Satantango Satantango
2026 - Dischi sotterranei
La presenza dell’omonimo disco di esordio dei Satantango nelle cinquine delle Targhe Tenco per la migliore opera prima è un’occasione per recuperare un album che merita sicuramente attenzione.
Si tratta di un disco malinconico, in cui il languore è diffuso come una luce soffusa, una fotografia agrodolce interiore ed esteriore della provincia profonda, quella cremonese, immortalata anche nella foto che la band ha scattato e scelto per la copertina.
I Satantango hanno preso il moniker ovviamente dal film ungherese del ‘94 di Béla Tarr - tratto dal libro del Premio Nobel per la Letteratura László Krasznahorkai, anche sceneggiatore del film, e sono un duo, composto da Valentina Ottoboni e Gianmarco Soldi, che hanno scritto le canzoni, si sono occupati della produzione artistica e hanno masterizzato il tutto affiancando Filippo Passamonti presso il suo VDSS Recording Studio. Soldi ha anche prodotto e registrato i brani.
Sonorità sognanti e avvolgenti, che stendono malinconie lattiginose come un colore pastello, come la nebbia di una provincia immobile, riff introspettivi a metà strada tra post-punk e alt-rock dei Placebo, rasoiate di chitarre elettriche shoegaze feroci e affilate si alternano e fondono per salutare le illusioni, ciò che non è stato o non si può cambiare, per cantare il disincanto del disorientamento e dell’incomprensione familiare, la disillusione delle manifestazioni che “non servono a niente”, il senso di svuotamento e che sia troppo tardi.
Chitarre che crescono cinematiche e quasi ossessive, si gonfiano calde e brucianti, rallentamenti a cui abbandonarsi, atmosfere cangianti che cullano e turbano, riff tesi e nervosi, brani cadenzati che accolgono sfumature cupe, introspettive e introverse o disegnano colori dal gusto onirico raccontano cieli senza stelle, piogge e film finiti male in cui annegare tra gioventù, amore e rabbia, o la paura di rischiare; tali sonorità trasfigurano i ricordi, tra un odiato Leopardi e l’11 settembre, e fanno scorrere sul finestrino e trascolorare i “ruggenti anni Venti” e l’Italia che “non perdona”.
Tra paesaggi reali e simbolici, qui ci si perde “nella sera / che ingoiava la pianura / sui tralicci della sera / nell’inverno che sfiniva”; la pianura stessa si confonde con il mare, mentre un senso di precarietà divora i sogni, lasciati dentro un cinema ormai chiuso, e li spegne un grigiore che però diventa poesia dolceamara della malinconia, da far sciogliere lentamente sulla lingua.
Il duo sfodera uno stile elegante e ammaliante, mentre esplora buche, ciminiere e lacrime, tra field recordings e titoli di coda. Da ascoltare.
Si tratta di un disco malinconico, in cui il languore è diffuso come una luce soffusa, una fotografia agrodolce interiore ed esteriore della provincia profonda, quella cremonese, immortalata anche nella foto che la band ha scattato e scelto per la copertina.
I Satantango hanno preso il moniker ovviamente dal film ungherese del ‘94 di Béla Tarr - tratto dal libro del Premio Nobel per la Letteratura László Krasznahorkai, anche sceneggiatore del film, e sono un duo, composto da Valentina Ottoboni e Gianmarco Soldi, che hanno scritto le canzoni, si sono occupati della produzione artistica e hanno masterizzato il tutto affiancando Filippo Passamonti presso il suo VDSS Recording Studio. Soldi ha anche prodotto e registrato i brani.
Sonorità sognanti e avvolgenti, che stendono malinconie lattiginose come un colore pastello, come la nebbia di una provincia immobile, riff introspettivi a metà strada tra post-punk e alt-rock dei Placebo, rasoiate di chitarre elettriche shoegaze feroci e affilate si alternano e fondono per salutare le illusioni, ciò che non è stato o non si può cambiare, per cantare il disincanto del disorientamento e dell’incomprensione familiare, la disillusione delle manifestazioni che “non servono a niente”, il senso di svuotamento e che sia troppo tardi.
Chitarre che crescono cinematiche e quasi ossessive, si gonfiano calde e brucianti, rallentamenti a cui abbandonarsi, atmosfere cangianti che cullano e turbano, riff tesi e nervosi, brani cadenzati che accolgono sfumature cupe, introspettive e introverse o disegnano colori dal gusto onirico raccontano cieli senza stelle, piogge e film finiti male in cui annegare tra gioventù, amore e rabbia, o la paura di rischiare; tali sonorità trasfigurano i ricordi, tra un odiato Leopardi e l’11 settembre, e fanno scorrere sul finestrino e trascolorare i “ruggenti anni Venti” e l’Italia che “non perdona”.
Tra paesaggi reali e simbolici, qui ci si perde “nella sera / che ingoiava la pianura / sui tralicci della sera / nell’inverno che sfiniva”; la pianura stessa si confonde con il mare, mentre un senso di precarietà divora i sogni, lasciati dentro un cinema ormai chiuso, e li spegne un grigiore che però diventa poesia dolceamara della malinconia, da far sciogliere lentamente sulla lingua.
Il duo sfodera uno stile elegante e ammaliante, mentre esplora buche, ciminiere e lacrime, tra field recordings e titoli di coda. Da ascoltare.