Ryan Bingham They Call Us The Lucky Ones
2026 - Thirty Tigers
Eccolo, Ryan Bingham, col suo nuovo lavoro. Fedele alla linea fin dallo splendido Mescalito, che ho avuto la fortuna di ascoltare live, in una serata benedetta, in una Cava, quella di Pusiano, dove, e quando, i sogni potevano diventare reali, quando iniziava la storia del Buscadero Day (e in generale dei grandi concerti alla Cava), col suo concerto, il 4 luglio 2008, organizzato da Barley Arts.
Da allora, sono passati quasi vent'anni, e il cantautore del New Mexico non ha perso il suo smalto, ma, anzi, le esperienze anche come attore (Yellowstone soprattutto) e come grande performer live lo hanno reso ancora più convincente e solido. Eccolo quindi, accompagnato da The Texas Gentlemen, un collettivo di musicisti dall'approccio soul e dalla lunga esperienza live. Il risultato è un album che si fonda sulla spontaneità e sul sentimento, attingendo alle tradizioni country, rock e soul del Sud, dal significativo titolo They Call Us the Lucky Ones, il suo primo album in studio in sette anni.
I suoni spaziano dal southern rock, come in Let the Big Dog Eat, denso di trame intessute tra tastiere e chitarre, alla lunga e intensa murder ballad Cocaine Charlie, dai sapori Western, in punta di chitarra, con un violino lirico e una voce polverosa, che canta un'esistenza al limite, l'amore tragico tra Charlie e Martha, e ricorda il Bob Dylan di Hurricane, con versi iniziali indimenticabili, che sembrano la sceneggiatura di un film: "Well Cocaine Charlie drove a 1985 stepside Chevrolet / And at night along the border / He’d slip across the river / Where no one knew his name". Nelle ballate degli outcasts Bingham dà il meglio di sé, come nel racconto in prima persona di Twist the Knife, con la sua armonica a dare fiato a una storia di fughe e nostalgie, sorretta dal mandolino di Richard Bowden e dalla pedal steel di Cody Huggins.
Tutte le tracce concorrono a suscitare una sensazione di orizzonti sconfinati e ricerca di un approdo: la cavalcata di Revelance, con il piano in bella evidenza e una voce tesa e vibrante; la title track, che presenta immagini e ricordi, che si allarga diventando una sorta di inno, tra personaggi cinematografici e la quieta, ironica indolenza di chi conosce il senso della vita; Ballad of the Texas Gentlemen, la canzone dedicata al gruppo che suona con lui, alla vita on the road, verso New Orleans, guidata dalla musica, dove violino, pianoforte e chitarra interagiscono, ricreando uno spirito avventuroso e inquieto; la splendida, dolente Americana, dal tono alla John Prine, storia di un uomo che ha appena perso il lavoro, ma sfida il destino, preparandosi a dormire su un pavimento di duro legno ("We don’t get tired. We don’t get bored.We don’t mind sleepin’ on a hardwood floor").
E, se l'unica casa dei protagonisti delle storie di Bingham è un’autostrada popolata da emarginati, vagabondi e spacciatori, dove gli sconosciuti di ieri sono i compagni di stasera, guidando “under the moon with no headlights”, sul solco di Guy Clark e Townes, noi ci sentiamo a casa con loro, e ci fermiamo un momento, a condividere le loro storie, a cantare anche noi con loro "I’m A Goin’ Nowhere", a conoscere meglio un'America troppo spesso dimenticata.
Da allora, sono passati quasi vent'anni, e il cantautore del New Mexico non ha perso il suo smalto, ma, anzi, le esperienze anche come attore (Yellowstone soprattutto) e come grande performer live lo hanno reso ancora più convincente e solido. Eccolo quindi, accompagnato da The Texas Gentlemen, un collettivo di musicisti dall'approccio soul e dalla lunga esperienza live. Il risultato è un album che si fonda sulla spontaneità e sul sentimento, attingendo alle tradizioni country, rock e soul del Sud, dal significativo titolo They Call Us the Lucky Ones, il suo primo album in studio in sette anni.
I suoni spaziano dal southern rock, come in Let the Big Dog Eat, denso di trame intessute tra tastiere e chitarre, alla lunga e intensa murder ballad Cocaine Charlie, dai sapori Western, in punta di chitarra, con un violino lirico e una voce polverosa, che canta un'esistenza al limite, l'amore tragico tra Charlie e Martha, e ricorda il Bob Dylan di Hurricane, con versi iniziali indimenticabili, che sembrano la sceneggiatura di un film: "Well Cocaine Charlie drove a 1985 stepside Chevrolet / And at night along the border / He’d slip across the river / Where no one knew his name". Nelle ballate degli outcasts Bingham dà il meglio di sé, come nel racconto in prima persona di Twist the Knife, con la sua armonica a dare fiato a una storia di fughe e nostalgie, sorretta dal mandolino di Richard Bowden e dalla pedal steel di Cody Huggins.
Tutte le tracce concorrono a suscitare una sensazione di orizzonti sconfinati e ricerca di un approdo: la cavalcata di Revelance, con il piano in bella evidenza e una voce tesa e vibrante; la title track, che presenta immagini e ricordi, che si allarga diventando una sorta di inno, tra personaggi cinematografici e la quieta, ironica indolenza di chi conosce il senso della vita; Ballad of the Texas Gentlemen, la canzone dedicata al gruppo che suona con lui, alla vita on the road, verso New Orleans, guidata dalla musica, dove violino, pianoforte e chitarra interagiscono, ricreando uno spirito avventuroso e inquieto; la splendida, dolente Americana, dal tono alla John Prine, storia di un uomo che ha appena perso il lavoro, ma sfida il destino, preparandosi a dormire su un pavimento di duro legno ("We don’t get tired. We don’t get bored.We don’t mind sleepin’ on a hardwood floor").
E, se l'unica casa dei protagonisti delle storie di Bingham è un’autostrada popolata da emarginati, vagabondi e spacciatori, dove gli sconosciuti di ieri sono i compagni di stasera, guidando “under the moon with no headlights”, sul solco di Guy Clark e Townes, noi ci sentiamo a casa con loro, e ci fermiamo un momento, a condividere le loro storie, a cantare anche noi con loro "I’m A Goin’ Nowhere", a conoscere meglio un'America troppo spesso dimenticata.
