Angel Names Angel Names
2026 - Dischi sotterranei
Gli Angel Names (ex KICK) sono l’ultima creatura sonora plasmata da Chiara Amalia Bernardini e Nicola Mora, che suonano e compongono musica insieme da diversi anni.
Angel Names è anche il titolo del loro album di debutto con questo moniker, pubblicato da Dischi Sotterranei.
Partendo da ascolti e influenze differenti (sonorità black, death e dark per Chiara Amalia e shoegaze e library music per Nicola), anzi, superandoli in qualche modo, il duo propone un alternative rock, che comprende sonorità minimali e analogiche, bassi materici e fascinosi in bell’evidenza, chitarre elettriche in riff pensosi e introspettivi quasi post-punk, oppure chitarre corrosive e cupe, appunto in pieno stile alt-rock e la voce eterea e sognante, o più decisa e suadente di Bernardini. La voce di Mora appare invece in alcuni brani, mostrando un piglio rock fermo e sicuro; talvolta alcuni rallentamenti del ritmo si colorano di sfumature più oniriche e languide, avvolgenti e quasi lisergiche. Il basso a sei corde dona alle canzoni tinte sensuali, notturne e avvolgenti, mentre le distorsioni esplodono in assoli noise, o come lava bollente che esprime delusione e autodistruzione (Lion on the Door).
Nei testi di questi nove brani, tutti abbastanza brevi e incisivi (sotto i quattro minuti), si alternano vari temi, come l’amore, la resistenza dell’imperfezione, la vulnerabilità, la trascendenza, un desiderio di voli e ascese celestiali in cui raggiungere il cielo come con una novella Beatrice, ma anche cadute dal paradiso alla terra, negli alti e bassi di relazioni che feriscono e straziano il cuore, tra rabbia e richieste di perdono. Ancora, si parla di amori che prendono senza dare niente, prosciugando come una terra devastata e piena di buche, o del tentativo di farsi amare a tutti i costi, annullandosi e diventando ciò che l’altro vuole, fino a vivere solo nel suo sguardo. E la camera da letto diventa allora il luogo più caldo e al contempo il più freddo…
Non manca neanche una contro-favola al nero, un brano folk allucinato sul diavolo che assume le sembianze tenere e gentili di un uccello, per ingannare una ragazza e cercare di guadagnarsi un posto nella sua terra o sotto le sue lenzuola.
Una pioggia di distorsioni à la Placebo accompagna il timore del giudizio e l’ossessione per il controllo in Sugar Crush, che alterna riff incalzanti a momenti riflessivi di pausa dalla bellezza quieta.
Se le ali sono ricomprate per non deludere di nuovo nella traccia iniziale, Broken Nail, nella successiva Soaked in Starlight si scopre che sono fatte di plastica, fasce bianche e umide e sogni irrequieti.
Glitter, invece, parla dell’Italia, dove, a detta del duo, ci sono lupi che si macchiano del sangue altrui e agnelli che non possono fare altro che diventare pecore. Ogni protesta sembra vana: occorre sventolare la bandiera bianca e fare finta che vada tutto bene, godendosi il sole che brucia con il pianeta. Contraltare a questo pezzo è invece la lotta raccontata nella conclusiva Un dolce finale, che è comunque in inglese e tra rasoiate di chitarre elettriche narra la stanchezza dei partigiani, il loro ultimo sguardo al sole, lo sforzo di resistere in un momento decisivo della storia, come esempio e modello di perseveranza. E persino il pericolo della morte viene salutato qui come il benvenuto per un fine superiore che farà sbocciare sempre nuove rose. Con l’auspicio che le celebrazioni del 25 Aprile influiscano su un’attitudine verso il presente e il futuro.
Un disco senza orpelli, con sonorità crude, efficaci, graffianti, oscure, eppure non esenti da coloriture dreamy. Un esordio interessante e ammaliante, che mostra qualità e personalità.
Angel Names è anche il titolo del loro album di debutto con questo moniker, pubblicato da Dischi Sotterranei.
Partendo da ascolti e influenze differenti (sonorità black, death e dark per Chiara Amalia e shoegaze e library music per Nicola), anzi, superandoli in qualche modo, il duo propone un alternative rock, che comprende sonorità minimali e analogiche, bassi materici e fascinosi in bell’evidenza, chitarre elettriche in riff pensosi e introspettivi quasi post-punk, oppure chitarre corrosive e cupe, appunto in pieno stile alt-rock e la voce eterea e sognante, o più decisa e suadente di Bernardini. La voce di Mora appare invece in alcuni brani, mostrando un piglio rock fermo e sicuro; talvolta alcuni rallentamenti del ritmo si colorano di sfumature più oniriche e languide, avvolgenti e quasi lisergiche. Il basso a sei corde dona alle canzoni tinte sensuali, notturne e avvolgenti, mentre le distorsioni esplodono in assoli noise, o come lava bollente che esprime delusione e autodistruzione (Lion on the Door).
Nei testi di questi nove brani, tutti abbastanza brevi e incisivi (sotto i quattro minuti), si alternano vari temi, come l’amore, la resistenza dell’imperfezione, la vulnerabilità, la trascendenza, un desiderio di voli e ascese celestiali in cui raggiungere il cielo come con una novella Beatrice, ma anche cadute dal paradiso alla terra, negli alti e bassi di relazioni che feriscono e straziano il cuore, tra rabbia e richieste di perdono. Ancora, si parla di amori che prendono senza dare niente, prosciugando come una terra devastata e piena di buche, o del tentativo di farsi amare a tutti i costi, annullandosi e diventando ciò che l’altro vuole, fino a vivere solo nel suo sguardo. E la camera da letto diventa allora il luogo più caldo e al contempo il più freddo…
Non manca neanche una contro-favola al nero, un brano folk allucinato sul diavolo che assume le sembianze tenere e gentili di un uccello, per ingannare una ragazza e cercare di guadagnarsi un posto nella sua terra o sotto le sue lenzuola.
Una pioggia di distorsioni à la Placebo accompagna il timore del giudizio e l’ossessione per il controllo in Sugar Crush, che alterna riff incalzanti a momenti riflessivi di pausa dalla bellezza quieta.
Se le ali sono ricomprate per non deludere di nuovo nella traccia iniziale, Broken Nail, nella successiva Soaked in Starlight si scopre che sono fatte di plastica, fasce bianche e umide e sogni irrequieti.
Glitter, invece, parla dell’Italia, dove, a detta del duo, ci sono lupi che si macchiano del sangue altrui e agnelli che non possono fare altro che diventare pecore. Ogni protesta sembra vana: occorre sventolare la bandiera bianca e fare finta che vada tutto bene, godendosi il sole che brucia con il pianeta. Contraltare a questo pezzo è invece la lotta raccontata nella conclusiva Un dolce finale, che è comunque in inglese e tra rasoiate di chitarre elettriche narra la stanchezza dei partigiani, il loro ultimo sguardo al sole, lo sforzo di resistere in un momento decisivo della storia, come esempio e modello di perseveranza. E persino il pericolo della morte viene salutato qui come il benvenuto per un fine superiore che farà sbocciare sempre nuove rose. Con l’auspicio che le celebrazioni del 25 Aprile influiscano su un’attitudine verso il presente e il futuro.
Un disco senza orpelli, con sonorità crude, efficaci, graffianti, oscure, eppure non esenti da coloriture dreamy. Un esordio interessante e ammaliante, che mostra qualità e personalità.