I Believe in You, My Honeydew <small></small>
Americana • Songwriting

Josh Ritter I Believe in You, My Honeydew

2025 - Thirty Tigers

27/11/2025 di Laura Bianchi

#Josh Ritter#Americana#Songwriting

Cosa significa reinventarsi? Non chiediamolo a Josh Ritter, che, al suo undicesimo album, dimostra che la classe non ha bisogno di trasformarsi per seguire mode e flussi, tanto clamorosi quanto effimeri. I Believe in You, My Honeydew, infatti, segue un percorso di bravura e coerenza tracciato in decenni di cantautorato immerso nei suoni di Americana, con testi efficaci e il cuore aperto, a confidarsi con chi vuole ascoltarlo. Dopo Spectral Lines, di due anni fa, che presentava un'atmosfera minimale, quest'ultimo lavoro, dedicato alla sua "honeydew", ossia alla sua melata, la musa - miele, sua compagna ideale per tanto tempo, si rivela più ricco di echi e con una cura maggiore per gli arrangiamenti, ma resta comunque fedele alla ricerca inesausta di Ritter, che scava all'interno dell'animo umano, della sua condizione, dei suoi problemi e delle sue speranze, sintetizzati tutti in dieci tracce che rappresentano altrettante tappe di un percorso intimo.

Il brano d'apertura You Won't Dig My Grave è infatti la rivendicazione del diritto di affermare la propria opinione senza curarsi degli insulti, e l'arragiamento sottolinea questa posizione, con riff della lap steel che si intrecciano a un ritornello che evoca il gospel, e anche la title track sembra ricordare la forza d'animo e la speranza che si fanno strada nelle difficoltà, rappresentate da un sound alla New Orleans, con i chiaroscuri di un voodoo, a dimostrare che anche le realtà più dure da accettare possono diventare coinvolgenti, se cantate da un artista vero. 
 
Lo sguardo di Ritter si estende anche all'universo e ai rapporti tra le cose, tra noi e la natura, nella profonda Truth is a Dimension (Both Invisible and Blinding), che propone versi come “Of the System 611, a Magellanic cluster / I’d been watching for a while, I got my telescope adjusted / And I turned it on an unassuming patch of dusty sky / That was really fifty billion stars a billion lightyears wide.": un telescopio interno, si direbbe, con cui l'autore riesce a captare segnali lontanissimi, e costruire su essi un'ipotesi di senso, mentre il suono richiama l'intensità di un Townes Van Zandt. Menzione d'onore per la sua Royal City Band: Sam Kassirer a organo, piano, synth e fisarmonica, Zachariah Hickman (basso, mandolino), Rich Hinman (chitarre) e Ray Rizzo (batteria, percussioni).
 
Ma ci sono altre sfumature nel disco, dallo stile alla Elliott Murphy nel cantare l'incubo di una violenza che si perpetua, in Noah's Children ("The world’s ending but it’s ending all the time"), agli echi afro che si intersecano con il rock blues elettrico in Kudzu Vines, in cui le piante invasive divengono simbolo dei veleni che rendono impossibile l'armonia nella nostra vita, fino alla lentissima ballad finale, The Throne, nella quale la voce di Ritter, accompagnata da una chitarra dolente ed energica e dai fiati altrettanto ispiratori, canta “We’re just skin and bones / In that there is power / If we want it it’s ours”,  a sottolineare che, se è facile lasciarsi andare alla disperazione, è proprio dell'uomo non cedervi, ma reagire con dignità, perché, se siamo stanchi e sembriamo cedere alle provocazioni del destino, c'è sempre un trono per noi, un momento di pausa, una spinta per continuare. Con questo inno nelle orecchie e queste parole nel cuore, Ritter ci lascia, e noi ricominciamo ad ascoltare il suo disco. E a vivere.

Track List

  • You Won&rsquo;t Dig My Grave
  • Honeydew (No Light)
  • Truth is a Dimension (Both Invisible and Blinding)
  • Noah&rsquo;s Children
  • Wild Ways
  • Thunderbird
  • Kudzu Vines
  • I&rsquo;m Listening
  • The Wreckage of One Vision of You
  • The Throne

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