Big Moon Ritual<small> [<strong>Lost & Found</strong>]</small>
Rock Internazionale • Rock • Psichedelia

Chris Robinson Brotherhood Big Moon Ritual [Lost & Found]

2012 - Silver Arrow Records

16/01/2021 di Umberto Poli

#Chris Robinson Brotherhood#Rock Internazionale#Rock

Ormai era sceso troppo giù

Non sarebbero mai più riusciti a riportarlo alla sommità delle onde.

Gli pareva di fluttuare languidamente in un mare di vaghe visioni.

Colori e raggi luminosi lo circondavano, lo penetravano, lo pervadevano. Cosa era mai?

Sembrava un faro, ma un faro nell’interno del suo cervello, un’improvvisa e violenta luce bianca.

Cominciò a lampeggiare sempre più rapidamente. Poi udì un lungo rombo, e gli parve di cadere per una vasta scala interminabile. E al fondo di quella precipitò nella tenebra. Questo fu l’ultimo pensiero che ebbe.

Di essere caduto nelle tenebre. E nel momento stesso in cui n’ebbe coscienza, cessò di averne coscienza.

Jack London, Martin Eden  

 

FNAC, Torino. Estate 2012. Quando ancora esisteva la FNAC e - assieme a tutti gli altri negozi e negozietti di dischi - la si prendeva costantemente d’assalto andando in cerca di ultimi arrivi, novità, chicche, sorprese, offerte speciali. Fu allora che vidi tra gli scaffali qualcosa di nuovo e di familiare al tempo stesso. Il nome, Chris Robinson, era per me - e in parte lo è ancora - un gigantesco punto di riferimento: vuoi per i Black Crowes, vuoi per quella voce unica, vuoi infine per le canzoni e per quello stile di vita così dannatamente rock’n’roll, dai lustrini glam degli esordi alla lunga barba del presente. A seguire, quella scritta: Brotherhood. Chris Robinson Brotherhood. Non sapevo di che cosa si trattasse. Non ne avevo mai sentito parlare. Rimasi colpito dalla copertina dell’album, realizzata dalla mano sapiente e dal guizzo creativo dell’illustratore Alan Forbes, e fu così che mi ritrovai tra le mani Big Moon Ritual. Sul retro, i nomi dei componenti dove - oltre a Robinson - figurava il tastierista Adam McDougall. Un sigillo di garanzia. Che si trattasse del naturale proseguimento dei Corvi Neri? Dovevo indagare. Vinsi così la titubanza - temevo infatti che potesse trattarsi di un’ulteriore deriva solista sulla falsariga dei New Earth Mud, che non mi avevano impressionato nè avevano aggiunto nulla di che ai fasti di una carriera straordinaria come quella del cantante - e acquistai quel misterioso prodotto di cui neanche il nome del chitarrista mi diceva nulla.

Neal Casal, già. Mai visto né sentito. E mai potevo credere, all’epoca, che non solo sarebbe divenuto uno dei miei idoli indiscussi ma che addirittura avrei poi avuto modo di intervistarlo nel dicembre del 2017 scoprendo - una volta di più, oltre alle sensazioni già maturate prima di quel collegamento video, io in Piemonte e lui dall’altra parte del mondo, in California - un essere incontaminato, un gentiluomo d’altri tempi. Tutto ciò, ad ogni modo, sarebbe successo soltanto molto dopo. All’epoca di Big Moon Ritual, Neal aveva 42 anni e un nuovo (all’apparenza) roseo futuro di fronte a sè come chitarrista di Chris Robinson e al tempo stesso di una band che, nei suoi otto anni di attività, avrebbe dato alle stampe sei dischi in studio, un ep, quattro live ufficiali in edizione super deluxe in collaborazione con l’ingegnere del suono dei Grateful Dead (la leggendaria Betty Cantor-Jackson) e un’infinità di materiale live bootleg scaricabile dal sito della band. Non solo, i CRB si sarebbero trasformati in uno dei nomi più rilevanti del caleidoscopico panorama jam rock statunitense riportando ai massimi livelli il suono, l’idea di show, le scalette e le atmosfere che solo i Dead nel passato erano riusciti a fissare prima di passare il testimone a band quali Phish, Gov’t Mule, Widespread Panic, Moe.

Neal era originario del New Jersey. Una vita on the road, la sua, al seguito della madre e della sorella. Figura paterna tanto imponente quanto assente. Nei suoi giri attraverso gli States firma un contratto solista e dà alle stampe il superbo Fade Away Diamond Time (https://www.mescalina.it/musica/recensioni/neal-casal-fade-away-diamond-time 1995) ottenendo plausi ed elogi senza però mai riuscire realmente a fare il botto. Etichetta in fallimento, tournée annullata e un bel carico di amarezza da portare sulle spalle. Fonda poi gli Hazy Malaze con gli amici Jeff Hill al basso e Dan Fadel alla batteria e sforna con loro tre dischi fino allo scioglimento del 2005. Caso vuole, a quel punto, che a chiamarlo come chitarrista solista nella sua band sia proprio l’ex enfant prodige Ryan Adams, ottimo compositore e chitarrista ritmico sopraffino, capace di pubblicare - nel periodo in cui Neal è stato al suo fianco - alcuni dei suoi lavori più belli e convincenti. L’album Cardinology (2008) e ancor più il precedente, splendido ep Follow The Lights con la cover di Down In A Hole degli Alice In Chains e Dear John, una ballata di straziante bellezza. Ma l’avventura, purtroppo, anche in questo frangente, dura poco. Ryan smantella la band, Neal resta solo. Il gioco ricomincia da capo per l’ennesima volta. Ed è qui che arriva la svolta, forse la più importante. L’ultima, con il senno di poi: la chiamata alle armi di Chris Robinson, la fondazione dei Brotherhood, un nuovo sfavillante inizio.

Neal affina la sua esperienza di axeman e macina così tante ore sul palco da decidere di farsi costruire una chitarra - la sua amata Walker - così versatile e leggera da poter affrontare con disinvoltura set estremamente lunghi e impegnativi. Anche per uno come lui, non più di primo pelo, e con una gavetta di tutto rispetto coltivata in anni di energia, sudore, chilometri, prove e concerti. Con i Brotherhood, il nome di Neal comincia a circolare negli ambienti delle jam band: diventa amico di tutti, aiuta tutti, ha sempre un sorriso per chiunque gli si avvicini - si tratti di un autografo così come di un consiglio; guadagna la stima dei più grandi - Bob Weir, Oteil Burbridge, Luther Dickinson, Phil Lesh; calca palchi di ogni forma e dimensione suonando ovunque - festival, club, palazzetti - e migliorando a vista d’occhio sia nella voce sia soprattutto nell’ambito delle sei corde: il suo tocco, subito riconoscibile, è una gioia per il cuore e per le orecchie. Mai una nota fuori posto, mai un passaggio di troppo, mai un tecnicismo fine a se stesso. Dalla slide ai fraseggi più articolati, Neal Casal ha fatto scuola scolpendo il suo nome in un mito impossibile da scalfire.

Quando ebbi finalmente modo di conoscerlo, tramite una lunga videochiamata Skype, capii di essere al cospetto di un’anima pura. Neal era un uomo umile e maturo, un professionista votato alla musica - il che significa essere sempre pronti, preparati, concentrati e al tempo stesso rispondere alle chiamate, sapere organizzare il lavoro e all’occorrenza fare i bagagli, prendere, partire, passare da un hotel all’altro, da una città a quella successiva. Tour bus, amici, il vecchio sano rock ’n’ roll state of mind. Di quei momenti, di quelle esperienze conserviamo oggi un mondo visto attraverso gli occhi dell’artista, che era anche un fotografo dotato e capace di catturare la magia di volti, strade e persone attraverso la lente unica di una sensibilità fuori dal comune.

Tutto questo fino al 2019. Un anno che, da un lato, comincia nel migliore dei modi, ovvero con la pubblicazione del nuovo (conclusivo) disco della CRB, Servants of the Sun, e con l’ennesimo lungo tour in America ed Europa. In estate, però, arrivano due inaspettate battute di arresto, a brevissima distanza l’una dall’altra. La prima è quella della notizia dell’interruzione (letteralmente “big break”) della band a data da destinarsi. La seconda, tragica, riguardante la morte di Neal. Suicidio. Uno shock per parenti, amici, conoscenti, fan da tutto il mondo. Neal? Con quel sorriso, quello sguardo dolce e quella faccia da bravo ragazzo? Incredibile ma vero. 

Le bacheche dei social network sembrano impazzire, i commenti si susseguono a centinaia. Lo sgomento è alle stelle. Il caldo di quel 26 agosto si trasforma in un gelo che stringe il cuore. Sono ore di nodo alla gola e lacrime. Tornano alle mente le parole, struggenti, della sua Free Light of Day dal disco Basement Dreams del 1998: 

Today someone died

And I’m sorry to say

By suicide

In the free light of day

Nel giro di poco vengono organizzati due tributi in onore del chitarrista. Nel primo, a cui prendono parte Steve Earle, i Circles Around The Sun e lo stesso Chris Robinson campeggiano sullo schermo della scenografia le ultime parole di Neal:

Have an epic party for me and play my favorite records, and remember all of the good times we had, the music, images, and waves we caught. Thats all. Play Exile on Main Street from beginning to end, and especially play Moonlight Mile. Its my song, always has been, its me. I used to lay with my headphones on and listen to that song over and over again and it would make me cry and inspire me to live and create. Its beautiful and elegant and tough and sad and hopeful all at once. Everything I ever wanted to be.”

Oggi la Neal Casal Music Foundation (https://nealcasalmusicfoundation.org/) porta avanti l’eredità del musicista e ne conserva la memoria attraverso dischi, maglie, adesivi, stampe numerate e validissime iniziative a carattere benefico. Fan e appassionati da ogni dove, inoltre, non mancano di tener vive e in circolo le sue canzoni, la sua arte. Per quel che mi riguarda, però, il ricordo vola sempre a quel pomeriggio di sole del 2012 e a quel dischetto notato quasi di sfuggita, a quei suoi brani meravigliosi, a quelle sue cavalcate elettriche senza tempo. Ed è sempre come se, da un momento all’altro, in questo folle mondo governato da frenesia e ansia, Neal tornasse a ricordarmi - proprio come nell’assolo di slide di Rosalee o nei passaggi sognanti di Star or Stone - l’importanza della lentezza che tanto è andato ricercando nella sua vita, così come la nobiltà dei piccoli gesti gentili, della sincerità, del bello e di quell’eleganza per cui, oggi e sempre, sarà celebrato.

 

 

Track List

  • Tulsa Yesterday
  • Rosalee
  • Star or Stone
  • Tomorrow Blues
  • Reflection on a Broken Mirror
  • Beware, Oh Take Care
  • One Hundred Days of Rain