&B, reggae, rap, funk e Klezmer sono ripresi con spirito sintetico, ma non riduttivo, uniti da un forte slancio sia istintivo sia creativo, che molto deve all’eredità degli anni 70 ripresa con spirito meno barricadero ma sempre “combat”.
Ugo Moroni (chitarra e arrangiamenti), Andrea Salvato (flauto), Marco Vecchio (sax alto), Federico Privitera (tromba), Giuseppe Lastella (trombone), Michele Murgioni (tuba), Daniele Marrone (basso), Mattia Bassetti (batteria), Avex (voce) e Federica Orlandini (voce) formano un combo che, all’apparenza, richiama la struttura di band da New Orleans integrata con timbri moderrni, non di rado virati al rock prog (specie per come è usato il flauto) ma basati su schemi black.
I brani sono tutti originali a eccezione di quello in apertura, tratto dal lascito di Charles Mingus, restituito con meno verve bop e con degli ottoni che richiamano più lo spirito dei Blues Brothers, mantenendo tuttavia l’energia e lo spirito diretto della pagina originale, sintetizzata in una logica corale che spicca per la spontaneità.
L’approccio è orchestrale e ben valorizza i contributi dei diversi strumenti, come esemplificato nel secondo brano in cui il rap del canto e del ritmo è arricchito dai colori dei fiati.
La durata limitata del disco, poco meno di trenta minuti, non sacrifica l’effetto caleidoscopico offerto all’ascoltatore riuscendo a unire felicemente rapidità e ricchezza di stimoli.
Big Chief è tutto New Orleans, festoso e radicato su di una base blues che evita goliardie da revival.
Interessantissimo, forse il momento più significativo, è il Klezmer in Re minore, in cui il testo salentino sovrapposto all’umore balcanico ripropone quella fusione tra ballata e malinconia che, pur su versanti musicali diversi, era presentata in Big Chief.
Il gioco funziona bene in tutto lo sviluppo del lavoro che risulta fresco ma tutt’altro che banale, solido ma non retorico.
Lo spirito resistente si evidenzia in progressione nel prosieguo della scaletta, sostenuto da una ritmica incalzante grazie al senso del groove reso dal basso, dal buon uso del wha-wha della chitarra, dagli staccati degli ottoni; restano sempre in evidenza gli interventi di Salvato che, con il flauto, crea un impatto melodico ben sovrapposto all’ensemble. Da sottolineare gli interventi della chitarra e del sax in Spiritual, brano con forza evocativa che rende omaggio alla Liberation Music Orchestra.
Disco godibilissimo e intelligente che merita di essere presentato e convintamente suggerito.
Blues, R&B, reggae, rap, funk e Klezmer sono ripresi con spirito sintetico, ma non riduttivo, uniti da un forte slancio sia istintivo sia creativo, che molto deve all’eredità degli anni 70 ripresa con spirito meno barricadero ma sempre “combat”.
Ugo Moroni (chitarra e arrangiamenti), Andrea Salvato (flauto), Marco Vecchio (sax alto), Federico Privitera (tromba), Giuseppe Lastella (trombone), Michele Murgioni (tuba), Daniele Marrone (basso), Mattia Bassetti (batteria), Avex (voce) e Federica Orlandini (voce) formano un combo che, all’apparenza, richiama la struttura di band da New Orleans integrata con timbri moderrni, non di rado virati al rock prog (specie per come è usato il flauto) ma basati su schemi black.
I brani sono tutti originali a eccezione di quello in apertura, tratto dal lascito di Charles Mingus, restituito con meno verve bop e con degli ottoni che richiamano più lo spirito dei Blues Brothers, mantenendo tuttavia l’energia e lo spirito diretto della pagina originale, sintetizzata in una logica corale che spicca per la spontaneità.
L’approccio è orchestrale e ben valorizza i contributi dei diversi strumenti, come esemplificato nel secondo brano in cui il rap del canto e del ritmo è arricchito dai colori dei fiati.
La durata limitata del disco, poco meno di trenta minuti, non sacrifica l’effetto caleidoscopico offerto all’ascoltatore riuscendo a unire felicemente rapidità e ricchezza di stimoli.
Big Chief è tutto New Orleans, festoso e radicato su di una base blues che evita goliardie da revival.
Interessantissimo, forse il momento più significativo, è il Klezmer in Re minore, in cui il testo salentino sovrapposto all’umore balcanico ripropone quella fusione tra ballata e malinconia che, pur su versanti musicali diversi, era presentata in Big Chief.
Il gioco funziona bene in tutto lo sviluppo del lavoro che risulta fresco ma tutt’altro che banale, solido ma non retorico.
Lo spirito resistente si evidenzia in progressione nel prosieguo della scaletta, sostenuto da una ritmica incalzante grazie al senso del groove reso dal basso, dal buon uso del wha-wha della chitarra, dagli staccati degli ottoni; restano sempre in evidenza gli interventi di Salvato che, con il flauto, crea un impatto melodico ben sovrapposto all’ensemble. Da sottolineare gli interventi della chitarra e del sax in Spiritual, brano con forza evocativa che rende omaggio alla Liberation Music Orchestra.
Disco godibilissimo e intelligente che merita di essere presentato e convintamente suggerito.