Daniele Silvestri

Daniele Silvestri

Roma, Palalottomatica


26/10/2019 - di Arianna Marsico
Diciamo subito quello che non ci è piaciuto del concerto di Daniele Silvestri al Palalottomatica. I duetti “virtuali”, come quello con Caparezza ne La guerra del sale e con Manuel Agnelli in Argentovivo, in cui gli assenti cantano come proiezione sullo schermo, in quanto risultano forzati.

E poi, last but not least, il Palalottomatica. Continuare a far organizzare concerti in un posto con un’acustica pessima (che in fondo era nato come palazzetto per manifestazioni sportive, non ha nemmeno colpe) che dalla sua ha solo la capienza, senza realizzare altri spazi adeguati, è indice del rispetto da parte delle istituzioni di cui gode la musica nel nostro paese. Un’acustica simile ha penalizzato la cosa più bella della serata, ossia la splendida formazione che Silvestri ha portato sul palco e con cui ha un rapporto bellissimo.  Una band che ha creato un suono carico di sfumature e emozionante ne Il mio nemico o Cohiba, ad esempio, grazie a ben due batterie, quelle di Piero Monterisi e Fabio Rondanini, ai “tasti bianchi e neri” di Gianluca Misiti e Duilio Galioto, alla tromba e alle percussioni di Jose Ramon Caraballo Armas, al fagotto di Marco Santoro, alle chitarre di Adriano Viterbini e Daniele Fiaschi e al basso di Gabriele Lazzarotti.

 

Daniele Silvestri è uno di quelli artisti che in qualche modo dall’adolescenza (le immagini che scorrono sulla partecipazione a Sanremo con L’uomo col megafono risalgono al 1995) mi ha sempre accompagnata (e credo che valga per molti nati negli anni ’80), che a volte ho perso di vista per qualche tempo, ma che mi ha dato grandi soddisfazioni ogni volta che mi ci sono riaccostata. E le tre ore di concerto, nonostante le postille iniziali, non fanno che dare conferma della sua solidità come artista (avesse mai inciso una canzone meno che interessante) e come performer. Quello che racconta tra un brano e un altro non è mai banale, come dopo La splendida vita del capitano, dove lo spunto del ritiro dal calcio di Francesco Totti (di cui vengono proiettate le immagini tra le ovazioni dei presenti, siamo pur sempre a Roma) diventa una riflessione sul fatto che diventare grandi significa prendere atto che per alcune cose non è più il momento, che bisogna fare altro, che a un certo punto quel che si dava per scontato scontato non lo è più. O quando, nell’introdurre L’appello ricorda l’incessante sforzo di Salvatore Borsellino per conoscere la verità sulla morte del fratello Paolo nella strage di Via D’Amelio.

Come anticipato nelle righe precedenti, il legame tra Daniele e i suoi musicisti è simbiotico, il fiorire di un brano come La mia casa ne è la prova. Ma la sua generosità artistica non si ferma nemmeno davanti a qualcuno che si conosce da relativamente poco. Questo qualcuno è Rancore, che non sale sul palco solo, come sarebbe lecito aspettarsi, per una Argentovivo da brividi.  Ci regaleranno Il mio nemico in versione sinuosa e tenebrosa, oltre che una esilarante Salirò, per la quale sale anche Lillo a ballare.

Ma soprattutto Daniele a un certo punto dirà a Tarek: “Il palco è tuo”. E gli lascerà il palco a completa disposizione per Arlecchino, un regalo che il rapper gestisce con emozionata maturità un pubblico che non era venuto apposta per lui.

Un altro esempio della solide rete di rapporti, di amicizia prima ancora che musicali, che Silvestri ha sempre saputo coltivare è L’amore non esiste. Salgono sul palco Max Gazzè e Niccolò Fabi e si concretizza una piccola magia fatta di sentimenti sinceri e bellezza.

Silvestri a questo punto vorrebbe quasi finire il concerto, dicendo che tanto non si può fare di meglio. Invece si va avanti senza punti di flesso nell’intensità, tra episodi divertenti come Testardo e La Paranza, e altri di impegno civile come Le navi e l’indimenticabile Cohiba che Daniele fa quasi finta di non voler suonare: “E che mi volete far cantare Venceremos? Ho cinquantuno anni ormai…”.

Si conclude con Alla fine, con cui il cantautore romano ricorda come si capisca il valore delle cose quando si perdano, mettendo in risalto il ruolo di ogni musicista avuto sul palco, facendo notare cosa accadrebbe alle canzoni se se ne andassero uno alla volta.

Per il saluto finale risale anche Rancore, e non resta che ringraziare Daniele per aver creato un gruppo così capace e affiatato per regalarci uno spettacolo così intenso.

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