sick tamburo

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Roma, Monk


09/02/2018 - di Arianna Marsico
L’esibizione romana dei Sick Tamburo  è preceduto dalla piacevole sorpresa dei Giorgieness.

Il quartetto lombardo è formato da Giorgie D’Eraclea (voce e chitarre), Davide Lasala (chitarre e pianoforti), Andrea De Poi (basso), Lou Capozzi (batteria) ed ha un suono rock nineties ben costruito e fresco. E’ Giorgie a focalizzare l’attenzione sul palco, mostrando una voce interessante in brani come K2 e Che cosa resta ed una buona presenza scenica appena viziata da alcune ingenuità.  Il gruppo fa quindi ben sperare per il futuro.

Ma ecco che arriva il duo di Pordenone, i Sick Tamburo, che sul palco coniugano scintille punk con un suono limpido e tutt’altro che confuso. L’adolescente che è in me avrebbe voluto sentire anche qualcosa di quel “mattone per sfondare il muro dell’autocontrollo” (She, Green Day) che furono i Prozac+, eppure nel corso della serata mi rendo perfettamente conto che non è necessario. E che anzi sarebbe stato forse controproducente e non avrebbe permesso di apprezzare quanto il gruppo sia cresciuto e dello sforzo di creare un linguaggio sonoro  meno compatto e più ricco di sfumature, e con testi che oltre alla chimica coinvolgano più in profondità la sfera privata, come in Ho bisogno di parlarti, che siano cinici, disillusi e teneri al contempo.

La voce di Gian Maria in Sei il mio demone svela tracce di una morbidezza nuova, per quanto stralunata. Con prepotenza mostra una sezione ritmica in splendida forma, mentre Intossicata ci regala una Gloria Abbondi alla voce che non avrebbe affatto sfigurato nei CCCP. L’altalena tra riff micidiali, marzialità e fragilità caratterizza tutta la serata. Ad altro siamo pronti e Qualche volta anch’io sorrido sono  infatti perfettamente complementari, Yin e Yang  punk.

Parlami per sempre vede di nuovo Gloria alla voce e sul palco lei e Gian Maria sembrano quasi due figure di Schiele così vicini e sensuali.  Un giorno nuovo potrebbe essere il pezzo strappacuore (nel senso buono del termine) della serata coi sui riff tondi e quell’andamento da dolce cantilena, se non ci fosse La fine della chemio. L’incipit da carillon scordato, il ritmo da filastrocca e il rullare della batteria quasi non fanno percepire il dramma e la prova d’amore, se non ci si concentra sulle parole (“Festeggeremo la fine della chemio fianco a fianco su quel palco/E starai bene sai e finirà anche il buio, tante cose cambieranno/I tuoi capelli lunghi, quelli cresceranno di un colore che è un incanto/E se non cresceranno allora sai, ti dico, allora starai meglio senza”). Ed invece il dolore sta accovacciato lì, e le chitarre possono solo aiutare a prender coraggio e ballare sopra le paure.

La chiusura è affidata a Meno male che ci sei tu, vibrante e intensa. E senza troppe cerimonie, in linea ocn l’atteggiamento mantenuto durante la serata, felice ma timido, i Sick Tamburo ci salutano e ci lasciano al giorno nuovo arrivato.

 

 

Foto: Daniele Di Mauro

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