live report
Paolo Bonfanti Band Il Blues scintillante di Paolo Bonfanti Band inaugura la rassegna BluesINside
di Autori vari
Concerto del 27/03/2026
La rassegna Blues INside non avrebbe potuto avere un esordio migliore. Ecco il racconto di Aldo Pedron e le riflessioni di Laura Bianchi.
Aldo Pedron
Il Black Inside, da qualche anno a questa parte, grazie a Paolo Zangara (il guru) e a Fabio Baietti alla direzione artistica di una parte della programmazione, è il posto giusto per vedere e ascoltare concerti di una certa rilevanza.
Assistere a un concerto di Paolo Bonfanti è sempre una grande emozione. Se però lo hai già visto decine di volte, il rischio è grande; il primo ad annoiarsi, a suonare le solite canzoni e sempre nella stessa maniera, potrebbe essere lui,,, ma il sottoscritto è rimasto benevolmente spiazzato nel vedere e sentire brani già conosciuti in una nuova veste: lunghi, dilatati, dilaniati, riarrangiati magistralmente, tanto da credere sia un nuovo pezzo.
S’incomincia con il botto, con una lunga versione di Swinging di Tom Petty, prima da solo alla chitarra; poi entra la band a presentare una serata speciale, fantastica. We’ re Still Around vede la band andare a mille: Bonfanti (chitarra e voce solista), Nicola Bruno al basso, Roberto Bongianino alla fisarmonica e bandoneon a bocca (ribattezzato "gavafià", -che ti toglie il fiato -, il soprannome ligure datogli da Bonfanti) e Alessandro Pelle alla batteria.
De Longo In Gìo tratta da Io non sono io (2004) e da The Chosen Few (CD+DVD, 2006) è una sorta di rivisitazione del tutto personale di Red House di Jimi Hendrix. È poi la volta di Take Me Out da Exile on Backstreets, il lavoro di Bonfanti più vicino alla black music in tutte le sue sfumature dell'intera produzione, e di un brano strumentale, Talk Out. Alle radici del blues è Travelin’ Riverside di Robert Johnson, che la incise a Dallas nel giugno del 1937. Black Glove spiazza tutti: Bonfanti ci sa fare anche con il rap!
Shake Your Money Maker, qui in una versione scatenata, è un brano di Elmore James del 1961; l’ho conosciuta anche dai Fleetwood Mac, ma Paolo invece si rifà alla versione del chitarrista Roy Rogers (produttore di John Lee Hooker e in assoluto tra i migliori chitarristi slide esistenti al mondo) con cui ha lavorato più volte, con Norton Buffalo. Bonfanti canta assai bene in tre lingue: italiano, inglese e genovese. Passa o Diao (canzone sul diavolo in genovese) è tratta da Pracina Stomp (2019) l’album con Martino Coppo. Nel bel mezzo del concerto, Taking A Break vede Bonfanti alla chitarra da solo sul palco. A seguire, Terror Time e Jimmy e Maria, una sorta quest’ultima di Bonnie e Clyde all’italiana, ispirata da The Road Goes on Forever di Robert Earl Keen e ripresa anche da Joe Ely (recentemente scomparso) a cui Paolo dedica il pezzo, a ricordare alcuni eccelsi musicisti texani a cui è assai legato. Exile On Backstreets, dal titolo di un suo album (Club De Musique, 2013), è qui in una versione clamorosa, mentre That's What Love Will Do To You è un blues di Little Milton. Dove a l’é è firmata a quattro mani con il mitico Vittorio De Scalzi, polistrumentista fondatore dei New Trolls e ripresa dall’album Canzoni di Schiena (Club De Musique, 2009).
Un pubblico attento, competente, delle migliori occasioni rimane estasiato da una performance superlativa, sopra ogni aspettativa. È quasi mezzanotte, ma Bonfanti è costretto a rimanere sul palco, acclamato a grande voce; allora c’è tempo di esaudire un'ultima richiesta, con una strepitosa e lunga versione di Almost Cut My Hair di David Crosby.
Blues, shuffle, funk di New Orleans, rock alla genovese, country, un brano rap, uno strumentale, two-step / tex-mex sono gli ingredienti di un perfetto e spettacolare caleidoscopico concerto multiforme.
Laura Bianchi
Al di là della setlist, della qualità eccelsa, delle scelte appropriate, dell'intensità del concerto nel suo complesso, vorrei sottolineare alcuni dettagli sostanziali per la riuscita dell'evento. Innanzitutto, il modo con cui Bonfanti interpreta lo stare sul palco: potrebbe essere uno di quei guitar heroes tutti calati nel loro ruolo, occhiali neri per avere più carisma e sintomatico mistero, espressione tesa e sofferente, abiti in linea col mood, esibizionismo e virtuosismi fini a se stessi. Ecco: il chitarrista genovese è l'esatto contrario. Sorriso permanente, sguardo chiaro e divertito, jeans e maglietta, tocco elegante, graffiante, intenso, ma senza birignao, grande senso del palco e dell'interplay, ironia e profondità. Sciorina una classe immensa con la nonchalance di chi sa che innanzitutto bisogna divertirsi e divertire, e restare dentro alla musica di insieme senza smanie da primadonna.
Poi, la grande bravura della band: un basso, di Nicola Bruno, che da solo potrebbe fare stare in piedi un'intera orchestra, e che dà il meglio di sé nei brani funky (oltre che nello splendido rap). Una batteria, di Alessandro Pelle, che è veramente l'ombra dietro al chitarrista: preciso, sensibile, le sue bacchette sanno essere piuma o ferro, a seconda della situazione. E una fisarmonica, di Roberto Bongianino, che diventa l'anima blues di tutti i brani, percussiva, lirica o ironica, seguendo l'ispirazione del momento.
Infine, le condizioni in cui il pubblico si trova nella sala: chi l'ha detto che in un concerto blues ci si debba dimenare, soffrire stipati in piedi, senza poter vedere quanto accade sul palco? Paolo Zangara e Fabio Baietti sanno quando un concerto richiede attenzione, silenzio, partecipazione emotiva. E allora, ecco una sala da concerto coi fiocchi; chi vuole chiacchierare, esce; chi resta - e sono più di cento! - sa che gusterà un evento che resterà nel cuore.
Per questi motivi, il concerto di Bonfanti è da incorniciare. E Blues INside si prepara a essere la rassegna blues dell'anno.
FOTO DI LAURA BIANCHI
FOTO COVER DI LALLA L.T. MARTIGNONI