Son of The Velvet Rat

live report

Son of The Velvet Rat Tra elettronica e folk, l'unica data italiana per il duo Son of the Velvet Rat

di Laura Bianchi

Concerto del 16/04/2026

#Son of The Velvet Rat#Derive#Avantgarde

A volte, vale la pena lasciarsi incuriosire e stupire da proposte sconosciute, e vincere la pigrizia soprattutto mentale, che ci spinge ad ascoltare sempre gli stessi artisti. Stasera, al meritorio Joshua Blues Club di Como, è una di quelle volte: sono sul palco, per l'unica data italiana, i Son of the Velvet Rat, moniker per una coppia di coniugi di Graz, Georg Altziebler ed Heike Binder, che dieci anni orsono lasciarono l'Austria per inseguire il sogno americano, e stabilirsi a Joshua Tree, in equilibrio tra la frenetica Los Angeles e l'arido deserto del Mojave. Il nome, scelto dal chitarrista e armonicista più di vent'anni fa, prima dell'incontro con la moglie polistrumentista, evoca atmosfere notturne, a tratti morbide, altre volte perturbanti, come, appunto, un topo di velluto, e i testi non sono da meno, tra citazioni psicologiche e racconti cinematografici.

Lui, chitarra e voce, e lei, tastiere, theremin, melodica, percussioni e seconda voce, hanno Nick Cave e Neil Young nel cuore, e i Kraftwerk nella testa, ma le loro atmosfere richiamano anche la psichedelia dei Velvet (non Rat, ma Underground), o dei Dream Syndicate, e intessono trame sonore a volte delicate e suggestive, altre volte elettroniche e straniate. Del resto, la loro produzione è stata curata in un disco da Joe Henry, e la stessa Lucinda Williams ha voluto collaborare con loro nei recenti Moment of Fame e White Patch of Canvas.

Così, Deeper shade of blue, astratta e sospesa, precede Solitary company, dedicata alla gente di New York, e ricca di riverberi ed echi delle tastiere. Oppure, Dagger Moon, o Rosary, rockeggianti e che riacordano il Dylan elettrico, si completano con le younghiane Angel Pretty, armonica e chitarra, o con la splendida The Waterlily and the Dragonfly. Ma non mancano nemmeno le sperimentazioni noir ed elettroniche, come l'incalzante Another Glass of Champagne, con belle armonizzazioni, o la sconvolgente Kindness of the Moon, dal testo oscuro, e dall'accoppiata theremin e campionamenti, creata da Binder, che dà spessore al suono, ovviando a qualche défaillance della voce di Altziebler, che invece dà il meglio di sé quando si concentra sulla profondità di quanto vuole esprimere, piuttosto che sulla performance.

Bis con un brano tratto dal nuovissimo Red Chamber Music, in cui i due abbandonano strumentazioni ed effetti e, vicini, uniscono le loro voci a una chitarra, nel silenzio di un pubblico definitivamente conquistato da questo viaggio in cui il deserto si incontra con la metropoli, la musica Americana si incrocia con il garage e il punk elettronico. Sì: a volte vale proprio la pena lasciarsi stupire.