I Cani post-mortem
2025 - 42 Records / Sony Music Entertainment
Un album post-mortem: erano passati infatti oltre nove anni dall’album Aurora dei cani di Niccolò Contessa (sì, tutte le minuscole nell'articolo sono scelta d'artista) e questo nuovo disco, pubblicato all’improvviso, con questo titolo sembra davvero un album postumo. E/o l’ultimo album? Speriamo di no, perché appare il disco migliore dei cani e non vorremmo che fosse il canto del cigno del progetto. Siamo infatti dinnanzi a un album di grande intensità, a tratti più e meglio cantato e suonato dei precedenti, ma anche molto variegato.
Si parte con un brano acustico e cantautorale, quasi à la De André, io, un canto amaro di autoinganni e autosabotaggi poi trafitto di acuti, un bilancio e un’ammissione di colpe che forse chiunque potrebbe recitare allo specchio.
Poi, in netto contrasto, ecco le sonorità dark disco/dance di buco nero, una litania acida in bilico tra ‘80s e ‘90s di tutto ciò che non si dovrebbe fare, compreso “non si complica la vita alla gente con i tuoi problemi immaginari” (oppure di contro diventa un obbligo di facciata e d’ufficio interessarsene), o “non parlare della morte se c'è gente a cena”. Insomma, un inno ironico all’indifferenza di prammatica e al dovere di comportamenti socialmente accettabili. Fanno eco i versi di nella parte del mondo in cui sono nato, in cui si evidenzia che degli artisti interessano solo gossip sulla vita giornaliera e le vacanze, mentre “se qualcuno parla di anima è un invasato”. Insomma, parola d'ordine oggi: restare in superficie, altrimenti si è strani.
D’altra parte ricorrono più volte nei versi le aspettative di vario tipo che incombono su tutti noi: vi sono sia quelle sui musicisti (da cui ci si aspetta magari una partecipazione a Sanremo, che potrebbe celarsi dietro il riferimento al carnevale in Liguria, o a cui pure si impone talora un certo impegno, fosse pure finto e simulato, oppure opportunista), sia quelle quotidiane e comuni a tutti, dagli auguri festivi a rispondere a tutte le chat di gruppo, canoni di comportamento in cui si dovrebbe rientrare per compiacere tutti (f.c.f.t.). Aleggia il dovere di stare al proprio posto e mettere sempre tutto a posto, senza osare: “hai già pulito le scale / ma non sei sceso mai giù fino in fondo” (buio).
Ancora ascoltiamo chitarre elettriche indie-rock, che, abbinate a una lievità ironica, potrebbero ricordare quasi Beck o Eels, scintillii sintetici, o synth venati di malinconia sottile, fiammate electro cupe, che poi si fanno più divertite e coinvolgenti, oppure sonorità autenticamente spettrali e cinematiche (la funerea title-track strumentale a metà disco), che possono affiorare anche all’improvviso come un baratro che si spalanca e inghiotte.
Bassi irresistibili e addictive sono ossatura pensosa di vari pezzi, o fanno ballare e saltare, mentre l’ospitata dei bambini del piccolo Coro Angelico di Bologna porta una ventata di allegria che rende ancora più insensati i pregiudizi e le contraddizioni del presente.
Battiato, Kafka e Mann confluiscono invece in felice, che può sembrare quasi un canto di decrescita felice, un inno alla libertà di bloccarsi (e anche ovviamente non pubblicare un nuovo disco, aggiungeremmo), fosse anche di autodistruggersi: un pezzo maestoso, malinconico e potente, che vi lascerà a domandarvi cosa sia davvero la felicità, o se questa sia solo un’antifrasi.
Qui e lì affiora d’altronde l’autoironia sul proprio ruolo di musicista e autore di canzoni, come in colpo di tosse, dove forse chiunque pensa di sapere cosa ci vuole per scrivere un nuovo pezzo. E invece, come nell’impero alla fine della decadenza, al tempo del post-moderno, “tutto è già stato detto, tutto è già stato pensato”.
In questi pezzi emerge anche una società caratterizzata dal disorientamento, a cui si danno risposte diverse (tra qualche soluzione politica radicale e misticismi per pochi), dal senso di colpa di chi sa di limitarsi a lavarsi la coscienza, facendo l’elemosina a un clochard, oppure da una totale distanza emotiva, come quella di due persone che ormai sono due sconosciuti che pure si ostinano a chiamarsi “amore” (carbone).
In questo disco c’è in definitiva un equilibrio/un’alternanza felicissima di cantautorato, anche per i testi di spessore, pop, indie-rock, synth-pop elegante e raffinato (efficacissimo, ma ben più maturo di quello degli esordi) e sonorità elettro-acustiche, che incontrano anche il suono del mare nella conclusiva un’altra onda: in questo brano, tra crescendo emozionanti e ritmo ben scandito, si prevede che sì, è vero, l’onda inesorabilmente non potrà che arrivare e travolgere, ma non sarà tutto finito e si riuscirà a toccare terra di nuovo.
Insomma, Contessa ci racconta che si muore e si rinasce. E si ricomincia. Via ancora con il tasto play.
Si parte con un brano acustico e cantautorale, quasi à la De André, io, un canto amaro di autoinganni e autosabotaggi poi trafitto di acuti, un bilancio e un’ammissione di colpe che forse chiunque potrebbe recitare allo specchio.
Poi, in netto contrasto, ecco le sonorità dark disco/dance di buco nero, una litania acida in bilico tra ‘80s e ‘90s di tutto ciò che non si dovrebbe fare, compreso “non si complica la vita alla gente con i tuoi problemi immaginari” (oppure di contro diventa un obbligo di facciata e d’ufficio interessarsene), o “non parlare della morte se c'è gente a cena”. Insomma, un inno ironico all’indifferenza di prammatica e al dovere di comportamenti socialmente accettabili. Fanno eco i versi di nella parte del mondo in cui sono nato, in cui si evidenzia che degli artisti interessano solo gossip sulla vita giornaliera e le vacanze, mentre “se qualcuno parla di anima è un invasato”. Insomma, parola d'ordine oggi: restare in superficie, altrimenti si è strani.
D’altra parte ricorrono più volte nei versi le aspettative di vario tipo che incombono su tutti noi: vi sono sia quelle sui musicisti (da cui ci si aspetta magari una partecipazione a Sanremo, che potrebbe celarsi dietro il riferimento al carnevale in Liguria, o a cui pure si impone talora un certo impegno, fosse pure finto e simulato, oppure opportunista), sia quelle quotidiane e comuni a tutti, dagli auguri festivi a rispondere a tutte le chat di gruppo, canoni di comportamento in cui si dovrebbe rientrare per compiacere tutti (f.c.f.t.). Aleggia il dovere di stare al proprio posto e mettere sempre tutto a posto, senza osare: “hai già pulito le scale / ma non sei sceso mai giù fino in fondo” (buio).
Ancora ascoltiamo chitarre elettriche indie-rock, che, abbinate a una lievità ironica, potrebbero ricordare quasi Beck o Eels, scintillii sintetici, o synth venati di malinconia sottile, fiammate electro cupe, che poi si fanno più divertite e coinvolgenti, oppure sonorità autenticamente spettrali e cinematiche (la funerea title-track strumentale a metà disco), che possono affiorare anche all’improvviso come un baratro che si spalanca e inghiotte.
Bassi irresistibili e addictive sono ossatura pensosa di vari pezzi, o fanno ballare e saltare, mentre l’ospitata dei bambini del piccolo Coro Angelico di Bologna porta una ventata di allegria che rende ancora più insensati i pregiudizi e le contraddizioni del presente.
Battiato, Kafka e Mann confluiscono invece in felice, che può sembrare quasi un canto di decrescita felice, un inno alla libertà di bloccarsi (e anche ovviamente non pubblicare un nuovo disco, aggiungeremmo), fosse anche di autodistruggersi: un pezzo maestoso, malinconico e potente, che vi lascerà a domandarvi cosa sia davvero la felicità, o se questa sia solo un’antifrasi.
Qui e lì affiora d’altronde l’autoironia sul proprio ruolo di musicista e autore di canzoni, come in colpo di tosse, dove forse chiunque pensa di sapere cosa ci vuole per scrivere un nuovo pezzo. E invece, come nell’impero alla fine della decadenza, al tempo del post-moderno, “tutto è già stato detto, tutto è già stato pensato”.
In questi pezzi emerge anche una società caratterizzata dal disorientamento, a cui si danno risposte diverse (tra qualche soluzione politica radicale e misticismi per pochi), dal senso di colpa di chi sa di limitarsi a lavarsi la coscienza, facendo l’elemosina a un clochard, oppure da una totale distanza emotiva, come quella di due persone che ormai sono due sconosciuti che pure si ostinano a chiamarsi “amore” (carbone).
In questo disco c’è in definitiva un equilibrio/un’alternanza felicissima di cantautorato, anche per i testi di spessore, pop, indie-rock, synth-pop elegante e raffinato (efficacissimo, ma ben più maturo di quello degli esordi) e sonorità elettro-acustiche, che incontrano anche il suono del mare nella conclusiva un’altra onda: in questo brano, tra crescendo emozionanti e ritmo ben scandito, si prevede che sì, è vero, l’onda inesorabilmente non potrà che arrivare e travolgere, ma non sarà tutto finito e si riuscirà a toccare terra di nuovo.
Insomma, Contessa ci racconta che si muore e si rinasce. E si ricomincia. Via ancora con il tasto play.
