Ugo Cappadonia Orecchie da elefante
2016 - Brutture Moderne/ Audioglobe
Messe da parte le collaborazioni come musicista con band del calibro di Avvoltoi, Sick Tamburo e Aura (per citarne alcune), Ugo Cappadonia decide di tentare la sortita in proprio pubblicando il suo primo lavoro solista, Orecchie da elefante.
Co – prodotto con Pietro Alosi (Il Pan del Diavolo), il poli-strumentista Cappadonia riversa nelle nove composizioni del disco un’attitudine sonora prettamente rock, ma influenzata, allo stesso tempo, dal folk di provenienza statunitense e nord-europea.
Orecchie da elefante è un lavoro dalle buone intenzioni melodiche inserito a pieno in un contesto rock, figlio di un’indole cantautoriale d’oltremanica a cui si affida Cappadonia, esteso al folk alternativo dove l’impronta di Alosi si denota per le reminescenze tipiche della band siciliana in quelle canzoni da lui anche co-scritte come Noi corriamo, Mani di velluto, Lontano, Rimane da fare e L’invenzione migliore.
Ne vengono fuori composizioni semplici e orecchiabili, ma dagli interessanti contenuti testuali. La seduta di psicanalisi iniziale (Orecchie da elefante) è il preludio al percorso letterale del disco, dove alla voglia di continuare ad inseguire i propri obiettivi (Noi corriamo), si contrappone la necessità di non desiderare ciò che non si possiede (Mani di velluto), anche se contro la nostra volontà veniamo trasportati in altre direzioni (Direzioni opposte), fino a crescere e cambiare, imparando a lasciar andare tutti per il loro cammino compresi noi stesi (Ventisei).
Al debutto Cappadonia riesce a piazzare qualche colpo che merita considerazione, canzoni come la ballata leggera e spensierata Mani di velluto, la possente ballad-rock desertica inondata di percussioni e chitarre robuste come quella di Gianluca Bartolo (Il Pan Del Diavolo) che da il titolo al disco, il duetto con Alosi impreziosito da chitarre acustiche e dagli archi suonati da Nicola Manzan (Bologna Violenta, ndr) in Lontano, gli echi beatlesiani ne L’invenzione migliore e il brano Direzioni opposte.
Tirando le somme, Orecchie da elefante è un’opera apprezzabile che vale la pena ascoltare.
Co – prodotto con Pietro Alosi (Il Pan del Diavolo), il poli-strumentista Cappadonia riversa nelle nove composizioni del disco un’attitudine sonora prettamente rock, ma influenzata, allo stesso tempo, dal folk di provenienza statunitense e nord-europea.
Orecchie da elefante è un lavoro dalle buone intenzioni melodiche inserito a pieno in un contesto rock, figlio di un’indole cantautoriale d’oltremanica a cui si affida Cappadonia, esteso al folk alternativo dove l’impronta di Alosi si denota per le reminescenze tipiche della band siciliana in quelle canzoni da lui anche co-scritte come Noi corriamo, Mani di velluto, Lontano, Rimane da fare e L’invenzione migliore.
Ne vengono fuori composizioni semplici e orecchiabili, ma dagli interessanti contenuti testuali. La seduta di psicanalisi iniziale (Orecchie da elefante) è il preludio al percorso letterale del disco, dove alla voglia di continuare ad inseguire i propri obiettivi (Noi corriamo), si contrappone la necessità di non desiderare ciò che non si possiede (Mani di velluto), anche se contro la nostra volontà veniamo trasportati in altre direzioni (Direzioni opposte), fino a crescere e cambiare, imparando a lasciar andare tutti per il loro cammino compresi noi stesi (Ventisei).
Al debutto Cappadonia riesce a piazzare qualche colpo che merita considerazione, canzoni come la ballata leggera e spensierata Mani di velluto, la possente ballad-rock desertica inondata di percussioni e chitarre robuste come quella di Gianluca Bartolo (Il Pan Del Diavolo) che da il titolo al disco, il duetto con Alosi impreziosito da chitarre acustiche e dagli archi suonati da Nicola Manzan (Bologna Violenta, ndr) in Lontano, gli echi beatlesiani ne L’invenzione migliore e il brano Direzioni opposte.
Tirando le somme, Orecchie da elefante è un’opera apprezzabile che vale la pena ascoltare.
