Rancore

Rancore

Sala B Via Asiago, Radio 2 Roma


05/04/2019 - di Arianna Marsico
Rancore, dalla Sala B di Radio Rai di Via Asiago a Roma (con lo storytelling di Pier Ferrantini e Carolina Di Domenico), mette in piede uno spettacolo energico nonostante una dimensione decisamente diversa da quella del tour di Musica Per Bambini, che si concluderà a maggio.

Il successo riportato al Festival di Sanremo al fianco di Daniele Silvestri con la pluripremiata Argentovivo, (Premio della critica Mia Martini, Premio della Sala Stampa Lucio Dalla e Premio Sergio Bardotti per il miglior testo) non ha intaccato minimamente il suo essere fortemente ancorato alla realtà.

L’inizio, con tanto di L’Orqestra  in azione, è affidato a una Underman sulfurea il giusto. La maturità nella gestione del palco e nell’esposizione delle proprie idee è di una lucidità disarmante. Rancore racconta della propria crescita come persona e come musicista: “Ho sempre giocato con la musica e la musica ha sempre giocato con me. Prima era più piccola, poi è cresciuta, ha cominciato a imitare le ragazze più grandi, a giocare per la prima volta con un rossetto. Ed è così che a mia volta sono diventato un rossetto. E poi è cresciuta sempre di più, fino a decidere forse di rovinarsi il rossetto, ad esempio  fumando una sigaretta. Ed è così che mi sono trasformato in fumo”.

Il racconto dell’infanzia e del progressivo disincanto di Giocattoli è ipnotico.

Rancore per tutta la serata insiste molto sul fatto che alla fine certe tematiche fossero radicate sin dalle prime incisioni e sull’importanza di tutte le persone con cui ha avuto modo di collaborare in tutti questi anni. E una potentissima S.U.N.S.H.I.N.E. sembra stare lì a ricordarcelo. Un verso come “Tu non devi venerare il sole, ma la luce che vedi” è un macigno che infrange la corazza di apparenza intorno a ognuno di noi. Dopo un siparietto con L’Orqestra (“Non capisco perché ogni volta mi bullizzate così” dirà ridendo) è il turno di Beep Beep e Questo pianeta. Sangue di drago diventa l’occasione per riflettere sui mostri moderni creati ad hoc per avere un nemico. Skatepark  scorre tra Beastie Boys e grigiore urbano. Arlecchino assume la forza di una Loser rap e fa saltare tutta la sala. Poeti Estinti porta nuovamente Rancore a ricordare l’importanza della cooperazione al posto della competizione, e ringraziare nome per nome almeno una parte di tutti coloro con cui ha lavorato (tra i quali Danno, Giancane, Zerocalcare, Daniele Silvestri). La Morte di Rinquore viene presentata come uno dei pezzi che è piaciuto più al pubblico che a lui. L’esplosiva Centro Asociale fa riflettere sulla falsa comunicazione.

Prima del bis c’è un toccante racconto di una storia di infanzia. Rancore, più Tarek che Rancore in verità, ricorda il padre che da bambino gli spiegava quale fosse l’unico modo per uscire fuori da un labirinto, ossia camminare senza mai staccare una mano dalla parete.  Tarek chiedeva l’utilità di questo racconto, visto che nessuno in realtà si trova mai un labirinto, ma senza ottenere risposta. Alla scomparsa del padre, poco prima del disco di esordio, Rancore cercò di rispondere con la corazza della musica. Fino al momento in cui, davanti a un foglio bianco, non realizzò il vero senso della storia narrata dal padre, ossia che per uscire dal labirinto era necessario scrivere e scrivere. E non fermarsi mai dinanzi a qualsiasi labirinto della vita.

Depressissimo chiude un set sincero e bruciante nel modo migliore, senza peli sulla lingua, senza paura di usare  le parole, senza negare l’esistenza del male oscuro. Ma alla fine sembra vincere lo splendore di una parola che si fa lama.