S`U<small></small>
Jazz Blues Black − Impro − ethno

Paolo Angeli

S`U

2015 - ReR Megacorp / Goodfellas
23/01/2016 - di
Una costante degli appassionati di musica oggi è l’affannosa e spesso infruttuosa ricerca di qualcosa di nuovo, di originale, di non sentito, chiudendo il problema con l’ormai retorica (e assolutamente infondata) affermazione che tutto si concluse con gli anni ’70.

Con questo lavoro Paolo Angeli, chitarrista gallurese emigrato a Barcellona da ormai un decennio, smentisce alla radice questo stantio luogo comune. Paolo è un musicista cresciuto in un amalgama di rock, jazz, blues, avanguardia e musica popolare che è sempre riuscito a fondere non tanto come artefatto ma come pulsioni organiche.
Le sue collaborazioni annoverano artisti come Pat Metheny, Fred Frith, Antonello Salis e Evan Parker (giusto per citarne alcuni) esemplificando una militanza oltre lo skyline standard dei generi specifici.
Il suo strumento è la cosiddetta “chitarra sarda preparata”, un arnese acustico a 18 corde che permette timbri da violoncello, ritmiche da batteria e, ovviamente, passaggi chitarristici sia armonici che melodici; giusto per precisare che non si tratta di una stravaganza è bene ricordare che lo stesso Pat Metheny gli chiese di costruirne uno per sé.

Questo S’U rappresenta probabilmente il culmine di un’evoluzione, già in corso con l’altro suo notevolissimo Sale quanto basta (2013), che sublima influenze al di là di ogni definizione d’ambito nel racconto di una visione vitale.

Quello che risalta in modo quasi clamoroso è la totale simbiosi tra musicista e strumento, le cui potenzialità sono sfruttate senza “trucchi” (non ci sono loop o sovrapposizioni) con un risultato da ensemble cameristico, frutto di un completo dominio delle caratteristiche dell’attrezzo che vengono utilizzate “in parallelo”, proprio come se più artisti eseguissero le diverse parti.
L’uso dell’archetto insieme al pizzicato e ai pedali crea un incredibile effetto corale e quello che meraviglia di più è l’assoluta assenza di smagliature e di indecisioni in tutte le gamme.

Ma tutto ciò è solo un aspetto tecnico, rilevante certamente ma in definitiva non predominante. La cifra più in evidenza è la ricchezza dei riferimenti che si alternano e si intrecciano in un vortice espressivo e non meramente didascalico. In questo lavoro ci si trova di tutto, dal folk sardo al medio oriente (Vlora), da echi iberici (Porto Flavia e Melilla)  a spunti di avanguardia rock (Baragge), da riflessi irlandesi all’impro jazzistica, il tutto immerso in echi di antiche tradizioni che trovano l’acme in Mi e La, uno dei passaggi più emozionanti del disco con il suo incedere da danza rituale.

E` come se John Fahey si unisse a Pierre Bensusan  con una fluidità alla Pat Metheny e una capacità espressiva tipicamente mediterranea che trasforma il disco in un racconto quasi letterario.

Un’autentica chicca, completamente fuori dagli schemi e per questo da conoscere, assolutamente.

Track List

  • Due Tempi
  • Mancina
  • Vlora
  • Blu di Prussia
  • S’U
  • Porto Flavia
  • Tinta Unita
  • Melilla
  • Muri d’acqua
  • Mi e La
  • Pastelli a cera
  • Baragge