Come si può definire Furèsta, il secondo, splendido lavoro di Carola Moccia, in (grandissima) arte La Niña, il cui singolo Figlia d' 'a Tempesta ha vinto il prestigioso Premio Tenco come miglior canzone? Folk, canzone d'autore, world, avantgarde? oppure, per un disco così, è inutile e forse dannoso appiccicare etichette, ma è meglio lasciarsi catturare dal fascino di un'opera per la quale non è superfluo scomodare l'abusato termine di progetto, fin dalla copertina, con una Medusa caravaggesca che ci invita a entrare nel suo mondo.
La trentaquattrenne musicista, produttrice, cantante e performer di San Giorgio a Cremano non ha proprio "paura 'e nie'", come canta nel singolo, nel proporre dieci brani sorprendenti, che riescono a fare convivere dialetto e autotune, melodia e rap, interpretazione singola e coralità, strumenti acustici ed elettronici, tradizione e tradimento, oltre al ribaltamento consapevole e sistematico di tutti i clichés dell'immaginario partenopeo, prendendo il punto di vista femminile come atto rivoluzionario e innovativo, sotto molti aspetti. Innanzitutto, la scelta della lingua: innerva tutti i testi il napoletano, che non è mai stata la lingua del potere, ma è stata sempre quella della poesia e dell'arte, e, se accetta la mescolanza con altre espressioni, lo fa, in Sanghe, con quella araba, che ha la voce dell'egiziano Abdullah Miniawy, rifugiato durante la Primavera Araba, per una riflessione accorata e filosofica sulla guerra e sulla violenza.
Ne emerge un risultato complessivo esaltante, in cui la voce, e la musicalità di cui si fa portavoce, sottolineano il significato di testi potenti, poetici, in profonda connessione con la storia delle loro protagoniste, che siano donne cresciute col mito della Guapparìa, ma che ora vogliono denunciarla ("Guapparia che mania / Tutto 'o munno vò guardà / Ma si moreno a Scampia / Aggirate 'a capa 'a llà"), o gazze ladre, simbolo della caparbietà del popolo napoletano, come nella conclusiva Pica Pica - "Mettersi pica pica" significa intestardirsi - con tanto di coda musicale, che vede protagoniste proprio le gazze. Ma non si pensi che sia un disco femminista; piuttosto, è un'opera storica, politica nel senso alto del termine, che focalizza la propria attenzione sulla dialettica del potere tra oppressori e oppressi, che si ipotizza possa risolversi attraverso l'arte, che sia il ballo (la scatenata e trascinante O Ballo d' 'e 'mpennate), o la musica che dà forma alla soffer'nza (l'ipnotica e manifesta Ahi! o la dolente Oiné, che coniuga mirabilmente tradizione e nuove sonorità).
Un esempio della potente idea che sottostà al lavoro, oltre che la già citata Figlia d''a Tempesta, Tremm', che vede la partecipazione dell'artista multidisciplinare egiziano iraniana Lafawndah, altrimenti detta Kukii, alla quale sono consegnati i versi più significativi del terremoto esteriore - quello dei Campi Flegrei - e della lacerazione interiore, saldati in una composizione in cui convivono canto tradizionale e tocchi di trap: "C'est sûr les signes ne trompent pas / Ce qui se sait ne se voit pas / C'est dehors et dedans dans le même temps / Je crois que j'aime à toute sorte de tremblements". Il risultato è evidente anche in Chiena 'e scippe, in cui troviamo cori, elettronica, chitarra battente, chitarra classica, mandolino, tamburi a cornice, nacchere e tammorra.
Merito della cantautrice, della sua voce intensa e versatile, ma anche della produzione, che la vede a fianco del compositore e polistrumentista Alfredo Maddaluno, suo compagno anche nella vita; a testimonianza che si sta facendo largo una generazione di musicisti e musiciste che riescono a concepire una visione comune dell'esistenza e dell'equilibrio tra i generi. Il folk è vivo e vitale: La Niña ne è una dimostrazione splendida.