live report
Roberto Vecchioni Il vento di bellezza del professor Vecchioni soffia sul pubblico del Lake Sound Park
di Autori vari
Concerto del 13/07/2025
Un concerto come quello di Roberto Vecchioni merita un live report a due voci...eccolo, in ordine alfabetico!
Laura Bianchi
Da quando la bravissima Geppi Cucciari ha smascherato lo stereotipo, si è sempre un po' restii a definire un luogo "splendida cornice". Ma, per il parco di Villa Erba di Cernobbio, sulle rive del lago di Como, è proprio il caso di azzardare la definizione, perché il Lake Sound Park sa valorizzare al massimo le risorse naturali che vengono offerte, rispettando l'ambiente e offrendo un evento in cui sentirsi a proprio agio. Poi, ci pensa Roberto Vecchioni a completare il quadro: un artista che è riduttivo definire cantautore, e che, nella sua lunghissima carriera, "ha ancora la forza", per citare il suo amico Guccini, di salire sul palco, per coinvolgere tutti con la passione e l'entusiasmo, l'emozione e l'amore per la vita, con un concerto che diventa la sua lezione più bella, tra le tante che ha dispensato, come nello splendido Tra il silenzio e il tuono, così denso di vita vissuta.
Già lo scorso anno Mescalina lo aveva incrociato in una tappa della sua lunga tournée; stasera torniamo a farci incantare dalle sue parole e dalle canzoni, ottimamente arrangiate e suonate da una band di maestri, dal capobanda Lucio Violino Fabbri (che, oltre al violino, suona anche piano, tastiere, mandolino ed elettrica), al virtuoso della chitarra Massimo Germini (suo il bel disco Ad una stella chiederò un passaggio...), fino alla batteria di Ruggero Pazzaglia e al basso di Martino Vacca.
Vecchioni ha alle spalle un'esistenza lunga - ha appena compiuto 82 anni, a dispetto di quanto sembra, se si giudicano voce ed energia smaglianti- e segnata da difficoltà, malattie e lutti; ma quello che mette in scena, stasera, non è un semplice concerto autobiografico, anche se ne avrebbe tutti i diritti. Il cantautore ci coinvolge fin dalle prime battute in un mondo - e nella visione utopistica di "tempo ultimo" - in cui si possa "riuscire finalmente a capire gli altri, a respirare, a capire la pittura astratta, la musica dei ragazzi ", e si possa cogliere un "vento buono", e ci conquista con canzoni, citazioni, racconti, confessioni, in un dialogo strettissimo tra lui e noi, interpellandoci. Immaginiamo di essere in una delle sue tante classi, che il professore di greco e latino ha e-ducato nel senso letterale del termine, portandole fuori, alla consapevolezza dell'humanitas, con tutte le contraddizioni, le sofferenze e le passioni che questo comporta. Proprio al suo essere docente Vecchioni dedica le sue parole forse più emozionanti, introducendo Sogna ragazzo sogna: "Ho insegnato per quarant'anni, e quando sono andato in pensione ho sentito che non avrei potuto essere felice altrimenti che insegnando, perché la luce che si accende quando un ragazzo capisce è un'emozione insostituibile...". Impariamo così come si fa a resistere alla morte di un figlio, Arrigo, accompagnando con lunghi applausi le sue lacrime alla fine di Vincent (musica di Don McLean, testo di Vecchioni); come si può raccontare la resistenza dal punto di vista di una donna, con Cappuccio Rosso, dedicata a Ayse Deniz Karagagil, una combattente curda di 25 anni, conosciuta come Cappuccio Rosso, morta combattendo contro l'ISIS a Raqqa;
e come si può parlare di inclusione, e praticarla, ascoltando la storia della figlia Francesca, presidente della Fondazione Diversity, che, con la sua compagna, scelse di essere madre di due gemelle, Cloe e Nina, protagoniste della canzone Due Madri. Siamo testimoni di una lezione di dignità e di arte, amate e interpretate con uno slancio spontaneo e senza schermi, lasciandoci contagiare da parole e canzoni che diventano, tutte insieme, una dichiarazione d'amore per la vita, che "è così forte che attraversa i muri per farsi vedere". Canzoni che, nella veste luminosa cucita su misura dai quattro musicisti - e che acustica perfetta! -, mantengono intatti smalto e attualità; come in una Figlia impreziosita dal dialogo tra violino e chitarra, una Luci a San Siro - potrebbe mai mancare? - intima e sfaccettata. Serata ad altissimo tasso di sincerità e umanità; e anche noi potremmo dire "Oggi ho imparato a volare"...Grazie, prof Vecchioni.
Valerio Corbetta
Ha insegnato per tutta la vita. Che fosse dietro una cattedra del Liceo Classico, un microfono piazzato su un palco, una pagina di un libro, una telecamera dei salotti televisivi. Gli è sempre venuto facile, quasi naturale. Andandolo a vedere dal vivo, lo capisci da come empatizza col pubblico, da quanti e quali termini, mai banali, utilizza per svelarti le storie, dagli sguardi di complicità che lancia e riceve a fasi alterne, dagli applausi che accetta ben volentieri e che non gli bastano mai.
Non tocca uno strumento per tutta la durata di un concerto che si srotola per due ore e venti minuti esatti, quasi metà dei quali trascorsi affabulando storie davanti a un pubblico attentissimo, con l’arte di chi sa usare la parola per entrarti dentro. Quegli strumenti che sfiora, uno per uno, con lo sguardo: dalle chitarre al mandolino, dalla batteria al basso passando per la tastiera e il violino, che stendono il tappeto sul quale i testi la fanno da padrone. Roberto Vecchioni ha virato da poco la boa degli 82 anni: alle spalle conta una trentina di album (raccolte escluse), 16 libri, 40 stagioni da docente di latino, greco, italiano e storia, pure quattro giorni di carcere per una vicenda tanto paradossale quanto esplicativa della malagiustizia italiana. E pure statuette e targhe, tra loro diversissime per peso e significato: “Sanremo”, “Festivalbar” ma pure “Tenco”, “Chiara” e “Bertoli”.
Racconta tutto, durante il concerto a Cernobbio, “dopo aver visto Sinner con Martino (Vacca, il bassista): che era sicurissimo della vittoria, mentre io tremavo a ogni colpo”; dispensa gocce di saggezza alternandole a interventi ironici, a precedere e seguire i pezzi, con una scaletta che propone alcune hit, ma anche brani più nascosti, e che forse per questo emozionano ancora di più chi li attende col cuore trepidante. È il caso di Figlia, con tanto di dedica a Francesca e alle nipoti presenti a bordo palco, o di una Vincent che riesce a concludere a fatica, quasi bloccato dalle lacrime, che poi lascia scorrere dopo l’ultima nota. O ancora una intensissima Velasquez, gemella della Cortez the Killer di younghiana memoria e la meravigliosa Cappuccio Rosso, cantata con rabbia dopo una lunga introduzione che ne spiega la genesi ai meno attenti. In realtà il pubblico, eterogeneo quanto basta per sperare che la storia del cantautorato italiano regga il passare dei decenni, conosce bene i temi delle canzoni che si susseguono sul palco. A conferma che certi autori escono dal recinto della canzonetta e finiscono direttamente tra i testi da studiare. Con buona pace della “miliardaria che si lamenta se andiamo avanti a suonare oltre un certo orario”: e allora si tengano accese le Luci a S.Siro e si vada avanti a cantare tutti assieme l’ultimo bis di Samarcanda. Dimenticandosi, o meglio rimandando ad altra occasione, il pensiero che sta dietro quest’ultimo pezzo. Lo stesso che Vecchioni ripete spesso nei suoi monologhi pre-canzone, non per esorcizzarlo, ma per contestualizzarlo. Hic et nunc: avanti così, Professore.
SETLIST
Dentro gli occhi
Ho imparato a volare
Ogni canzone d'amore
La mia ragazza
Vincent
Signor giudice
El bandolero stanco
Cappuccio rosso
Voglio una Donna
Figlia
Vorrei essere tua madre
Due madri
Le mie ragazze
Velasquez
Sogna ragazzo sogna
Chiamami ancora amore
BIS
Luci a San Siro
Samarcanda
FOTO DI ROBERTO SASSO