Distopìa<small></small>
Jazz Blues Black • Jazz • Mainstream moderno

Saihs Distopìa

2025 - GleAM

17/12/2025 di Vittorio Formenti

#Saihs#Jazz Blues Black#Jazz

Esordio estremamente interessante questo Distopìa, firmato dal sestetto fiorentino Saihs, composto da giovani musicisti che fanno della freschezza, della profondità e della collegialità la propria cifra principale.
Il lavoro è uno stimolante  crossover tra tradizione e modernità, offrendo una prospettiva che da un “Quiet and Cool” (seminale antologia del Cool edita nel 1956 da giganti del genere) recupera slanci post-bop per arrivare a una sintesi non scolastica delle radici, vicina a declinazioni contemporanee più che al recupero dei maestri.

Matteo Zecchi (sax tenore), Giulio Mari (tromba), Giulio Tullio (trombone), Lorenzo Fiorentini (piano), Giulio Barsotti (contrabbasso) e Edoardo Battaglia (batteria) danno vita a un progetto multiculturale che potrebbe trovare cittadinanza  negli ambienti metropolitani della Grande Mela.

Il senso compatto del collettivo porta a due caratteristiche sostanziali del lavoro. La prima è la compattezza ritmica, distribuita su più strumenti e parti, che non si limita quindi alla scansione e al sostegno ma diventa elemento narrativo, confermando quindi l’aspetto di contemporaneità già sottolineato. Paul Motian e Dave Holland piuttosto che Kenny Clarke e Oscar Pettiford, giusto per riflettere.
La seconda è la polifonia, o forse meglio canto e controcanto, conseguente appunto all’impasto collettivo ben raffinato dalla preparazione dei musicisti. Jazz post anni ’90 e non echi del New Orleans, senza trascurare passaggi legati alla musica contemporanea.
In questo senso, emblematica è l’interpretazione del ruolo del trombone di Tullio, lontano da smears e onomatopee d’epoca e più vicino a lezioni di avanguardia alla George Lewis, pur se scaldate da un animo tutto italiano.

Il lavoro è decisamente piacevole all’ascolto proponendo slanci, momenti riflessivi, camerismo europeo e dinamismo bop; il tutto crea passaggi inaspettati che rendono effetti decisamente soddisfacenti per chi ascolta, in grado di seguire le evoluzioni secondo logica non stucchevole.
A esemplificazione della genetica del disco possono essere citati due brani, senza per questo creare gerarchie nella scaletta.

Il primo è la title track, episodio che fonde funk / soul / jazz con una scrittura non complessa ma un sound attraente, un po’ alla Kamasi Washington anche se senza pieni orchestrali; qui spicca l’intervento del piano, con decisa personalità e sicurezza.
Il secondo è l’arrangiamento del brano di Bud Powell Celia,  in cui lo spirito della partitura è invece rielaborato in una logica più di combo esteso; le potenzialità della scrittura di Powell, che, al piano, riusciva a evocare anche altre voci strumentali (prima tra tutte quella del sax), offrono spunti per ampliamenti timbrici e ritmici qui sfruttati appieno.

Molto, molto più che un esordio.

 

Track List

  • Second Try
  • Iram
  • Emulazione I
  • Trattenuta
  • Intro
  • How Many Times...
  • ...Did You Cross The Line?
  • Sette
  • Distopia
  • Celia