Ovadia Famulari Gazich Yiddish Blues
2026 - Moovon
C'ero, quando fu presentato per la prima volta dal vivo al Folkest Festival 2025 Yiddish Blues, "Il concerto di Moni Ovadia", come venne subito definito, perché proponeva il celebre attore, drammaturgo e performer apolide nella veste di cantautore. E sentivo già allora che il sodalizio artistico tra Moni Ovadia, Giovanna Famulari e Michele Gazich avrebbe dato frutti ricchi e splendidi; qualche mese dopo, ecco infatti il disco, preziosa testimonianza e dimostrazione di come l'impegno possa assurgere a grande arte, e come il dolore possa farsi forma poetica, in parole e musica.
Fin da Il piccolo Alì, che si conclude coi versi apodittici "in eterno i sionisti saranno dannati", lo spessore del lavoro si manifesta in tutta la sua densità politica e, ancor più che umana, umanistica, anche per l'essenzialità con cui vengono trattati i suoni: Gazich fa cantare il violino, strumento principe dell'ebreo errante, per sottolineare il lamento del popolo palestinese, costretto a essere errante a sua volta, e in modo violento, da chi aveva subìto la stessa sorte, mentre il violoncello di Famulari costruisce attorno alla melodia una trama tenace e delicata insieme, come se a cantare fossero tutte le madri ferite. Registrato da Fabrizio “Cit” Chiapello, che nel disco suona anche le percussioni, con la produzione artistica e gli arrangiamenti di Famulari e Gazich, il lavoro si precisa, traccia dopo traccia, come un concept album sull'esilio, sul blues che, dal significato originario di "to have the blue devils", ossia, essere in astinenza, e quindi depresso, scivola in quello più ampio del sentimento di nostalgia tipico di chi non ha più una casa, espresso dalla musica, come scrive Ovadia: "Il Blues è la condizione dello spirito di chi si trova lontano da ogni dove. È una musica di esiliati, di schiavi, di martirizzati. È una musica che nasce dalla condizione dello sradicamento. La cultura yiddish è una cultura di esilio, di assenza di patria e di confini. Queste risonanze comuni ci hanno spinti ad intitolare questo viaggio in musica e parole proprio Yiddish Blues."
Nel nostro cuore si fissano immagini sonore di rara suggestione, come lo sciabordìo delle acque in Maltamé, in cui Gazich ha sintetizzato, nella parlata degli ebrei veneziani, lo sgomento di fronte alla forza superiore che li ha costretti a essere deportati nell'isola di San Servolo, e in cui lo spoken word si unisce alla voce di Famulari, che evoca una filastrocca lontana nel tempo, in un effetto cupamente profetico. I brani presenti anche in altri lavori precedenti, come lo strumentale Materiali sonori per una descrizione dell’anima di Paolo F., già contenuto in solo i miracoli hanno un senso stanotte in questa trincea, di Gazich, non sono scelti a caso: Paolo Finzi è stato un anarchico ebreo, e viene tratteggiato con poche, profonde parole da Ovadia, oppure Es Brent, che possiamo trovare in Dybbuk, una raccolta di Ovadia del 1995, è un canto composto nel 1935 dopo un pogrom.
La cultura yiddish viene quindi esplorata e proposta con immenso rispetto, anche filologico, ricostruendone l'atmosfera con strumenti evocativi, e centrando l'attenzione sulle tematiche di sradicamento, esilio e dolore, oggi comuni alla situazione palestinese, a cui è dedicata una canzone - invettiva, composta da Ovadia in questi momenti di sconcerto e indignazione. Palestina, terra di dolore ha l'incedere di una marcia funebre e il testo contiene un anatema contro i "folli" sionisti, che provocano macerie e spengono la speranza "se il futuro ci lega le mani", e contro il complice Occidente, che permette che quella terra sia "un sepolcro di vittime innocenti". Impegno, sdegno, passione trapelano anche da altri passaggi dell'album, come in Piskhù li, il canto del salmo 118 di Davide, intonato dagli ebrei khassidici mentre li conducevano alle camere a gas: "Aprimi le porte della giustizia / Io vi entrerò" modula la voce, e i suoni ricreano l'angoscia e la speranza di ogni uomo mandato a morire, col bouzouki di Marco Tibu Lamberti a sottolinearne la profondità.
E proprio alla speranza è dedicato l'ultimo brano, in cui le voci si alternano, cantando versi semplici, ma espressivi: "Non hanno preso tutti i miei sogni Non hanno preso i miei ricordi Posso sognare un mondo nuovo Perché ricordo il mondo vecchio...Non puoi comprare la mia speranza Non puoi comprarla, non te la vendo Costa poco la tua violenza Non ha prezzo la mia speranza Non ha prezzo la mia speranza". Parole che dovrebbero essere imparate a memoria, come un mantra positivo, per esorcizzare il veleno che sembra permeare questi giorni. Disco importante e urgente, dalla grafica suggestiva e dai testi tutti da leggere, che richiede dedizione e attenzione, e che può restituirci il senso del nostro essere umani.
Fin da Il piccolo Alì, che si conclude coi versi apodittici "in eterno i sionisti saranno dannati", lo spessore del lavoro si manifesta in tutta la sua densità politica e, ancor più che umana, umanistica, anche per l'essenzialità con cui vengono trattati i suoni: Gazich fa cantare il violino, strumento principe dell'ebreo errante, per sottolineare il lamento del popolo palestinese, costretto a essere errante a sua volta, e in modo violento, da chi aveva subìto la stessa sorte, mentre il violoncello di Famulari costruisce attorno alla melodia una trama tenace e delicata insieme, come se a cantare fossero tutte le madri ferite. Registrato da Fabrizio “Cit” Chiapello, che nel disco suona anche le percussioni, con la produzione artistica e gli arrangiamenti di Famulari e Gazich, il lavoro si precisa, traccia dopo traccia, come un concept album sull'esilio, sul blues che, dal significato originario di "to have the blue devils", ossia, essere in astinenza, e quindi depresso, scivola in quello più ampio del sentimento di nostalgia tipico di chi non ha più una casa, espresso dalla musica, come scrive Ovadia: "Il Blues è la condizione dello spirito di chi si trova lontano da ogni dove. È una musica di esiliati, di schiavi, di martirizzati. È una musica che nasce dalla condizione dello sradicamento. La cultura yiddish è una cultura di esilio, di assenza di patria e di confini. Queste risonanze comuni ci hanno spinti ad intitolare questo viaggio in musica e parole proprio Yiddish Blues."
Nel nostro cuore si fissano immagini sonore di rara suggestione, come lo sciabordìo delle acque in Maltamé, in cui Gazich ha sintetizzato, nella parlata degli ebrei veneziani, lo sgomento di fronte alla forza superiore che li ha costretti a essere deportati nell'isola di San Servolo, e in cui lo spoken word si unisce alla voce di Famulari, che evoca una filastrocca lontana nel tempo, in un effetto cupamente profetico. I brani presenti anche in altri lavori precedenti, come lo strumentale Materiali sonori per una descrizione dell’anima di Paolo F., già contenuto in solo i miracoli hanno un senso stanotte in questa trincea, di Gazich, non sono scelti a caso: Paolo Finzi è stato un anarchico ebreo, e viene tratteggiato con poche, profonde parole da Ovadia, oppure Es Brent, che possiamo trovare in Dybbuk, una raccolta di Ovadia del 1995, è un canto composto nel 1935 dopo un pogrom.
La cultura yiddish viene quindi esplorata e proposta con immenso rispetto, anche filologico, ricostruendone l'atmosfera con strumenti evocativi, e centrando l'attenzione sulle tematiche di sradicamento, esilio e dolore, oggi comuni alla situazione palestinese, a cui è dedicata una canzone - invettiva, composta da Ovadia in questi momenti di sconcerto e indignazione. Palestina, terra di dolore ha l'incedere di una marcia funebre e il testo contiene un anatema contro i "folli" sionisti, che provocano macerie e spengono la speranza "se il futuro ci lega le mani", e contro il complice Occidente, che permette che quella terra sia "un sepolcro di vittime innocenti". Impegno, sdegno, passione trapelano anche da altri passaggi dell'album, come in Piskhù li, il canto del salmo 118 di Davide, intonato dagli ebrei khassidici mentre li conducevano alle camere a gas: "Aprimi le porte della giustizia / Io vi entrerò" modula la voce, e i suoni ricreano l'angoscia e la speranza di ogni uomo mandato a morire, col bouzouki di Marco Tibu Lamberti a sottolinearne la profondità.
E proprio alla speranza è dedicato l'ultimo brano, in cui le voci si alternano, cantando versi semplici, ma espressivi: "Non hanno preso tutti i miei sogni Non hanno preso i miei ricordi Posso sognare un mondo nuovo Perché ricordo il mondo vecchio...Non puoi comprare la mia speranza Non puoi comprarla, non te la vendo Costa poco la tua violenza Non ha prezzo la mia speranza Non ha prezzo la mia speranza". Parole che dovrebbero essere imparate a memoria, come un mantra positivo, per esorcizzare il veleno che sembra permeare questi giorni. Disco importante e urgente, dalla grafica suggestiva e dai testi tutti da leggere, che richiede dedizione e attenzione, e che può restituirci il senso del nostro essere umani.