interviste
Sergio Mancinelli Radio, musica, memoria: una chiacchierata con Sergio Mancinelli
Laura Bianchi: Ciao e grazie per aver accettato il mio invito! Ci conosciamo da tanti anni, e stavolta ti incontro per chiederti qualcosa della tua novità, la tua Relaxness Radio, e delle tue molteplici attività. Come nasce questa idea?
Sergio Mancinelli: La mia esigenza è stata dare alla radio un suono diverso da quello che io ho sempre proposto: ho tolto il Rock, il Prog, la musica d'autore perché non avrebbe avuto senso per me creare una copia di quanto ho già fatto; così ho deciso di fare una cosa che soddisfacesse soprattutto me stesso, senza certo rinnegare i cinquant’anni di radio e i sessanta di ascolti e concerti; una radio senza interruzioni pubblicitarie né vocali, una sorta di regalo che mi sono fatto per i miei settant’anni di vita, che però spero faccia dire alle persone, ascoltando un brano, quel famoso “Che bello!”
L.B.: Come organizzi il flusso di musica?
S.M.: Sicuramente devono essere brani che mi suscitano sensazioni; mi è molto utile YouTube, o anche Spotify, per fare ricerche e fare nuove scoperte; ad esempio, ho trovato Dorothy Ashby, che avevo incrociato trent’ anni fa senza però approfondire, e mi sono trovato primo di fronte a una donna di una caratura civile e politica pazzesca, un’afroamericana grande sostenitrice dei diritti, che ha coniugato l'arpa al Funk: il suo album del 68 si chiama Afroharping… Quando scopro questi artisti, che magari in quegli anni io non avevo avuto modo di ascoltare, sono come un tartufaro: mi metto a cercare e spazio in tutti i Paesi. Finora ho inserito pochissimi italiani: Umanamente uomo: il sogno di Battisti, la pubblicità di Morricone di Brancamenta; quelle di Umiliani, grande compositore; i Perigeo; Trovaioli; Cacciapaglia; Einaudi; Franco Godi. Spazio in molti generi e molti artisti, da Toquinho a Stan Getz a Jobim; ho messo le cose belle da sentire quando lavori, studi, leggi, scrivi, viaggi, prepari una cena o arrivano gli amici…
L.B.: E per i finanziamenti?
S.M.: Beh…in questa radio sto mettendo una barca di quattrini che neanche ti dico! (ride, ndr.); fondamentalmente l'ho fatto perché non amo i compleanni, ma questa è una ricorrenza importante: non mi devo comprare né l'orologio prezioso, né un’auto nuova… volevo regalare, a me e a tutti gli ascoltatori una cosa bella. Intanto, degli amici stanno rispondendo con grande affetto attivando un fundraising, ma sarà comunque poca cosa rispetto alle spese, tra cloud, app (che tra l’altro non funzionano ancora bene, soprattutto per Android gli sviluppatori hanno dei problemi…). Purtroppo questo è il mondo digitale! Devo aver pazienza… (sospira, ndr). Però il mio amico Antonio Lapone, grafico, designer, insomma, grande artista, dopo aver lavorato per la Disney, è tornato in Italia, e, appassionato di musica, mi ha regalato la grafica del sito!
L.B.: La memoria è molto importante per te; so del tuo impegno nel campo dell’Alzheimer…
S.M.: Certo! Mi muovo in tutta Italia, tra convegni, RSA, strutture di riabilitazione neurologica, da Vicenza a Catania, e porto un progetto dedicato alla cura dell’Alzheimer, che abbiamo chiamato Mi ritorna in mente, perché la musica ascoltata nell'infanzia o nella adolescenza non viene toccata dall’Alzheimer. Noi siamo la prima generazione mai apparsa sulla faccia della Terra ad aver ascoltato così tanta musica; con la nostra generazione sono arrivati il jukebox, le radio transistor, le autoradio, le radio private… Noi abbiamo fatto le feste dove mettevamo la musica, sono arrivati i concerti, facevamo cassette per dichiarare il nostro amore, condividevamo emozioni ed esperienze basate sulla musica. Tra dieci anni ci troveremo con un problema sociale politico e di sopravvivenza: sempre più anziani, sempre meno giovani; allora, visto che tutti si preoccupano del chirurgo estetico, del dietologo o del dentista, sarebbe ora che ci si preoccupasse della memoria. Alcune belle ASL hanno impiantato delle strutture e io collaboro per creare le “palestre della memoria”: si fanno il dettato, la lettura, dei calcoli, degli esercizi di memoria breve, movimento per la neuromotricità, domande strutturate in base alla loro forma mentale… poi tanta musica. Faccio fare loro i direttori d'orchestra, e non hai idea quanto si divertano. Quelle sono giornate per me molto impegnative, però di una bellezza che mi fa sentire felice, nel vedere come piano piano in loro si riaccenda anche il linguaggio, che ha un fattore sia di neuroprotezione, sia di neurostimolazione.
(Grafica di Antonio Lapone)
L.B.: Sei supportato da esperti in questo progetto?
S.M.: Ho avuto la fortuna di conoscere più di vent’anni fa a Catania Pippo Zappalà, appena rientrato da dodici anni di lavoro negli Stati Uniti e diventato uno dei massimi esperti mondiali del cervello; Pippo lavora su tutto ciò che riguardi il cervello, con particolare attenzione e competenza all’Alzheimer, ai decadimenti e ai traumi cranici. Mi disse che voleva utilizzare la musica per poter stimolare tutte le emozioni musicali che resistono all’usura del tempo e forniscono una stupenda rete di neurostimolazione. Un altro grande neuroscienziato è Marco Catani, considerato uno dei massimi esperti internazionali di neuroanatomia, neuropsichiatria e trattografia, quest’anno editor di Gray’s Anatomy for Students, il più autorevole manuale di anatomia umana, pubblicato ininterrottamente dal 1858 e utilizzato nelle università di tutto il mondo. Grazie ai loro consigli, suggerimenti, spiegazioni e approfondimenti sul rapporto musica-cervello ho studiato per mesi e mesi, trovando inaspettati riferimenti alla musica in Platone, Aristotele e Pitagora, il primo a parlare di musica in termini di vibrazione cosmica, che interagisce con il nostro corpo. L’anticipo della fisica e della medicina quantistica. E mi sono ritrovato a giugno scorso a presentare Mi ritorna in mente davanti a 450 medici a Vicenza!
L.B.: Molto interessante il rapporto tra musica e capacità cognitive…
S.M.: Ascoltando brani musicali, i due emisferi cerebrali si mettono in funzione: quello sinistro si concentra sulle parole, soprattutto se espresse nella lingua parlata, mentre quello destro sulla parte musicale. Arrivati quindi a un momento della vita in cui molti ricordi iniziano a sbiadire e, con essi, situazioni, persone, esperienze, la musica ci viene incontro. Gratuitamente! Perché tutto quel fantastico “corredo cognitivo” di note, melodie, testi e canzoni che abbiamo immagazzinato, soprattutto nell’infanzia e nella prima adolescenza, torna a rivivere ogni volta che riascoltiamo quelle canzoni. Questo vuol dire poter stabilire con genitori o nonni un nuovo ponte di relazione, un nuovo modo di poter continuare a comunicare. Poter ridestare momenti di vita e condividerli nuovamente insieme. Ecco perché la musica è una fondamentale Palestra della Memoria. L'ascolto e il riascolto della musica riattiva la "memoria sonora" che ha accompagnato momenti importanti della loro vita, favorendo il riaffiorare del linguaggio. In sintesi, la musica è un valido strumento per combattere l'invecchiamento grazie alla sua capacità di rinforzare la memoria, riattivare i ricordi, mantenere vive le emozioni e stimolare il cervello. Del resto, musica deriva dalle Muse, e queste sono le figlie di Mnemosine, la memoria. Tutto si tiene; i Greci definivano con lògos sia il pensiero, sia le parole per esprimerlo, e i primi cantautori, gli aedi, raccontavano storie e miti per tramandarli alla memoria collettiva accompagnandosi con la musica… Sono stato fortunato: la radio mi ha permesso di fare esperienze con persone che mi hanno dato stimoli importanti, che coinvolgevano me e quelli che interagivano con me: ero contentissimo, però finivo stremato! A settembre comunque riprendo a fare un giro di conferenze per la settimana mondiale dell'Alzheimer: credo che questo sia un contributo importante che posso dare, perché attiva anche le mie conoscenze e la mia competenza di conduttore radiofonico.
L.B.: Pensa ai tuoi inizi in radio. Quali sono state le tappe che ti hanno formato di più?
S.M.: Proprio poco tempo fa, con il mio amico inseparabile Carlo Mancini, che è stato il direttore di Radio Capital, che tiene un master di comunicazione radiofonica all'Università "Suor Orsola Benincasa" di Napoli, e che mi ha dato un aiuto fantastico per realizzare Relaxness Radio, ho fatto delle video pillole di una ventina di minuti, ripercorrendo dall'inizio la mia storia. Dai primi momenti del 1976, dalla prima Radio Luna, il primo provino alla RAI, Long Playing, il programma su Radio 3, uno dei primissimi programmi radiofonici a trasmettere musica rock sulle reti di stato, alternandomi con Carlo Massarini… a quei tempi, senza internet, era difficile documentarsi, allora andavo nell’Emeroteca della Biblioteca Nazionale, ero abbonato a Rock & folk, storica rivista musicale francese fondata nel 1966 e dedicata principalmente al rock and roll, l’inglese NME (acronimo di New Musical Express), per avere quante più notizie possibili, che non fossero soltanto lo scarno comunicato stampa. Poi sono arrivate decine di programmi, su Radio 1 e Radio 2, l'esperienza in TV con Discoring, e nel 1986 il Festival di Sanremo… Però ascoltavo la radio fin da piccolo, anche la notte, quando sulle onde medie si sentivano stazioni straniere; spesso mi addormentavo con la radiolina sotto il sotto il cuscino. Quando mi regalarono il registratorino Geloso, lo mettevo davanti alla radio quando c'era la Hit Parade di Lelio Luttazzi, perché così registravo le canzoni, o registravo Supersonic…
L.B.: … e poi hai conosciuto i suoi conduttori!
S.M.: Sì! Ho conosciuto Gigi Marziali, Antonio De Robertis, Paolo Testa, e sono stati grandi maestri. Mi dicevano: “quando hai detto qualcosa di importante, sta' zitto, non aggiungere niente, fermati!” Quando finivo il mio programma, Long Playing, restavo a via Asiago per poter sentire Gigi, Paolo, Antonio… ho avuto questa fortuna: stare in Radio vedendo al lavoro questi grandi Maestri del Microfono, sentendo ogni sera dischi su dischi ed è stato un periodo magico, c’era una corrente di simpatia tra noi, e tra noi e gli ascoltatori. Una complicità e un’epoca irripetibili, fino verso la fine degli anni ‘80, quando poi sono cambiate tante cose…
L.B.: Adesso come vedi la situazione della musica in radio?
S.M.: Oggi siamo invasi da speaker o conduttori che usano continuamente la prima persona singolare: io, io, io… ma perché non usare “noi”? Improvvisano, non si preparano. Leggono una cosa su TikTok o su un sito, e senza neppure verificarla ci girano intorno, cercando battute che non arrivano mai. E poi usano quasi solo frasi fatte: “mi dicono dalla regia”..."un disco iconico”... quanto odio questo aggettivo! Preparare un programma è come cucinare: prima devi avere l'idea, poi fare la lista della spesa, poi selezionare gli ingredienti, pulirli e soppesarli, infine cucinarli, prima di portare il piatto in tavola. Quando porti il piatto in tavola è come quando accendi il pulsante rosso del microfono e vai in onda: è l'ultimo momento; però, se prima non c'è stato tutto questo lavoro di preparazione, diventa una schifezza, sia il piatto, sia la trasmissione.
L.B.: Cosa consiglieresti a un ragazzo o una ragazza che desiderano fare questo lavoro?
S.M.: Innanzitutto direi che è un lavoro meraviglioso, perché ti permette di vivere nella musica e di progredire ogni giorno, ma aggiungerei che è fondamentale prepararsi e aggiornarsi sempre: le parole che hai usato il giorno prima sono come il foglio di giornale con cui al mercato di Ballarò ti incartano il pesce, non servono più. Gli attori vanno in tournée e hanno sempre quel copione tutte le sere; noi no; noi ogni giorno abbiamo un foglio bianco da riempire di parole, di piccole emozioni, di musica, di racconti, di interazioni con gli ascoltatori.
L.B.: Anche la fruizione della musica è molto cambiata rispetto a quando hai iniziato…
S.M.: L'industria discografica ha cannibalizzato se stessa. Quando ero giovane, tra amici, ogni mese uno comprava un disco e gli altri si facevano le cassettine; il mese dopo lo compravo io e faceva il giro delle nostre piccole discoteche. Ma un disco era letto, ammirato per le copertine, capito e ascoltato in tutte le sue canzoni, discusso in lunghe serate con gli amici; era un elemento di socializzazione. Adesso la musica è un sottofondo, perché, in un mondo in cui tutto deve essere toccato e visto, la musica non la tocchi e non la vedi, scivola ai margini… Eppure la musica è in grado di trasformarci completamente perché il cervello si nutre anche di questo da un punto di vista emotivo. In troppe radio quello che domina è la pubblicità e la musica serve per separare un cluster pubblicitario da un altro, quindi deve essere “radiofonica”, altra parola assurda, per rendere la musica solo uno strumento commerciale; i conduttori poi hanno tre minuti che riempiono di sciocchezze. Certo, ci sono delle radio con programmi ancora validi, come Capital Records, con Luca De Gennaro e Mixo a Radio Capital, una specie di riserva indiana… La musica come la intendeva la nostra generazione è in via di estinzione, e a essere fondamentali non sono la qualità, il contenuto, ma le visualizzazioni, i grandi numeri dei maxi concerti.
L.B.: Come valuti allora Spotify?
S.M.: Guarda, io conosco personalmente Umberto Borellini, docente di cosmetologia al Poliestetico di Milano, che ho portato in radio a raccontare la sua storia: ha scritto un bel libro che si chiama La Divina Cosmesi, e un altro Tu chiamale, se vuoi, emulsioni… ha un'esperienza internazionale ed è un appassionato di musica. Lui una volta mi ha detto: “ Le operatrici, quando sono in cabina a fare trattamenti, mettono Spotify, però la musica è sempre quella preconfezionata, da Buddha Bar!” Allora mi ha chiesto una playlist che ho composto io: 150 canzoni, da due pianisti che adoro, Bob James e Dave Grusin, a Michael Nyman, Yann Tiersen. Spotify serve solo se chi lo usa cerca quello che gli piace, cerca il piacere nell’ascolto, e non subisce le imposizioni dell’algoritmo.
L.B.: L’ultima domanda che ti voglio porre riguarda proprio gli ascoltatori. Pensi ancora che il pubblico cerchi emozione e contenuti profondi nella musica? Il tuo progetto di radio dimostra anche che tu hai fiducia nella qualità e anche nel gusto degli ascoltatori…
S.M.: È proprio questo che mi spinge a continuare a cercare musicisti sempre nuovi anche per me…ad esempio, recentemente ho scoperto Ocie Elliott, un duo di musica indie folk canadese, ma penso che subito dopo ci stia bene anche un Nick Drake. Insomma, l’equilibrio che parte dal gusto e dall’autonomia è una formula che ci permette di sganciarci dall’ascolto imposto, dall’omologazione, e riduce lo stress…
L.B.: …quindi, genera relaxness! Buon lavoro, tra musica, memoria e nuove scoperte, e grazie!