Pearl Jam

Pearl Jam

Stadio San Siro (Giuseppe Meazza), Milano (con foto e tutti i video)


20/06/2014 - di Ambrosia J. S. Imbornone
La location di un concerto non è un accidente, un dettaglio, pura casualità ininfluente: determina l’atmosfera, è cassa di risonanza delle emozioni, assiste con le sue mura gravide di storia all’evento e ne restituisce l’eco a gran voce, organizza, dispone ed “esibisce” il pubblico a chi è sul palco, che perde il conto delle teste, di striscioni, magliette, bandiere…Quello che tutti continuano a chiamare San Siro, ma ha preso ormai da quasi 34 anni il nome di Giuseppe Meazza, è lo stadio con la maggiore capienza in Italia e vederlo assiepato di persone, nel prato, sugli spalti, fin sul terzo anello è un’emozione difficile da descrivere, perché lo rende pronto e degno di un rito collettivo, di un live che si fa necessariamente memorabile e storico. I Pearl Jam ci hanno messo quasi ventiquattro anni per arrivare a San Siro. Avrebbero potuto riempirlo prima, ma avevano saltato il nostro Paese nei tour degli ultimi anni. Son tornati carichi di gloria grazie al successo dell’ultimo album, Lightning Bolt, un disco di rilancio, spinto da un primo singolo, uscito la scorsa estate, Mind Your Manners, che suonava quasi punk, quasi giovanilistico, come una dichiarazione di ostinazione e di resistenza. Secondo singolo era stata la ballata Sirens, un altro pezzo ad effetto, eppure tramato di riflessioni profonde, che turbano affondandoti dentro con il loro peso specifico. Eddie Vedder, Stone Gossard, Mike McCready, Jeff Ament e Matt Cameron (a cui si aggiunge Kenneth “Boom” Gaspar alle tastiere) hanno la forza e la passione dei sopravvissuti gloriosi: hanno superato la morte del grunge e la fine degli anni ’90, da cui tanti gruppi non sono usciti musicalmente ancora vivi, non hanno vissuto stop, reunion forzate e scazzate (passatemi il termine) o cambi di formazione che ne abbiano stravolto la fisionomia conservando solo un nome vuoto come un cenotafio. Ormai anche il batterista è fisso dal 1998, nonostante abbia partecipato anche alla reunion dei Soundgarden. E non sono lì per ripetersi stancamente: hanno ancora tanta voglia di suonare e la generosità di spendersi molto sul palco.

A Milano ci sono 62.000 persone in attesa, la maggior parte dei quali, dopo una comparsata di Vedder con maglia della nazionale per una versione in acustico di Porch, ha anche visto l’infausta e noiosa Italia-Costarica dentro lo stadio (con audio quasi pari a zero e quasi senza reagire al gol della Costarica, ma sussultando per il precedente rigore non concesso ai centroamericani). A questo pubblico, che soprattutto nel secondo encore la band vorrà vedere e gustarsi bene, il gruppo riserverà, come è solito, ben tre ore di musica, con 35 brani.

I PJ a San Siro sembrano contenti ed emozionati ed Eddie non può non ricordare il loro primo concerto milanese, nel lontano 1992, nel fu locale Il Sorpasso, davanti a un pubblico ben più esiguo (forse mille persone o meno? I ricordi dei presenti sfumano nella leggenda). L’Italia è un posto speciale per Vedder: a Roma sposò la prima moglie, la storica fidanzata Beth Liebling, ma proprio a Milano, dopo il concerto al Forum del 2000, conobbe la modella Jill McCormick; ricorda quindi sul palco il quattordicesimo anniversario con l`attuale moglie, che definisce sorridendo “my Eva Kant!” e che gli ha dato due figlie. Ma è anche il compleanno della compagna di Cameron, per cui tutto il pubblico intona una “Happy birthday”, mentre il figlio, Ray, li accompagnerà sul palco nella classica cover di Neil Young Rockin’ In The Free World, già molto attesa, come attestato dallo striscione “we keep on rockin’ in the free world with you. C’è una folla quasi oceanica insomma, tanto che Eddie scherzosamente dice che vorrebbe portarsela a Seattle per sei mesi, o che vorrebbe restare a Milano, eppure, complice appunto la presenza dei cari della band, dovuta probabilmente ai due giorni di stop dopo le date di Amsterdam e al successivo giorno di pausa prima della tappa di Trieste, si respira un’aria familiare, ovviamente senza divismi, come mostra la naturalezza con cui Vedder interagisce e si racconta al pubblico, saltella sul palco (nonostante un recente infortunio), legge messaggi in italiano o lancia proclami politico-sociali di quelli che hanno sempre creato identificazione tra i fan e la band.

Alla moglie dedica l’acustica e dolce ballad Just Breathe (da Backspacer), e in scaletta segue una nutrita schiera di canzoni ad argomento familiare: è il caso della risentita, liberatoria Daughter (che sfocia non solo in W.M.A. come sempre, ma anche in un’inaspettata, spiazzante, irriconoscibile cover di Let It Go di Demi Lovato, colonna sonora del film d’animazione Disney Frozen, e poi in It’s Ok dei Dead Moon), ma anche della storia di Jeremy, o dell’amara Better Man, brano pre-Pearl Jam poi pubblicato in Vitalogy vent’anni fa, con il suo quadretto di una relazione senza più amore che Eddie, ancora ragazzino, potrebbe aver dedicato al patrigno, fino all’ancor più autobiografica Alive.

D’altronde l’atmosfera a tratti si fa nostalgica, visto che, in un ritorno alle radici, proprio dal poderoso album d’esordio Ten (uno dei migliori dischi di debutto della storia della musica) la band estrae ben altri cinque pezzi, per un totale quindi di otto brani (non sempre tra i più evocativi: v. Why Go) contro i cinque dall’ultimo album, tra cui purtroppo in questo caso è stata sacrificata l’originale e inquieta Pendulum a favore della trascinante Lightning Bolt, pur modesta per originalità, della sognante (ma piuttosto piatta) Yellow Moon o della vivace e scintillante Swallowed Whole. I Pearl Jam, com’è noto, cambiano d’altronde quasi completamente la scaletta ad ogni data e ripescano anche brani oscuri, come Sad, outtake di Binaural con riff tagliente, Lukin da No Code, oppure Untitled e Pilate da Yield, per cui si può perdonare tranquillamente a Vedder il vuoto di memoria durante la visionaria e prepotentemente ariosa (per ovvi motivi!) Given To Fly, per cui comunque aveva già pensato a castigarsi ridendo e dandosi dello “stronzo” in italiano.

La band è una macchina da guerra semplicemente perfetta dal vivo per tecnica, grinta e impatto, con le interpretazioni di Vedder, la sua bellezza un po’ selvaggia e un po’ ossimoricamente apollinea, e soprattutto la sua voce fervida, plasmabile come creta, per spaziare dai brani più ruvidi, sanguigni e convulsi a momenti in cui deve lavorare di fino (v. ad esempio gli acuti del ritornello di Setting Forth), gli assoli frenetici, magie che scaturiscono dalle velocissime dita di McCready, invecchiato solo nel volto, la carica vorticosa di Cameron alla batteria, l’energia pulsante di Gossard e le linee di basso affilate di Ament (che tra l’altro sfodera strumenti estrosi, tra cui un basso rosa confetto e uno lucentissimo, come se avesse mille brillantini metallizzati e in rilievo sulla cassa…).

Le scalette del gruppo sono sempre state più che eterogenee, eppure forse ci si sarebbe potuti aspettare qualcosa di diverso per il tour di un album che lo ha riportato ad alti livelli di popolarità, seppur sia un lavoro parzialmente appannato ancora della stessa opacità che ha reso quasi cattedrali nel deserto negli ultimi due dischi brani come l’inno poetico e impetuoso Unknown Thought (purtroppo non inserita nella setlist). Un album, per inciso, “sobriamente” strombazzato nelle pubblicità su Spotify come quello della migliore rock band del mondo (non che manchi un fondo di verità, ma gli slogan tendono all’iperbole…) e accompagnato quasi da sovraesposizione mediatica. Sarà anche uno psicologismo romantico, ma a tratti balugina il pensiero che abbiano in parte subito o comunque accettato gioco-forza la necessità d’impatto dell’album, ma con la massiccia dose di pezzi tratti da Ten (a Trieste si è aggiunta anche la viscerale Deep) vogliano quasi ricordare e ribadire che la loro identità più autentica resta quella dei primi brani composti senza alcun tipo di condizionamento o pressione. Più realisticamente forse un altro gruppo avrebbe valorizzato molto dal vivo le nuove canzoni, strizzando l’occhio ai nuovi fan, ma non sarebbe stata una mossa all’altezza della band di Seattle.


La sequenza iniziale con il canto di dolore e l’invocazione di una catarsi racchiusi nella splendida Release, la dolente e malinconica Nothingman, l’onda emotiva di Sirens e la lancinante Black, che non perde affatto smalto e non sente il passare del tempo, regala una cascata infinita di brividi (ed emozioni che affondano nella storia della band e nelle migliaia di storie personali…) e vale già il prezzo del biglietto, eppure appare una combustione precoce e luminosa che spande commozione indelebile e brucia alcuni tra i pezzi più abbacinanti del loro repertorio: sarà difficile, se non impossibile da replicare nel corso del concerto. Nella setlist spiccano comunque anche brani come la struggente Elderly Woman Behind the Counter in a Small Town, l`incandescente Go, la sarcastica e potente Do the Evolution o la classica Corduroy, ma restano due perplessità: la prima riguarda l’opportunità di alcuni assoli pur mirabili, che hanno ritardato per esempio il crescendo di Rearviewmirror, la sua corsa forsennata, vero acme emotivo della canzone, verso la drammatica presa di coscienza del protagonista e la fuga febbricitante dai ricordi di un amore da cancellare, incrinando così l’atmosfera del pezzo.

L’altra perplessità riguarda il rischio di un calo di tensione e attenzione nel pubblico durante brani sì muscolari, atti a ragione a scaldare il pubblico e a tenere viva meccanicamente la serata con ritmi tirati, ma che non brillano per particolare originalità e qualità, restando appena nella media della produzione della band, e tra l’altro sono abbastanza massacrati da un audio che sia nell’inner circle riservato agli iscritti al Ten Club che nel resto del prato lascia a desiderare e fa rimbombare i suoni. È più che meritoria l’operazione di variazione della setlist o la lunghezza del live, ma non tutti i brani possiedono lo stesso valore musicale, testuale ed emotivo: Not For You non equivale ad una I Am Mine, densa di significati, o all’intensa Garden¸ Who Are You non ha l’afflato accorato di Smile o lo spessore di Off He Goes, Just Breathe non ha la profondità di Nothing As It Seems (pur provata durante il soundcheck), mentre le pur febbrili MFC o Lukin non hanno l’eleganza di Rats. È vero che i fan alla fine spesso amano i dischi per intero, con devozione (talora acritica, talora semplicemente affettuosa), ma in un concerto così lungo c’è il pericolo di diluire e annacquare il potenziale dei brani migliori. E dispiace nel caso di una band che ne ha a bizzeffe di pezzi dal calibro notevole. 

Ovviamente però qualunque valutazione o gerarchia tra le canzoni è puramente relativa e questo concerto resterà comunque nella memoria di Milano e della band, a cui il folto pubblico, giunto da tutta Italia, ma anche da Stati Uniti, Canada, Grecia, Portogallo, Germania, Svizzera e altri paesi, continuava a chiedere altri brani, non sazio e non pago del talento e delle emozioni sprigionate sul palco del Meazza: il secondo encore non a caso comincerà senza che la band si allontani o riposi dietro le quinte e Vedder dovrà indicare l’orologio per far capire ai fan quando costasse loro avere i minuti contati per non sforare i noti limiti d’orario previsti nello stadio e non poter accontentare tutti. Ci sarà ancora tempo però per emozionarsi con gli ultimi brani, mentre le luci della semplice scenografia (con l’immagine di copertina del disco e una struttura scura di intrecci e cavi di luci che si muove verticalmente e ricorda le ali di un’aquila e gli intrecci delle corna dei cervi) sono affiancate da quelle dello stadio, che diventa illuminato a giorno, come neanche potrebbe esserlo un locale al coperto per una festa di sole 62.000 persone. E si sorride per la comprensibile ansia del pur ottimo giovanissimo Ray Cameron, che, spaventato, dirà di no alla proposta improvvisa di Stone di cimentarsi pure con l’assolo di Rockin’ In The Free World. Dopo la corale (in ogni senso) e accorata, ma musicalmente rasserenante Yellow Ledbetter e il commosso “grazie” finale di Eddie, questa colossale festa del rock ha fine: il pubblico, abbastanza disciplinato (il costo del biglietto, piuttosto elevato, ahinoi, e poco in linea forse con le battaglie della band di un tempo, avrà selezionato naturalmente gli spettatori più motivati o...sarà stato merito dei comici divieti di pogo e crowd surfing affissi nello stadio da Live Nation?), si avvia all’uscita con la gioia e la commozione ancora sul volto. E con la tristezza che il live sia “già” terminato.

Qualcuno bisserà a Trieste o in qualche altra data europea, gli altri aspetteranno un nuovo tour, sperando sempre in un nuovo disco “sostanzioso” per messaggi e originalità…Il passato non torna ed è già un piccolo miracolo musicale che pure canzoni che potrebbero sembrare punk o hard-rock old-style reggano così bene il peso degli anni e appaiano spesso gioiellini sincronici e contemporanei. La coerenza, la dignità, la “genuinità” e la passione pagano e ripagano e tanto basta. E se la tecnica è ineccepibile, anche il cuore c’è, seppur nascosto talvolta da qualche virtuosismo o qualche “brano minore” in più che scappano perché si ama troppo suonare.  

 
Setlist

1.  Porch (ore 18)

2.  Release

3.  Nothingman

4.  Sirens

5.  Black

6.  Go

7.  Do the Evolution

8.  Corduroy

9.  Lightning Bolt

10.  Mind Your Manners

11.  Pilate

12.  Untitled

13.  MFC

14.  Given to Fly

15.  Who You Are

16.  Sad

17.  Even Flow

18.  Swallowed Whole

19.  Setting Forth

20.  Not for You

21.  Why Go

22.  Rearviewmirror

Encore:

23.  Yellow Moon

24.  Elderly Woman Behind the Counter in a Small Town

25.  Thin Air

26.  Just Breathe

27.  Daughter  (W.M.A.,Let it Go, It´s OK)

28.  Jeremy

29.  Better Man

30.  Spin the Black Circle

31.  Lukin

32.  Porch


  Encore 2:

33.  Alive

34.  Rockin` in the Free World

35.  Yellow Ledbetter 

[La maggior parte delle foto sono di Roberta Genovesi e Andrea Romeo]



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