Kalorama Festival

live report

Kalorama Festival L’ultima esplosione prima che finisca l’estate: il Kalorama Festival di Lisbona

di Graziano Tullio

Concerto del 30/08/2026

#Kalorama Festival#Rock Internazionale#Rock

Nonostante sia arrivato alla sua quinta edizione, il MEO Kalorama non è ancora nella lista dei festival che gli italiani si segnano in agenda. Ma forse è arrivato il momento di correggere il tiro.

Siamo a Lisbona, a fine agosto: tre giorni al Parque da Bela Vista, con un cartellone che va da Robbie Williams a Ms. Lauryn Hill, dai Deftones a Peaches. Quella che a una prima occhiata potrebbe sembrare un’accozzaglia di headliner messi insieme per vendere biglietti, riflette in realtà un’identità precisa: non chiudersi dentro le barriere di un genere, ma aprirsi alle contaminazioni, seguendo lo stile dichiaratamente urban del festival. In tempi di identità fluide, il Kalorama è un festival decisamente al passo con i tempi.

Per chi organizza le ferie a fine agosto, quando in Italia i festival sono già chiusi da un pezzo, il Kalorama è un’ottima scusa per allungare l’estate: tre giorni di concerti, un clima ancora caldo ma gestibile e una città che, a fine agosto, comincia a ripopolarsi e torna un po’ più sua.

Dopo un sabato che ha lasciato pubblico e critica impegnati a lungo nella disamina del concerto-evento di Lauryn Hill, la domenica è stata nettamente più solida e definita. D’altronde, una giornata dedicata al rock e all’hardcore non può permettersi brutti scherzi: qui, se qualcosa va storto, qualcuno si fa male.

Partiamo dal pomeriggio.

TRAVO

Si apre con una delle promesse del rock alternativo portoghese. Intensità e psichedelia sono il marchio di fabbrica di quella che oggi è la band più promettente del Portogallo. Non a caso, anche KEXP ha pubblicato un loro live, contribuendo a lanciarli nel circuito internazionale.

La distorsione delle chitarre costruisce una parete sonora in continua espansione; il groove di basso e batteria alterna introspezione ed esplosioni. Un'estetica a metà tra heavy psych e garage, con incursioni nel thrash metal.

Brani come Sleeper e Way Down costruiscono una performance cruda ma magnetica: si percepisce una chiara coerenza in un caos che è solo superficiale. Ogni membro sembra suonare a un ritmo proprio, eppure tutto si incastra con precisione. Nonostante l’orario poco favorevole (suonare alle 17, ad agosto, a Lisbona non è il massimo), riescono a creare una trance collettiva e diversi momenti di pogo, un tratto che si rivelerà distintivo e costante lungo tutti i set, fino a tarda notte. Il nuovo album, Wasteland, uscirà il 2 ottobre: una data da segnare.

PELADOS

Giovanissima band brasiliana, porta per la prima volta la sua energia fuori dal Paese. È un’ottima combinazione di elettronica synth-pop e chitarre distorte, con un’attitudine da frontwoman alla L7.

Hanno presentato quasi per intero, rispettando anche l’ordine della tracklist, il loro album più recente, Contato (2025), per poi tornare indietro di qualche anno con Vampirinhos do Amor, tratta da Foi Mal (2022).

È un live non lineare, più vicino a una performance punk-pop contemporanea che a un concerto tradizionale. I brani sono rapidi e frammentati, con strutture volutamente irregolari e riferimenti pop destrutturati: campionamenti, citazioni, riff presi in prestito da Lady Gaga e Weezer. La voce di Manu Julian è ora eterea, ora intensissima, ma sempre molto espressiva, non sempre precisa, tuttavia coerente con l’estetica della band: non cercano la perfezione, ma un suono immediato e diretto, con una forte componente performativa e narrativa. Del resto, lo dicono anche nei testi: “music is supposed to be fun”.

HIGH VIS

Di certo la band più in hype della scena post-punk/hardcore britannica. Nonostante ciò, Graham Sayle, tra una canzone e l’altra, ripete più volte di non aspettarsi tanta gente: sembra genuinamente sorpreso e visibilmente carico. Il pubblico, dal canto suo, è sorprendentemente caldo: c’è tanto crowd surfing quanto bottigliette d’acqua e pupazzetti che volano. Sarà che è molto giovane, ma non c’è una sola canzone in cui il pogo si fermi davvero. Sayle tiene da solo il palco mentre il resto della band è impegnato nei riff, costruendo un muro di suono sempre al massimo, solido nonostante l’uso spropositato del riverbero.

Il pubblico canta ogni parola. I testi sono fortemente sociali e identitari (lutto, perdita, dipendenza) tanto che molti brani sono diventati veri e propri “mantra” generazionali.

Sayle è un frontman magnetico, vulnerabile e feroce allo stesso tempo. Apre un discorso emozionante e motivazionale su alcol e droghe, incoraggiando tutti a essere se stessi, a prendersi cura di sé e a restare appassionati di musica. Racconta di un amico morto di overdose, invita a chiedere aiuto e a fare terapia. Chiude il cerchio attaccando con Trauma Bonds: non lascia dubbi sul messaggio che la band vuole lasciare. Suonano No Sense No Feeling (2019), il loro brano più ascoltato sulle piattaforme di streaming, ma la canzone più intensa, quella che tutti cantano a occhi chiusi, è Choose to Lose. A questo punto il verdetto è semplice: questa sera gli High Vis hanno decisamente vinto.

WEDNESDAY

Presentati sul sito del festival come una delle band più influenti del nuovo alt-country americano, dal vivo il suono è decisamente più rock del previsto, tra screaming, riff e la voce graffiante della cantante. Sul palco costruiscono un ibrido unico tra country, indie rock anni ’90 e pedal steel emotiva. Anche nei brani più melodici e lenti, come Wound Up Here (By Holdin’ On), il riverbero delle chitarre e la voce graffiano più che nel disco.

Karly Hartzman ha un timbro fragile ma tagliente, che conferma il suo grande talento da storyteller. C'è spazio anche per una dedica a Dolly Parton, icona assoluta del cantautorato country-folk scomparsa appena qualche giorno fa: scelgono di dedicarle Phish Pepsi, brano di MJ Lenderman (2021).

Segue Gary’s II, con cui emerge finalmente la vena squisitamente country della band, con ritmi e suoni che siamo abituati ad ascoltare a Nashville. L’ultima, Bath County, viene presentata come un buon riscaldamento per i Deftones: qui la voce si apre al massimo sui 4/4 della batteria e le chitarre graffianti ci risultano già familiari. Possiamo quindi congedarci dai Wednesday, mangiare qualcosa e affrontare carichi il blocco serale del festival.

PEACHES

L’iconica artista electroclash canadese Peaches (Merrill Beth Nisker) è tornata quest’anno con un nuovo album, No Lube So Rude, pubblicato a ben undici anni di distanza dal suo ultimo lavoro in studio. Il titolo stesso dell’album viene spiegato dall’artista come una metafora politica e sociale: “Quando il mondo è pieno di attriti, il lubrificante non è un lusso: è una necessità per trasformare l’attrito in piacere, in potere e in orgoglio.”

Il set è un mix esplosivo, esplicito e rumoroso di elettronica, punk, industrial, dance e pop. Peaches si rotola sul pubblico, si fa portare in processione camminando sulle mani della folla, si fa leccare dai ballerini: resta fedele al suo stile provocatorio e al suo attivismo queer. Si toglie il body e, seminuda, canta Fuck How You Wanna Fuck. Peaches affronta temi legati all’autonomia del corpo, alla sessualità, all’invecchiamento e all’identità.

Il pubblico venuto per Turnstile e Deftones non è del tutto pronto per questa performance. A parte una nicchia della comunità queer di Lisbona, che si scatena sotto il palco, per la maggior parte degli spettatori lo show di Peaches sembra quasi un’installazione in un centro d’arte contemporanea: interessati, divertiti, ma a debita distanza, per goderselo senza entrarci davvero dentro. Molta curiosità, poco trasporto. A cambiare le carte in tavola sono i beat contagiosi di canzoni come You’re Alright, dove i ballerini, in stile BDSM, la portano in trionfo. Le chitarre di Boys Wanna Be Her svegliano il pubblico più rock, che finalmente partecipa: è curioso vedere ragazzi in maglietta dei Tool o dei Korn scatenarsi. Ma, a pensarci bene, non sono mondi così distanti, se torniamo con la memoria a quando Peaches andava in tour con i Nine Inch Nails.

TURNSTILE

L’apertura con Birds fa subito capire, a chi ancora non li conoscesse, perché oggi i Turnstile siano considerati una delle band più influenti dell’hardcore mondiale: un’identità che mescola energia fisica e trascendenza.

I testi parlano di libertà, comunità e spiritualità, anche se il suono dei primi brani in scaletta ricorda un po’ Welcome to the Jungle dei Guns N’ Roses: un testo di tutt’altra pasta (o forse no?).

Brendan Yates è un frontman atipico per l’hardcore: trasmette un senso di apertura più che di aggressività. Daniel Fang, alla batteria, fa uso costante delle ghost note per dare elasticità al groove; Franz Lyons, al basso, ha un timbro pulito, hi-fi, molto diverso dall’hardcore tradizionale. E poi ci sono momenti emozionanti, con tastiere e suoni prolungati di sottofondo. È un hardcore luminoso, non cupo.

Tempo fa avevo letto sul NME un pezzo che descriveva i loro concerti come “un rituale collettivo, un’esplosione di colori”. Mi è diventato chiaro quando è partita Dull e un ragazzo tra il pubblico ha alzato un vecchio telefono di casa, subito inquadrato dalle telecamere del palco proprio mentre il cantante intonava:

And there's a ringing when you talk to me

Talk to me

Ringing when you talk to me

Talk to me

Se il giorno prima Lauryn Hill e i Fugees avevano un video-backdrop autoreferenziale (legato alla propria cultura, alle copertine dei loro dischi e con clip delle loro premiazioni), i Turnstile hanno come sfondo il pubblico stesso: primi piani delle emozioni, inquadrature tenute a lungo, contatto diretto con la folla, messaggi d’amore ripresi dalle telecamere. A fine concerto sono loro stessi a distribuire scalette e bacchette. È qui che il concerto trova il suo senso più compiuto: non solo uno show hardcore, ma una comunità che si guarda e si riconosce. Siamo davanti a una nuova stagione per l’hardcore.

DEFTONES

Che questo tour europeo dei Deftones non abbia incluso l’Italia è chiaro anche dalla quantità di italiano che sento parlare tra il pubblico.

È chiaro che qualcosa è cambiato nei Deftones che ricordavamo: dal vivo, oggi, sono più atmosferici che aggressivi, più hi-fi che abrasivi, più emotivi che rabbiosi. Anche il nuovo album Private Music si concentra sulla dinamica e sulla texture, e non più soltanto sull’impatto. È cambiato anche il timbro di Chino Moreno: meno scream puro e più falsetto, più controllo, meno rischio. Non tenta più le parti più estreme degli anni ’90-2000: ha un range più ridotto, ma più stabile.

La scaletta attraversa praticamente tutta la discografia: aprono con Be Quiet and Drive (Far Away) da Around the Fur (1997), poi arrivano Feiticeira e Korea, da White Pony (2000), Cherry Waves, da Saturday Night Wrist (2006), e Rosemary, da Koi No Yokan (2012). È un live con chitarre più pulite mentre elettronica e ambienti sonori sono più evidenti. Il pubblico segue questo percorso: il pogo resta confinato alla solita fascia sotto il palco, mentre il resto della platea si lascia trasportare dai silenzi, dai crescendo e dalle esplosioni controllate (sarà anche perché il suono, nelle retrovie, soprattutto la voce, arriva a stento a causa del vento). Sul palco ci sono nebbia luminosa e bagni di luce bianca: un’immersione sensoriale che tocca l’apice con Change (In the House of Flies). Sulle note di Change resta l’immagine di Chino Moreno stagliato contro un enorme sole al tramonto, proiettato sul led wall alle sue spalle.

L’immagine sembra quasi costruita apposta per il racconto che il festival fa di sé: nei suoi comunicati, il Kalorama si presenta come il festival che chiude l’estate. Il sole che cala sulla stagione dei festival estivi, un’ultima esplosione di luce e suono distorto prima che tutti tornino a casa. Alla prossima stagione.