Luisa Briguglio Truvatura
2025 - Liburia Records
Il panorama della canzone d’autore in lingua siciliana sta vivendo un momento di straordinaria crescita, e l’interesse verso questo genere, pur restando di nicchia e distante dalle mode effimere e dalle logiche usa e getta del mercato, sta conquistando anche chi, per ragioni geografiche o linguistiche, non ha un’immediata comprensione dei testi. A questa già ampia schiera di artisti che ha scelto di orientare in tal senso la propria ricerca musicale, si aggiunge adesso la messinese Luisa Briguglio che, con Truvatura, firma un lavoro che, pur essendo un disco d’esordio (per lo meno come solista), possiede già tutte le caratteristiche per imporsi come un piccolo classico del genere.
Nelle otto tracce del disco, arrangiate e prodotte da Ernesto Nobili, un ricco ensemble di musicisti dà forma a un tessuto sonoro variegato e raffinato. Accanto ai fiati della Bagarija Orkestar, al contrabbasso di Giacomo Pedicini e di France Duclaroir, alla batteria di Matteo Nocera, alle percussioni di Cristiano Della Monica e alle chitarre dello stesso Nobili, trovano spazio strumenti presi in prestito da altre tradizioni: il duduk, proveniente dalla musica armena, suonato da Francesco Di Cristofaro e il charango, tipico dell’America meridionale, suonato da Denise Di Maria. Questi suoni aprono un’ideale finestra verso altre culture, tracciando un ponte simbolico - certamente più utile di quell’altro, del quale tanto si parla - che da Messina ci conduce, nel tempo e nello spazio, altrove.
Una spinta ulteriore proviene dalla lingua, vero motore del disco: accanto al siciliano, presente nella variante diatopica messinese, compaiono il francese di Quand je serai prête e l’italiano de Il cacciatore, che sembrano voler riannodare i fili tra passato e presente, tra la dominazione angioina e l’oggi, tra l’Italia e la Francia, paese in cui Briguglio vive.
Il titolo del disco è una vera e propria dichiarazione d’intenti: in Sicilia con il termine “truvatura” si indica il ritrovamento di un tesoro nascosto e dimenticato da tempo e, proprio come se stessimo seguendo una mappa, tra le pieghe delle canzoni, quasi interamente scritte dall’artista messinese, emergono piccoli ma significativi dettagli: dai riferimenti a Orazio nel brano Il cacciatore ai frammenti di Saffo e di Catullo in A Stidda, passando per U ‘nnamuratu e a morti, traduzione in siciliano della ballata medievale spagnola “El enamorado y la muerte”, che tratta il tema dell’ineluttibilità della morte, e per Petra e caminu, adattamento della zamba argentina Piedra y camino di Atahualpa Yupanqui, il disco è disseminato di piccole “truvature”.
Ma se questi piccoli dettagli, queste parole e queste storie prese in prestito rappresentano ciò che rimane celato tra i solchi del disco, a colpire davvero è l’enorme talento compositivo di un’autrice che, per sua stessa ammissione, è giunta al “mestiere” di scrivere e cantare canzoni quasi per caso. Che si tratti dello sconsolato addio di una madre in Figghia mia figghia, del dialogo notturno con i propri demoni in Notti, dell’esaltazione dell’amore impossibile in Navi o delle dolorose stilettate di gelosia che colpiscono la protagonista di A stidda, abbiamo comunque a che fare con le perle di una splendida collana, di una preziosa “truvatura” in cui ho avuto la fortuna di imbattermi.
La musica siciliana d’autore ha una nuova autorevole voce e forse, da qualche parte, Rosa Balistreri e Otello Profazio sorridono compiaciuti.
Nelle otto tracce del disco, arrangiate e prodotte da Ernesto Nobili, un ricco ensemble di musicisti dà forma a un tessuto sonoro variegato e raffinato. Accanto ai fiati della Bagarija Orkestar, al contrabbasso di Giacomo Pedicini e di France Duclaroir, alla batteria di Matteo Nocera, alle percussioni di Cristiano Della Monica e alle chitarre dello stesso Nobili, trovano spazio strumenti presi in prestito da altre tradizioni: il duduk, proveniente dalla musica armena, suonato da Francesco Di Cristofaro e il charango, tipico dell’America meridionale, suonato da Denise Di Maria. Questi suoni aprono un’ideale finestra verso altre culture, tracciando un ponte simbolico - certamente più utile di quell’altro, del quale tanto si parla - che da Messina ci conduce, nel tempo e nello spazio, altrove.
Una spinta ulteriore proviene dalla lingua, vero motore del disco: accanto al siciliano, presente nella variante diatopica messinese, compaiono il francese di Quand je serai prête e l’italiano de Il cacciatore, che sembrano voler riannodare i fili tra passato e presente, tra la dominazione angioina e l’oggi, tra l’Italia e la Francia, paese in cui Briguglio vive.
Il titolo del disco è una vera e propria dichiarazione d’intenti: in Sicilia con il termine “truvatura” si indica il ritrovamento di un tesoro nascosto e dimenticato da tempo e, proprio come se stessimo seguendo una mappa, tra le pieghe delle canzoni, quasi interamente scritte dall’artista messinese, emergono piccoli ma significativi dettagli: dai riferimenti a Orazio nel brano Il cacciatore ai frammenti di Saffo e di Catullo in A Stidda, passando per U ‘nnamuratu e a morti, traduzione in siciliano della ballata medievale spagnola “El enamorado y la muerte”, che tratta il tema dell’ineluttibilità della morte, e per Petra e caminu, adattamento della zamba argentina Piedra y camino di Atahualpa Yupanqui, il disco è disseminato di piccole “truvature”.
Ma se questi piccoli dettagli, queste parole e queste storie prese in prestito rappresentano ciò che rimane celato tra i solchi del disco, a colpire davvero è l’enorme talento compositivo di un’autrice che, per sua stessa ammissione, è giunta al “mestiere” di scrivere e cantare canzoni quasi per caso. Che si tratti dello sconsolato addio di una madre in Figghia mia figghia, del dialogo notturno con i propri demoni in Notti, dell’esaltazione dell’amore impossibile in Navi o delle dolorose stilettate di gelosia che colpiscono la protagonista di A stidda, abbiamo comunque a che fare con le perle di una splendida collana, di una preziosa “truvatura” in cui ho avuto la fortuna di imbattermi.
La musica siciliana d’autore ha una nuova autorevole voce e forse, da qualche parte, Rosa Balistreri e Otello Profazio sorridono compiaciuti.
