Flaco Punx Coleotteri
2016 - Rocketman records
Coleotteri segna il ritorno sulle scene di Flaco, dopo la fine del rapporto con i Punkreas, con la collaborazione di Mattia Foglia (basso, già Bedford e Golia ), Dario Magri (batteria, già Yokoano e S.H.O.), Carlo Ferrè (voce, già negli N2rage con Mastino).
Ed è un ritorno in gran spolvero, tra chitarre che non danno tregua, schiettezza, ironia e voglia di libertà. Un disco per certi versi profondamente antiamericano nel senso anticapitalista ed antimperialista del termine.
Sentire quindi Zona d’influenza, con il suo turbinoso saliscendi tra i riff, e la martellante Testata nucleare alla luce della vittoria di Trump ha un retrogusto amaramente beffardo. Dalla zona di influenza non si scappa, le borse sono in fibrillazione, e comunque si fanno strada scenari fino ad oggi non considerati.
Il mondo non è più polarizzato come prima del crollo del Muro di Berlino, magistralmente raccontato in Gorky , con l’incipit del TG1 d’antan, ed è talmente multicentrico che c’è chi di muri ne vuole costruire altri. La chitarra sembra voler demolire la cortina descritta, eppure Stalingrado sta ancora là. Eppure questo mondo nuovo, nuovo almeno in apparenza, continua ad attirare disperati in fuga da incubi e bramosi di un sogno per cui vivere. Sogni che in Codice rosso si infrangono nel suono di un’ambulanza, angosciante sfondo del brano, dal gusto decisamente alla CCCP (penso ad Punk Islam) nel trasformare il suono di paesi lontani in una staffilata punk e nel riportare la tradizione in un modo così stravolto da renderla irriconoscibile (“Dio è morto ai bordi delle strade e ora chi lo dice al Santo Padre”).
“Non c’è più gusto quando il costo del progresso la pietà”. Scura sembrerebbe scritta all’indomani dei fatti di Gorino, ed ogni nota affonda il coltello nello squallore umano, quello che “butta la causa” e ci mette l’effetto.
Coleotteri non è un disco punk nel senso più immediato del termine. Ora non è il momento di contare fino a 3 per fare casino come quando “correvamo nudi come i Blink” (La canzone di Adamo). E’ il momento di farsi sentire per pensare e restare umani.
Ed è un ritorno in gran spolvero, tra chitarre che non danno tregua, schiettezza, ironia e voglia di libertà. Un disco per certi versi profondamente antiamericano nel senso anticapitalista ed antimperialista del termine.
Sentire quindi Zona d’influenza, con il suo turbinoso saliscendi tra i riff, e la martellante Testata nucleare alla luce della vittoria di Trump ha un retrogusto amaramente beffardo. Dalla zona di influenza non si scappa, le borse sono in fibrillazione, e comunque si fanno strada scenari fino ad oggi non considerati.
Il mondo non è più polarizzato come prima del crollo del Muro di Berlino, magistralmente raccontato in Gorky , con l’incipit del TG1 d’antan, ed è talmente multicentrico che c’è chi di muri ne vuole costruire altri. La chitarra sembra voler demolire la cortina descritta, eppure Stalingrado sta ancora là. Eppure questo mondo nuovo, nuovo almeno in apparenza, continua ad attirare disperati in fuga da incubi e bramosi di un sogno per cui vivere. Sogni che in Codice rosso si infrangono nel suono di un’ambulanza, angosciante sfondo del brano, dal gusto decisamente alla CCCP (penso ad Punk Islam) nel trasformare il suono di paesi lontani in una staffilata punk e nel riportare la tradizione in un modo così stravolto da renderla irriconoscibile (“Dio è morto ai bordi delle strade e ora chi lo dice al Santo Padre”).
“Non c’è più gusto quando il costo del progresso la pietà”. Scura sembrerebbe scritta all’indomani dei fatti di Gorino, ed ogni nota affonda il coltello nello squallore umano, quello che “butta la causa” e ci mette l’effetto.
Coleotteri non è un disco punk nel senso più immediato del termine. Ora non è il momento di contare fino a 3 per fare casino come quando “correvamo nudi come i Blink” (La canzone di Adamo). E’ il momento di farsi sentire per pensare e restare umani.