The Winstons

The Winstons

Teatro Coppola - Catania


24/01/2016 - di Manuel Maniaci
Il Teatro Coppola è stato il primo teatro comunale della città di Catania. Inaugurato nel 1821, distrutto dai bombardamenti nel 1943, dopo essere stato utilizzato come laboratorio scenografico del Teatro Massimo Vincenzo Bellini è stato in seguito abbandonato. Almeno fino al 2011, quando è stato occupato e riaperto al pubblico da cittadini volontari. Suonare al Teatro Coppola è oggi non tanto una questione di possibilità, quanto una scelta ponderata, una scelta di luogo e di pubblico. Chi frequenta abitualmente il Teatro sa che i gruppi che vi si esibiscono, così come tutte le altre attività teatrali e di vario genere, sono sempre di un certo livello artistico e culturale. Le attese non sono andate deluse neanche lo scorso 24 gennaio, quando sul palco si sono esibiti The Winstons.

La sala, gremita di pubblico per un sold out quasi scontato, è stata catapultata cinquant’anni indietro nel tempo già dall’ingresso sul palco dei tre. Enrico Gabrielli, Roberto Dell’Era e Lino Gitto, che con abbigliamento e trucco anni ’60 diventano Enro, Rob e Linnon, già dalle prime note del singolo Nicotine Freak preannunciano un concerto che riporta la platea indietro nel tempo, senza quasi nessuno stacco tra un pezzo e l’altro tranne i momenti in cui i tre si scambiano strumenti e microfoni. Tra Dell’Era che prende in mano le bacchette di Gitto, quest’ultimo che si sposta davanti alle tastiere per un cambio che non fa rimpiangere un Gabrielli che dimostra di essere musicista a tutto tondo anche alla batteria e non soltanto con i tasti e i fiati, la sensazione che maggiormente traspare è che i tre riescano a divertire il pubblico perché loro stessi sono i primi a divertirsi.

Tappeto sonoro compatto che a tratti si fa morbido e flebile a tratti ruvido e graffiante, delay ed effettistica portati al limite in un continuo perdersi e ritrovarsi delle melodie, caos apparente e ordine sonoro che si alternano periodicamente, voci che si intrecciano e controbattono, i tre, neanche a dirlo, dimostrano di avere una padronanza tecnica e stilistica anni luce sopra la media. Il suono è così bene amalgamato e pieno da non lasciare neanche il tempo di accorgersi che sul palco non c’è neanche l’ombra di una chitarra, strumento solitamente portante di una band. Dal vivo, ancor più che nell’album, The Winstons dimostrano di essere non soltanto il solito super gruppo o il side project di musicisti annoiati dalle personali routine musicali ma tre artisti che riescono alla perfezione a incastrare nel risultato finale il proprio stile. Così, le tastiere vintage e i fiati di Gabrielli spingono il suono verso il jazz, Dell’Era dà sfoggio della sua attitudine seventies e la voce di Gitto sembra a tratti portare sul palco il fantasma di Robert Wyatt. Il tutto tenendo sempre ben presenti sullo sfondo le ispirazioni prog, della scuola di Canterbury, dei primi Pink Floyd, un’eco del cantato di Jim Morrison e un caleidoscopico psych-rock.

Oltre a tutti i brani presenti nel disco, impeccabili anche le esecuzioni delle cover di I know what I like dei Genesis e Changes di David Bowie, brano con il quale si chiude in bellezza un concerto strabiliante.

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