Siphonoforo Siphonoforo
2026 - Flying Robert Music
#Siphonoforo#Jazz Blues Black#Jazz #Siphonoforo #Flying Robert Music #Marco Pasinetti #Luca Tapino #Pierluigi Foschi
Non capita spesso di imbattersi in un disco in cui il titolo, le grafiche di copertina, l'idea creativa ispiratrice e l'effettiva resa musicale si richiamino e si rispecchino di continuo, in un processo di osmosi quasi totale. Siphonoforo è uno di questi, e finisci per restarne piacevolmente intrigato. Scritto quasi interamente dal chitarrista Marco Pasinetti e suonato da un affiatato quartetto, cita nel titolo una simpatica bestiola che abita da tempo immemorabile gli abissi degli oceani, una specie di fossile vivente, formato in realtà dall'unione di diversi organismi. Questi piccoli invertebrati non potrebbero farcela da soli e sono condannati a una mutua e variegata interdipendenza, assumendo di continuo configurazioni e colorazioni differenti e irripetibili. Un modus vivendi nel quale si possono leggere metaforicamente, senza esagerare troppo, alcune peculiarità dell'interazione jazzistica e soprattutto alcune delle caratteristiche del disco.
I brani di Siphonoforo prendono vita solo dalla giustapposizione delle tinte sonore create dai quattro musicisti, che scelgono di non puntare sul solismo e sul virtuosismo a tutti i costi. Gli strumenti – chitarra (Pasinetti), batteria (Pierluigi Foschi) e due fiati (tromba e trombone, con Tommaso Iacoviello e Luca Tapino) – dipingono campiture a grana grossa, sulla scia di un vivace impressionismo che tratteggia paesaggi esteriori e interiori. Ne scaturiscono dodici bozzetti sonori particolarmente ispirati che cercano di fissare sensazioni e percezioni, privilegiando la sintesi piuttosto che la bulimia dell'improvvisazione e facendo molto affidamento sulle peculiarità timbriche dei fiati e della chitarra. L'atmosfera generale è ironica, colma di un'accattivante e sghemba stranezza e ricca di humour funereo: si potrebbero definire un disco folk sui generis, soprattutto per la capacità di pescare materiali e ispirazioni dalle fonti più varie, senza preclusioni di sorta.
Qua e là prevale il gusto per il quadretto minimalista, d'ambiente o spiritoso (Magma alpino, Marco e Maria, il vaudeville di Coniglie e conigliette), ma la finale Apache, ripresa di un brano di Jimmy Giuffrè, valica ampiamente i nove minuti di lunghezza, vagando da un inizio in chiave rumoristica fino ad atmosfere spaghetti-western, corroborate dall'inaspettato vigore elettrico della chitarra nel finale. E se la spagnoleggiante e latina Chico segue uno sviluppo più tradizionale, le carte si mescolano di nuovo con la misteriosa chiacchierata a quattro di Lascia tutto aperto, poi riordinata nella successiva Ti ho detto di non chiudere, e con lo sghembo valzer funereo di Requiem For E., sospinto da un'inaspettata accelerazione finale. Il siphonoforo non smette di scomporsi e ricomporsi in forme sempre nuove e curiose, sostenuto anche da una giovanile baldanza iconoclasta.
I brani di Siphonoforo prendono vita solo dalla giustapposizione delle tinte sonore create dai quattro musicisti, che scelgono di non puntare sul solismo e sul virtuosismo a tutti i costi. Gli strumenti – chitarra (Pasinetti), batteria (Pierluigi Foschi) e due fiati (tromba e trombone, con Tommaso Iacoviello e Luca Tapino) – dipingono campiture a grana grossa, sulla scia di un vivace impressionismo che tratteggia paesaggi esteriori e interiori. Ne scaturiscono dodici bozzetti sonori particolarmente ispirati che cercano di fissare sensazioni e percezioni, privilegiando la sintesi piuttosto che la bulimia dell'improvvisazione e facendo molto affidamento sulle peculiarità timbriche dei fiati e della chitarra. L'atmosfera generale è ironica, colma di un'accattivante e sghemba stranezza e ricca di humour funereo: si potrebbero definire un disco folk sui generis, soprattutto per la capacità di pescare materiali e ispirazioni dalle fonti più varie, senza preclusioni di sorta.
Qua e là prevale il gusto per il quadretto minimalista, d'ambiente o spiritoso (Magma alpino, Marco e Maria, il vaudeville di Coniglie e conigliette), ma la finale Apache, ripresa di un brano di Jimmy Giuffrè, valica ampiamente i nove minuti di lunghezza, vagando da un inizio in chiave rumoristica fino ad atmosfere spaghetti-western, corroborate dall'inaspettato vigore elettrico della chitarra nel finale. E se la spagnoleggiante e latina Chico segue uno sviluppo più tradizionale, le carte si mescolano di nuovo con la misteriosa chiacchierata a quattro di Lascia tutto aperto, poi riordinata nella successiva Ti ho detto di non chiudere, e con lo sghembo valzer funereo di Requiem For E., sospinto da un'inaspettata accelerazione finale. Il siphonoforo non smette di scomporsi e ricomporsi in forme sempre nuove e curiose, sostenuto anche da una giovanile baldanza iconoclasta.