Not Here Not Gone<small></small>
Rock Internazionale • Hard & Heavy • doomgaze, shoegaze, stoner, metal

Blackwater Holylight Not Here Not Gone

2026 - Suicide Squeeze

17/03/2026 di Ambrosia J. S. Imbornone

#Blackwater Holylight#Rock Internazionale#Hard & Heavy

Quarto album per le Blackwater Holylight, che questa volta si sono allontanate dalla loro Portland per ampliare i loro orizzonti stilistici e liberarsi dalle sicurezze, spostandosi a Los Angeles, lontano da ogni punto di riferimento e dalle vecchie abitudini, e registrando poi a Sonic Ranch, nei pressi di El Paso, in Texas, con Sonny Diperri (Narrow Head, DIIV, Emma Ruth Rundle). Ma questo spostamento dall’Oregon a latitudini più calde o aride non deve far pensare a una deroga rispetto alla loro caratteristica oscillazione tra luminosità e oscurità: squarci di luce chirurgici come ferite fendono la compattezza di fitte selve oscure di chitarre elettriche. E il titolo stesso del lavoro, Not Here Not Gone, esplora un’ulteriore soglia, quella tra assenza e presenza.

E su questa linea sottile si muovono i pezzi del disco, nei suoni e nei temi: le chitarre elettriche di Mikayla Mayhew appaiono materiche, corpose, a tratti quasi soffocanti o funeree, eppure ipnotiche come il fascino denso e carnale dell’ombra; di contro la voce della cantante e chitarrista/bassista Sunny Faris è come un chiarore liquido che penetra nelle tenebre con un sapore dolciastro. La natura luminescente e morbida delle sue interpretazioni è forse uno degli elementi più metal e goth delle Blackwater Holylight, laddove gli strati di chitarre elettriche mostrano invece un’ampia gamma di sfumature, da quelle più sognanti, struggenti e psichedeliche a momenti appena più minimali.

Spesso le chitarre, ancora, sono lente, tese e gonfie in pieno stile stoner, complici ovviamente i bassi che spingono, scavano, ottenebrano; una vena pensosa, che pulsa pure tra le accelerazioni più febbrili e vertiginose, sfuma le sonorità con tinte shoegaze, sfociando in un doomgaze efficace e affascinante.
Carezze di archi ossimoricamente sobri e maestosi nutrono un languore diffuso che si fa contagioso; esso si fa allucinato nella lentezza ipnotica e lisergica della strumentale Giraffe, mentre appare malinconico e dolce in Fade, che poi cresce torbida e impetuosa.



Altrove le pennellate di synth eterei di Sarah McKenna o il loro rapido scintillio contrastano con il colore scuro e il peso della batteria inesorabile di Eliese Dorsay.

Anche nella copertina si mescolano bagliori e vischiosità; inoltre il movimento verticale che nella musica si osserva tra cielo e viscere, tra lievità e lucore da un lato e intrico terreno o labirinto ctonio di distorsioni dall’altro, diventa appunto dialettica tra assenza e presenza nei versi delle canzoni, alimentando ancora quella sensazione quasi fisica di languore.

D’altronde, Roland Barthes nel celeberrimo Frammenti di un discorso amoroso si domandava: “il desiderio non è forse sempre lo stesso, sia che l’oggetto sia presente o assente? L’oggetto non è forse sempre assente?”. Ma subito dopo ricordava due tipi di struggimento, “Póthos, per il desiderio dell’essere assente, e Hímeros, più ardente, per il desiderio dell’essere presente”. Così qui si cerca di trattenere l’amore, ma esso sfugge, seminando il dubbio di cosa si proverà per la sua mancanza. Ciò che si dice poi può rivelarsi nebbia inconsistente, che non diventa realtà o non viene dimostrato dai fatti. Al peso del corpo, inoltre, alla verità che resta “buried beneath all you can say”, si contrappone l’evanescenza, come un destino subíto. E se vedere diviene sentire e percepire, l’appagamento invece finisce per rovesciarsi nel vuoto che nutre il desiderio. E il morning after diventa un mourning after.

D’altra parte, la conclusione è affidata alla scoperta che tutto è transitorio con Poppyfields, racconto di un amico che si trova improvvisamente a perdere la propria casa negli incendi di Los Angeles. 
Il messaggio finale allora appare che nessun paradiso è eterno e questo disco accende appunto la tensione del desiderio, lasciando aperto l’abisso della perdita. Come una bocca spalancata e in attesa, che può inghiottire nel dolore. Oppure no, lasciandoci su quella soglia, not here, not gone.

Track List

  • How Will You Feel
  • Involuntary Haze
  • Bodies
  • Heavy, Why?
  • Giraffe
  • Spades
  • Void To Be
  • Fade
  • Mourning After
  • Poppyfields